✕

Gaza, la moglie del direttore dell’ospedale: “Preso dall’Idf con l’inganno, rischia di morire in carcere”

Ascolta l'audio

A Repubblica parla Albina, coniuge del pediatra che dirigeva il Kamal Adwan nel nord della Striscia, scomparso da 17 giorni. "Si era sempre opposto all'ordine di evacuazione. E non è vero che è di Hamas"
2 minuti di lettura

Il dottore che sussurrava ai carri armati è sparito da diciassette giorni e da diciassette giorni sua moglie Albina rimugina sull’inganno che glielo ha portato via. «Avevamo un accordo con l’esercito israeliano per evacuare ciò che restava dell’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo rimasto aperto in tutto il nord della Striscia», racconta la donna a Repubblica. «Ma i soldati ci hanno mentito, dopo che siamo usciti hanno arrestato mio marito, il dottor Hussam Abu Safiya, la voce umana di Gaza».

Abu Safiya lo conosciamo. In un filmato diventato virale lo si vede arrampicarsi sulle macerie del proprio ospedale per andare a discutere con i militari appostati nei tank. Un camice bianco come corazza, la ragione della volontà sotto il tiro dei cannoni, tra i blindati si è tenuta una discussione che dal video è parsa quasi pacata, bisbigliata. Era il 27 dicembre scorso, il Kamal Adwan a Beit Lahia era circondato e già semi distrutto da una cinquantina di attacchi. Da tre mesi l’Idf continuava a…

Il dottore che sussurrava ai carri armati è sparito da diciassette giorni e da diciassette giorni sua moglie Albina rimugina sull’inganno che glielo ha portato via. «Avevamo un accordo con l’esercito israeliano per evacuare ciò che restava dell’ospedale Kamal Adwan, l’ultimo rimasto aperto in tutto il nord della Striscia», racconta la donna a Repubblica. «Ma i soldati ci hanno mentito, dopo che siamo usciti hanno arrestato mio marito, il dottor Hussam Abu Safiya, la voce umana di Gaza».

Abu Safiya lo conosciamo. In un filmato diventato virale lo si vede arrampicarsi sulle macerie del proprio ospedale per andare a discutere con i militari appostati nei tank. Un camice bianco come corazza, la ragione della volontà sotto il tiro dei cannoni, tra i blindati si è tenuta una discussione che dal video è parsa quasi pacata, bisbigliata. Era il 27 dicembre scorso, il Kamal Adwan a Beit Lahia era circondato e già semi distrutto da una cinquantina di attacchi. Da tre mesi l’Idf continuava a pretenderne lo sgombero perché lo riteneva un covo per miliziani di Hamas, ricevendo dal 53 enne Abu Safiya, primario di pediatria e direttore, un’unica risposta: no.

Hussam Abu Safiya con la moglie 

«Non c’era modo di convincere il dottore a lasciare l’ospedale», ricorda Albina, 49 anni, di origine kazaka. Si sono conosciuti all’università di Astana, si sono sposati nel 1996, due anni dopo si sono trasferiti a Beit Lahia, nella Striscia di Gaza. Come tutti, anche lei lo chiama “il dottore”: la professione come sineddoche esistenziale, una parte che definisce il tutto quando il tutto è una missione di vita.

«All’inizio dell’invasione israeliana ci è stata offerta l’opportunità di fuggire. Abbiamo il passaporto kazako, potevamo passare dal valico di Rafah. Tra grandi difficoltà siamo arrivati a sud, ma poi il dottore ci ha ripensato e mi ha detto “non posso venire con te, non posso abbandonare i miei pazienti nel mezzo di un genocidio, io resto, vai tu”. Lo amo proprio per questo, per l’indole generosa che lo spinge a preoccuparsi degli altri e a denunciare alla Cnn i crimini compiuti dall’Idf all’ospedale. Sono rimasta anch’io, abbiamo traslocato con i nostri sei figli tra le corsie, dormendo assieme ad altri 2.500 sfollati».

Resistere all’assedio, ai bombardamenti fuori e alla disperazione dentro, non era semplice neppure per uno come Abu Safiya. «Non avevamo abbastanza medicine, l’elettricità andava e veniva, le sale operatorie erano spesso inservibili, mio marito era esausto, c’era sangue ovunque, per terra, sulle pareti, nelle camere, gli israeliani piazzavano gli esplosivi con i robot nel perimetro esterno e le schegge puntualmente investivano pazienti e staff medico». Ciononostante, quello era e rimaneva l’unico luogo dove poter ricevere cure, 75 letti per un’area che prima del conflitto aveva 400.000 abitanti: chiuderlo significava grattare via gli ultimi grumi di speranza. Abu Safiya non si era mosso da lì neppure il 25 ottobre, quando Ibrahim era stato ucciso da un drone. «Era il maggiore dei nostri figli, 20 anni». Il dottore aveva pianto, aveva pregato davanti a un sacco bianco nel cortile, poi era rientrato in sala operatoria.

Dell’ultimo giorno in servizio Albina ricorda l’alba dell’inganno. «Alle 6 di mattina del 27 dicembre, dai carri armati hanno chiamato mio marito col megafono, “Dottor Abu Safiya venga subito fuori, abbiamo bisogno di lei”... Lui è uscito e ha trattato l’evacuazione. L’accordo era che i pazienti, le donne e i bambini sarebbero stati trasferiti coi bus all’ospedale indonesiano, il personale medico ci avrebbe raggiunto lì. Dal finestrino ho visto dare fuoco alle sale operatorie, le corsie, i locali tecnici. Il giorno dopo sono venuti a dirmi che avevano arrestato mio marito, insieme ad altri dottori».

Le autorità militari israeliane accusano Abu Safiya di essere organico ad Hamas e di aver consapevolmente nascosto centinaia di miliziani nei sotterranei. «Una menzogna», sostiene la moglie. «È un dottore rispettabile e amato. E affermare che tutti i palestinesi nella Striscia sono per forza di Hamas è un’altra bugia». Le organizzazioni per i diritti umani protestano ma la famiglia non sa neppure dove sia detenuto. «Qualcuno dice a Sde Teiman, la prigione delle torture. Mio marito è ferito a una gamba, ha la pressione alta e deve prendere dei farmaci. Chiedo alla comunità internazionale di fare pressioni su Netanyahu per liberarlo. È un dottore. Da quando è diventato un crimine curare la gente?».

Leggi i commenti