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Il fratello di Sinwar, ultima arma di Hamas: continua a reclutare e decide da remoto i negoziati

Yahya Sinwar

 (afp)

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Il Wall Street Journal ricostruisce il ruolo sempre maggiore di Mohammed nella Striscia, in cima alla lista di Israele degli obiettivi da eliminare
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Hamas è di nuovo nelle mani di Sinwar. Non di Yahya, ovviamente, ma di Mohammed. Contrariamente alle previsioni di molti (anche all’interno della stessa organizzazione islamista palestinese), Sinwar junior sta riuscendo a portare avanti l’eredità del fratello, l’ideatore del massacro del 7 Ottobre, ucciso ad ottobre dall’esercito israeliano. Il minore dei Sinwar (ha dieci anni in meno di Yahya) nelle ultime settimane ha preso potere, diventando il plenipotenziario per Hamas all’interno della Striscia di Gaza: è lui, infatti, che in queste ore sta decidendo da remoto i negoziati di Doha, perché è lui l’unico a poter garantire la riconsegna dei 98 ostaggi e il rispetto del cessate il fuoco.

Dopo la morte di Yahya Sinwar, la guida politica è passata temporaneamente a un comitato di cinque membri dell’ufficio politico, tra cui Khalil al Hayya, braccio destro dello stragista di Khan Yunis. Il successore ufficiale di Yahya Sinwar deve essere ancora definito. Di fatto, però, l’uomo col fucil…

Hamas è di nuovo nelle mani di Sinwar. Non di Yahya, ovviamente, ma di Mohammed. Contrariamente alle previsioni di molti (anche all’interno della stessa organizzazione islamista palestinese), Sinwar junior sta riuscendo a portare avanti l’eredità del fratello, l’ideatore del massacro del 7 Ottobre, ucciso ad ottobre dall’esercito israeliano. Il minore dei Sinwar (ha dieci anni in meno di Yahya) nelle ultime settimane ha preso potere, diventando il plenipotenziario per Hamas all’interno della Striscia di Gaza: è lui, infatti, che in queste ore sta decidendo da remoto i negoziati di Doha, perché è lui l’unico a poter garantire la riconsegna dei 98 ostaggi e il rispetto del cessate il fuoco.

Dopo la morte di Yahya Sinwar, la guida politica è passata temporaneamente a un comitato di cinque membri dell’ufficio politico, tra cui Khalil al Hayya, braccio destro dello stragista di Khan Yunis. Il successore ufficiale di Yahya Sinwar deve essere ancora definito. Di fatto, però, l’uomo col fucile in questo momento è Mohammed Sinwar e come è tradizione nei ranghi di Hamas la voce di chi combatte sul campo è più forte di quella dei politici che discutono negli hotel e nei salotti di Doha e Istanbul.

“Gestisce lui tutto”, sostiene il generale israeliano in pensione Amir Avivi, intervistato dal Wall Street Journal che ha dedicato un articolo a Sinwar jr. “In questo momento il passo con cui Hamas recupera forze è superiore a quello dei danni subiti”. Non a caso, infatti, Mohammed Sinwar è in cima alla lista israeliana degli obiettivi da eliminare.

Stando a quanto riferisce il generale Avivi, la riorganizzazione dell’ala militare di Hamas lanciata all’indomani della morte del leader sta dando dei frutti. Lo dimostrano i venti razzi che nelle ultime due settimane da Gaza i miliziani sono riusciti a lanciare verso lo Stato ebraico.

Non si può certo affermare che le brigate al Qassam, dopo 15 mesi di bombardamenti, abbiano ripreso la forza che avevano prima del conflitto, quando contavano 30 mila uomini. L’esercito israeliano conta di aver ucciso almeno 17 mila miliziani, a fronte di una cifra totale di morti riferita dalle autorità palestinesi che supera le 46.000 unità e che, in base ai calcoli effettuati dalla rivista Lancet, potrebbe addirittura essere sottostimata di un 40 per cento.

Sinwar jr sta reclutando carne fresca, centinaia di giovani a cui promette cibo, aiuti umanitari e cure mediche per la famiglia. Li recluta nei centri di smistamento e ai funerali. La tecnica di guerriglia che non permette all’Idf di cantare vittoria si compone di attacchi hit and run (colpisci e scappa) e della saturazione del terreno con dispositivi esplosivi artigianali. Potendo sempre nascondersi nella rete di tunnel e cunicoli che innerva la terra sabbiosa della Striscia.

Reclutamento che continua in queste ore febbrili in cui da Doha arrivano segnali concreti di speranza per la fine della guerra. Tutti si dicono ottimisti: non è la prima volta, ma a questo giro incombe l’inizio del mandato di Trump alla Casa Bianca (20 gennaio): il tycoon ha promesso di scatenare l’inferno a Gaza se la questione ostaggi non sarà risolta prima dell’inauguration day. La bozza per l’accordo è pronta, è divisa in fasi e la prima è quella più chiara: Hamas rilascerà 33 ostaggi vivi in cambio della scarcerazione di 3.000 detenuti palestinesi, tra cui 200 condannati all’ergastolo.

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