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Netanyahu, sì alla tregua a Gaza. Attesa per la risposta di Hamas

(afp)

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Il premier: “Questione di ore, ma rivoglio tutti i rapiti”. Sinwar jr. spinge sul ritiro israeliano
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TEL AVIV — Troppe volte quel che sembrava l’ultimo miglio della trattativa si è rivelato essere la tappa intermedia di un tira e molla che va avanti da 15 mesi. Troppe volte sembrava fatta un minuto prima di franare. Dunque è normale avvertire scetticismo e cautela nei capannelli che si formano al tramonto su Piazza degli Ostaggi, come è stato ribattezzato questo slargo davanti al Museo d’Arte di Tel Aviv. «Finché non li vediamo tornare a casa, non ci crediamo…», è l’opinione più ripetuta. Il contatore sul maxischermo scorre inesorabile, alle 7 della sera segna 465 giorni, 12 ore e 31 minuti che è il tempo della prigionia dei 98 rapiti (34 dei quali dati per deceduti) ancora nelle mani di Hamas. L’accordo per il cessate il fuoco è davvero a un passo, siamo ai dettagli, manca però l’ok di Mohammed Sinwar, di fatto il leader del movimento islamista palestinese nonché fratello dell’uomo che ha progettato il massacro del 7 ottobre.

Il premier israeliano Benjamin Netanyhau sente la pr…

TEL AVIV — Troppe volte quel che sembrava l’ultimo miglio della trattativa si è rivelato essere la tappa intermedia di un tira e molla che va avanti da 15 mesi. Troppe volte sembrava fatta un minuto prima di franare. Dunque è normale avvertire scetticismo e cautela nei capannelli che si formano al tramonto su Piazza degli Ostaggi, come è stato ribattezzato questo slargo davanti al Museo d’Arte di Tel Aviv. «Finché non li vediamo tornare a casa, non ci crediamo…», è l’opinione più ripetuta. Il contatore sul maxischermo scorre inesorabile, alle 7 della sera segna 465 giorni, 12 ore e 31 minuti che è il tempo della prigionia dei 98 rapiti (34 dei quali dati per deceduti) ancora nelle mani di Hamas. L’accordo per il cessate il fuoco è davvero a un passo, siamo ai dettagli, manca però l’ok di Mohammed Sinwar, di fatto il leader del movimento islamista palestinese nonché fratello dell’uomo che ha progettato il massacro del 7 ottobre.

Il premier israeliano Benjamin Netanyhau sente la pressione delle famiglie degli ostaggi, accetta di incontrarle nel suo ufficio di Gerusalemme. «Il cessate il fuoco è questione di giorni o di ore», spiega a una piccola delegazione del Tikva, il forum di destra dei parenti che spingono per la linea dell’intransigenza. «Aspettiamo la risposta di Hamas. Sono pronto a un cessate il fuoco prolungato a condizione che vengano restituiti tutti i sequestrati. Inizieremo con la liberazione di qualcuno, ma non lasceremo Gaza finché non avremo recuperato tutti».

L’attuazione dell’accordo sarà graduale, in tre fasi, la prima delle quali è l’unica veramente definita nei particolari: tregua, 33 ostaggi da liberare in 42 giorni, un numero di detenuti palestinesi da scarcerare. Le altre due fasi andranno discusse strada facendo, cosa che inquieta non poco le famiglie che temono per chi non rientrerà nella prima lista. «I nostri cari vanno liberati insieme, nessuno deve rimanere laggiù», chiedono. Da Doha, tuttavia, non arriva ancora il via libera.

Nella capitale qatarina che ospita il negoziato nelle ultime ore si è palesata una rappresentanza della Jihad Islamica, indizio del fatto che uno dei problemi riguarda proprio la lista: Hamas potrebbe non avere contezza di dove siano nascosti tutti gli ostaggi, né quanti siano ancora vivi. «L’altro tema aperto - riferisce alla Reuters una fonte presente al tavolo di Doha - sono le concessioni territoriali, Hamas lamenta di non aver ricevuto le mappe del ritiro dell’Idf». Israele smentisce la circostanza. Si sa però che il governo era intenzionato a mantenere i soldati sia nel corridoio Netzarim (che taglia in due la Striscia di Gaza), sia nel corridoio Philadelphi al confine con l’Egitto, i miliziani invece vogliono rassicurazioni che il piano che firmeranno individuerà zone ben circoscritte per l’Idf nella prima fase e avrà come esito finale l’uscita completa delle truppe. Ancora incerta, inoltre, è l’ampiezza della zona cuscinetto a ridosso del recinto esterno della Striscia.

Con le famiglie dei rapiti Netanyahu ostenta sicurezza, annuncia che «le regole del gioco cambieranno radicalmente quando Donald Trump diventerà presidente», perché a quel punto «ogni violazione della tregua provocherà una risposta dura e potente, una forma di combattimento che non abbiamo ancora visto». Rivelando così quale sia stata, per lui, la vera spinta che lo ha indotto ad accettare adesso una bozza di negoziato che, nella sostanza, è la stessa presentata a maggio da Biden.

Apporre la firma su quel testo può però generare uno scossone nel governo israeliano. I ministri della destra messianica Smotrich e Ben-Gvir si oppongono, si lamentano, lo considerano «una resa», «una catastrofe per la sicurezza nazionale», minacciano di abbandonare la coalizione. In pochi credono che lo faranno, essendo troppo allettante per loro e per quei loro piani di annessione della Cisgiordania l’idea di stare al governo con Trump alla Casa Bianca. «Mi vergogno per loro», mormorava l’ex ministro della Difesa Yoav Gallant, avvistato ieri sera in Piazza degli Ostaggi.

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