È stata la notte dei fuochi: decine di incendi colossali provocati dall’attacco contro gli impianti chimici e industriali russi, anche a 1.100 chilometri di distanza dal fronte. Lunedì notte Kiev ha lanciato il più massiccio raid condotto finora nel territorio di Mosca, con un’ondata senza precedenti di droni e missili a lungo raggio. A pochi giorni dall’insediamento di Donald Trump, atteso come un momento di svolta nelle sorti del conflitto, gli ucraini intensificano la campagna «per portare la guerra nel cuore della Russia», come ha detto in passato il presidente Zelensky. Ci sono state incursioni in dodici località - tra cui Kazan, Samara, Saratov, Engels, Tula e Bryansk - dove la popolazione è stata svegliata dalle esplosioni e dalle colonne di fiamme che si alzavano nel cielo. In queste città le scuole resteranno chiuse: c’è il timore che i roghi generino nuvole di sostanze tossiche.
Si tratta di un duro colpo alla credibilità del Cremlino, che non riesce a proteggere il Pae…
È stata la notte dei fuochi: decine di incendi colossali provocati dall’attacco contro gli impianti chimici e industriali russi, anche a 1.100 chilometri di distanza dal fronte. Lunedì notte Kiev ha lanciato il più massiccio raid condotto finora nel territorio di Mosca, con un’ondata senza precedenti di droni e missili a lungo raggio. A pochi giorni dall’insediamento di Donald Trump, atteso come un momento di svolta nelle sorti del conflitto, gli ucraini intensificano la campagna «per portare la guerra nel cuore della Russia», come ha detto in passato il presidente Zelensky. Ci sono state incursioni in dodici località - tra cui Kazan, Samara, Saratov, Engels, Tula e Bryansk - dove la popolazione è stata svegliata dalle esplosioni e dalle colonne di fiamme che si alzavano nel cielo. In queste città le scuole resteranno chiuse: c’è il timore che i roghi generino nuvole di sostanze tossiche.
Si tratta di un duro colpo alla credibilità del Cremlino, che non riesce a proteggere il Paese dalle incursioni ucraine. A Mosca ieri il ministero della Difesa ha puntato il dito contro l’impiego di dodici missili statunitensi Atacms e britannici Storm Shadows, annunciando che l’attacco «non resterà senza risposta». Gli analisti ricordano che a novembre la reazione ai primi raid con le armi occidentali era stata affidata al lancio dell’ordigno balistico a testata multipla Oreshnik, contro cui la contraerea è impotente: Putin aveva sottolineato che altri esemplari di questa super-arma erano pronti all’uso.
L’assalto ucraino si distingue non solo per il numero di ordigni – le fonti russe sostengono siano stati duecento – ma anche per la tattica utilizzata. C’è stato il coordinamento tra droni e missili: i primi si sono abbattuti sulle postazioni della difesa antiaerea, permettendo alle armi più potenti di colpire indisturbate. Gli obiettivi sono tutti di natura militare o comunque legati alla produzione bellica.
Roman Busargin, il governatore della regione di Saratov sul Volga, ha dichiarato che sia la città di Saratov che quella di Engels sono state colpite da un «massiccio attacco di droni che ha danneggiato due impianti». La raffineria di Saratov, una delle più importanti per l’attività petrolifera russa, era già stata bersagliata la scorsa settimana, causando un incendio proseguito per giorni: da ieri notte ha ricominciato a bruciare. A Engels sono stati centrati i bunker delle bombe e il deposito di carburante della base aerea da cui decollano i Tupolev Tu-160, destinati anche alle missioni nucleari. A Seltso è stato devastato l’impianto “Bryansk” che produce esplosivo e combustibile per razzi; nella repubblica autonoma del Tatarstan è stata presa di mira la fabbrica chimica Kazanorgsintez. L’intelligence di Kiev è convinta di avere messo a dura prova la macchina bellica russa.
Ma anche l’industria ucraina ieri ha vissuto una giornata nera: nel Donetsk le avanguardie di Putin sono arrivate a pochi chilometri dalla miniera di carbone di Pokrovsk, che ha dovuto interrompere l’attività. È la principale fonte di questo minerale, fondamentale per l’industria dell’acciaio: il 90 per cento del carbone usato dagli altoforni del Paese viene da lì. Nonostante l’avvicinarsi del fronte, l’anno scorso ne sono state estratte 3,5 milioni di tonnellate, sufficienti per la produzione di 7,6 milioni di tonnellate di acciaio: rappresentano la seconda voce dell’export nazionale ma sono soprattutto vitali per le fabbriche militari. Per il governo Zelensky è un altro guaio, che rischia di frenare i piani per moltiplicare la costruzione di armamenti in patria. E testimonia gli effetti concreti dell’inarrestabile avanzata russa nel Donbass.