Gavron: “Netanyahu non teme più il ricatto dell’estrema destra per questo accetta il cessate il fuoco”
di Enrico FranceschiniLONDRA — «L’arrivo di Trump alla Casa Bianca sta avendo un peso decisivo sulla trattativa per il cessate il fuoco a Gaza». Assaf Gavron, una delle voci più originali della nuova narrativa israeliana, giudica così l’accordo, dato per imminente, per mettere fine alla guerra nella Striscia. L’autore di “Idromania”, “La collina” e numerosi altri romanzi (pubblicati in Italia da Giuntina: il nuovo arriverà nel nostro Paese l’anno prossimo) è convinto che a Gaza comunque non governerà più Hamas: il movimento fondamentalista palestinese «è indebolito, può usare questa intesa per negoziare il proprio futuro, ma non per mantenere il potere».
Gavron, a Gaza si sta per smettere di morire?
«Lo abbiamo sentito dire talmente tante volte che bisogna aspettare l’accordo per crederci. Ma ci sono due nuovi motivi per sperare che sia vero. E nonostante le incertezze sugli sviluppi successivi, ogni intesa che porti i nostri ostaggi a casa e la pace nella Striscia va celebrata».
Quali sono i nuovi mo…
LONDRA — «L’arrivo di Trump alla Casa Bianca sta avendo un peso decisivo sulla trattativa per il cessate il fuoco a Gaza». Assaf Gavron, una delle voci più originali della nuova narrativa israeliana, giudica così l’accordo, dato per imminente, per mettere fine alla guerra nella Striscia. L’autore di “Idromania”, “La collina” e numerosi altri romanzi (pubblicati in Italia da Giuntina: il nuovo arriverà nel nostro Paese l’anno prossimo) è convinto che a Gaza comunque non governerà più Hamas: il movimento fondamentalista palestinese «è indebolito, può usare questa intesa per negoziare il proprio futuro, ma non per mantenere il potere».
Gavron, a Gaza si sta per smettere di morire?
«Lo abbiamo sentito dire talmente tante volte che bisogna aspettare l’accordo per crederci. Ma ci sono due nuovi motivi per sperare che sia vero. E nonostante le incertezze sugli sviluppi successivi, ogni intesa che porti i nostri ostaggi a casa e la pace nella Striscia va celebrata».
Quali sono i nuovi motivi?
«Il primo è Trump: ha detto a Israele e Hamas di volere la fine della guerra e il ritorno degli ostaggi entro il 20 gennaio, giorno del suo giuramento, e sembra che entrambe le parti gli diano ascolto. Anche grazie al suo inviato nella regione, Steve Witkoff, persona seria, che non si lascia abbindolare da false promesse».
La seconda ragione?
«Netanyahu diceva no al cessate il fuoco per paura che provocasse la caduta del suo governo. Adesso il premier israeliano ha meno timori del genere. I due piccoli partiti di estrema destra che sorreggono la sua coalizione sono in difficoltà: nei sondaggi quello del ministro delle Finanze Smotrich ottiene zero seggi, non avrebbe interesse a provocare elezioni anticipate».
Ma Hamas che cosa ci guadagna dal cessate il fuoco?
«In effetti ci guadagna poco. Può dire di avere evitato la distruzione totale e riportato la questione palestinese all’attenzione globale. Tuttavia, senza i suoi leader storici, eliminati da Israele, e davanti alla disperazione della popolazione di Gaza, che ha perso tutto a causa dell’attacco contro lo Stato ebraico, Hamas è così debole da essere costretta a trattare. Con il cessate il fuoco può forse negoziare il proprio futuro, ma sa di avere perso il potere».
Nella Striscia tornerà dunque a governare l’Autorità Nazionale Palestinese di Abu Mazen?
«La dura repressione lanciata dall’Anp in Cisgiordania contro gruppi radicali islamici è chiaramente una candidatura a riprendersi Gaza. Ma dipende anche da Netanyahu, finora contrario a dare maggior potere ad Abu Mazen».
Netanyahu uscirebbe rafforzato dal cessate il fuoco?
«Non credo. I sondaggi continuano a predire che perderà le prossime elezioni, appuntamento che si avvicina, previsto entro il 2026. Il suo problema è che gli israeliani non gli credono più, non si fidano più, non si sentono protetti».
E se, dopo un cessate il fuoco a Gaza, Netanyahu firmasse la pace con l’Arabia Saudita, voluta da Trump come la voleva Biden?
«Allora voterei anch’io per lui. Ma sono vent’anni che i sauditi propongono la normalizzazione dei rapporti con Israele: in cambio vogliono uno Stato palestinese e su questo Netanyahu non ha mai ceduto».
Se Netanyahu perderà le elezioni, chi verrà dopo di lui?
«Nessuno lo sa, ma l’ex-premier Naftali Bennett, un conservatore del quale non condivido le posizioni, è una persona per bene. E, a differenza di Netanyahu, ha a cuore l’interesse di Israele, non il proprio tornaconto personale: anche per questo è il favorito nei sondaggi. La corsa al dopo-Netanyahu è cominciata».