Deir el Balah — I bambini sono stati i primi: sono saltati fuori e hanno iniziato a correre nei vicoli abbandonati. Le loro risate hanno riempito l’aria di gioia. Era la prima volta dopo lunghi mesi. Poi un fiume di gente è emerso dalle rovine dei palazzi bombardati. Al momento dell’annuncio, nella Striscia è sgorgata la festa, spontanea, che presto - tra fischi, clacson, trombette e spari in aria - si è trasformata in una lunga trama di contraddizioni.
Le persone si sono riversate nelle strade di Deir el Balah, Khan Younis e Nuseirat come se rispondessero a un appello immaginario che li esortava a rompere il silenzio e la paura. I tratti della città dove vivo sono cambiati in pochi istanti, le forme degli edifici nella notte sono emerse all’improvviso da una oscurità prolungata. Il suono acuto dei fischi ha riempito le strade, penetrante ma traboccante di vita: una piccola vittoria in mezzo a un mare di dolore.
I clacson delle auto suonavano incessantemente. I veicoli vagavano …
Deir el Balah — I bambini sono stati i primi: sono saltati fuori e hanno iniziato a correre nei vicoli abbandonati. Le loro risate hanno riempito l’aria di gioia. Era la prima volta dopo lunghi mesi. Poi un fiume di gente è emerso dalle rovine dei palazzi bombardati. Al momento dell’annuncio, nella Striscia è sgorgata la festa, spontanea, che presto - tra fischi, clacson, trombette e spari in aria - si è trasformata in una lunga trama di contraddizioni.
Le persone si sono riversate nelle strade di Deir el Balah, Khan Younis e Nuseirat come se rispondessero a un appello immaginario che li esortava a rompere il silenzio e la paura. I tratti della città dove vivo sono cambiati in pochi istanti, le forme degli edifici nella notte sono emerse all’improvviso da una oscurità prolungata. Il suono acuto dei fischi ha riempito le strade, penetrante ma traboccante di vita: una piccola vittoria in mezzo a un mare di dolore.
I clacson delle auto suonavano incessantemente. I veicoli vagavano per le strade devastate, d’improvviso piene di gente che esultava dalle finestre. Il suono delle trombe tagliava l’aria come un canto di libertà attesa. «Allahu Akbar! Alhamdulillah!» (Dio è grande, grazie a Dio!), echeggiavano voci rauche che hanno sopportato interminabili giorni di assedio e di paura.
La gente ha iniziato a sparare nell’aria a festa. Il cielo scuro, abituato ai bombardamenti, era solcato dal fuoco dei proiettili. Poco a poco un fiume di persone si è riversato fuori dalle rovine delle case, inondando le strade alla ricerca della vita negata per 15 mesi. Fischi e clacson sovrastavano il suono dei bombardamenti: nemmeno ieri sera sono cessati. Ma non si sentivano più. Eppure mentre tutti attendono con impazienza l’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco, le esplosioni a Gaza continuano. È come se il conflitto rifiutasse di finire fino all’ultimo momento. Fino alla formale attuazione della tregua.
La popolazione di Gaza è tesa, desidera la fine delle proprie sofferenze. Desidera liberarsi delle tende che sono diventate un rifugio temporaneo per molti: portano con sé storie di dolore e di perdita, sono un simbolo di difficoltà continue. «Tutto ciò che vogliamo è tornare nelle nostre case. Siamo stanchi di questo stato di sfollamento», dice chi festeggia.
Ma gli attacchi aerei nella sola giornata di ieri hanno provocato oltre 50 morti. Tra loro, come sempre, donne e bambini.
Ancora ieri intere case sono crollate addosso agli abitanti. Le squadre di soccorso lavorano instancabilmente, cercando di recuperare ciò che possono da sotto le macerie, tra le grida di aiuto e i pianti delle famiglie. Tutto questo continua a succedere nella mia città Deir el Balah, minuti dopo l’annuncio della tregua. Morte e devastazione continuano a dominare la scena.
Istanti prima di iniziare a scrivere queste righe gli attacchi aerei israeliani hanno preso di mira un raduno di cittadini a Khan Younis che festeggiavano l’imminente cessate il fuoco. La celebrazione si è trasformata in una tragedia.
Sempre ieri a Nuseirat, nel centro di Gaza, due giornalisti sono stati uccisi sul colpo in un attacco aereo. Uno di loro Ahmad Abu al Rous aveva appena postato un messaggio sui social media: «Aspettiamo con ansia l’annuncio del cessate il fuoco, per ritornare a una vita di cui siamo stati a lungo privati». Sono state le sue ultime parole.
In seguito all’annuncio da parte del primo ministro del Qatar sull’attuazione dell’accordo di cessate il fuoco a partire da domenica 19 gennaio, i residenti di Gaza si trovano intrappolati tra la speranza della festa e la paura per i giorni - ancora di guerra - rimanenti. Quattro giorni sembrano un’eternità. In queste ore, ogni esplosione o rumore di aerei diventa un nuovo incubo. Oggi Gaza si trova tra fuoco e festeggiamenti, sperando disperatamente che gli attacchi, che non mancheranno, siano gli ultimi.