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Le giovani leve di Hamas pronte a sostituire i miliziani morti nel segno di Sinwar

(ansa)

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L’organizzazione ha perso 17mila combattenti, ma ne ha arruolati altrettanti tra i ragazzi segnati dalla guerra
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Se l’obiettivo della guerra di Gaza era cancellare Hamas, allora Israele non ha ottenuto una vittoria. Di sicuro, il movimento jihadista ha subìto un colpo durissimo: ha perso i suoi dirigenti, gran parte dei suoi combattenti più addestrati, l’arsenale di armi a lungo raggio. Ma quindici mesi di bombardamenti dell’aviazione e di rastrellamenti dell’esercito non hanno scalfito l’architrave della sua forza: il radicamento nella società palestinese. Anzi, l’orrore e la devastazione inflitti alla popolazione hanno creato un serbatoio di odio che alimenta rapidamente i suoi ranghi.

Secondo il segretario di Stato americano Antony Blinken «Hamas ha già arruolato tanti militanti quanti ne ha persi». C’è persino chi, come l’ex generale Amir Avivi, ritiene che il numero di nuove reclute sia superiore a quello dei caduti. Il movimento che ha scatenato i massacri del 7 ottobre oggi potrebbe contare su almeno 20 mila uomini, giovanissimi e con una formazione scarsa ma addirittura più determin…

Se l’obiettivo della guerra di Gaza era cancellare Hamas, allora Israele non ha ottenuto una vittoria. Di sicuro, il movimento jihadista ha subìto un colpo durissimo: ha perso i suoi dirigenti, gran parte dei suoi combattenti più addestrati, l’arsenale di armi a lungo raggio. Ma quindici mesi di bombardamenti dell’aviazione e di rastrellamenti dell’esercito non hanno scalfito l’architrave della sua forza: il radicamento nella società palestinese. Anzi, l’orrore e la devastazione inflitti alla popolazione hanno creato un serbatoio di odio che alimenta rapidamente i suoi ranghi.

Secondo il segretario di Stato americano Antony Blinken «Hamas ha già arruolato tanti militanti quanti ne ha persi». C’è persino chi, come l’ex generale Amir Avivi, ritiene che il numero di nuove reclute sia superiore a quello dei caduti. Il movimento che ha scatenato i massacri del 7 ottobre oggi potrebbe contare su almeno 20 mila uomini, giovanissimi e con una formazione scarsa ma addirittura più determinati di quelli che hanno rimpiazzato. Scelgono di votarsi al jihad perché vogliono vendicare familiari e amici morti in questi 15 mesi di guerra o perché sanno così di potere ricevere cibo e medicine, che i miliziani sottraggono dai convogli di aiuti umanitari. E i loro capi hanno imparato a sfruttare i punti deboli degli avversari, che appaiono – come ha confidato su una chat un anonimo soldato israeliano - «stanchi e prevedibili».

Lo si è visto negli scorsi giorni, con un’escalation di imboscate che hanno causato quindici morti nei ranghi delle Israeli Defence Force. Gli artificieri di Hamas prelevano il tritolo dalle ogive delle bombe israeliane inesplose e confezionano trappole sofisticate: a Beit Hanoun hanno fatto saltare in aria un carro armato riutilizzando la carica piazzata dalle Idf per demolire un tunnel. Alcune vengono innescate da un sensore di calore, che lascia passare i robot esploranti e scoppia quando arrivano i fanti in carne e ossa. Altre sono dirette tramite telecamere a raggi infrarossi, che avvistano l’arrivo degli incursori e poi filmano l’effetto degli ordigni.

Il cuore della resistenza sono i “santuari”, soprattutto nel settore settentrionale di Gaza. Come ha scritto Ran Baratz, docente della scuola di guerra israeliana: «Nel 30% della Striscia – un territorio di 360 chilometri quadrati – il nostro esercito non è mai entrato. In un altro 40% non c’è un presidio dell’Idf, perché si è preferito proseguire con un ciclo di offensive e ritirate. Nonostante le sue capacità operative siano state ridotte, Hamas mantiene ancora il controllo sulla maggior parte di Gaza e sull’intera popolazione». Baratz in un lungo saggio pubblicato dieci giorni fa ha criticato la condotta del conflitto: l’assenza di una strategia complessiva ha vanificato l’attività delle brigate sul terreno. Il rischio è che quindici mesi di attacchi e stragi non siano stati solo inutili, ma persino controproducenti perché hanno permesso ad Hamas di affermare la sua resilienza.

Un successo che non si limita alla dimensione militare. Gli analisti sono convinti che anche se sarà l’Autorità Palestinese ad avere la responsabilità della ricostruzione, dei valichi e dell’amministrazione civile, loro resteranno il soggetto più potente e influente all’interno della Striscia. In pratica, anche se verranno esclusi dalla futura gestione, continueranno a esserne i protagonisti. Gli abitanti infatti non vedono alternative: le strutture di Fatah sono deboli e la recente operazione di polizia dell’Anp contro i gruppi jihadisti a Jenin - in Cisgiordania - fa percepire i suoi vertici come “collaboratori” del nemico.

Il fatto che siano stati i massacri del 7 ottobre a provocare la reazione israeliana e la distruzione di Gaza non sembra avere intaccato il sostegno al movimento. In più, fattore fondamentale, adesso è emerso un nuovo leader: Mohammed Sinwar, detto “l’Ombra”. Ha raccolto sul campo l’eredità del fratello maggiore Yahya, paradossalmente consacrato come eroe agli occhi dei palestinesi dal video israeliano della sua uccisione senza resa, imponendo il suo ruolo di comandante in capo al direttorio in esilio a Doha. La sua esperienza di organizzatore gli sta permettendo di dirigere la rinascita dei battaglioni, guidati in azione al nord da Izz al-Din Haddad. E non bisogna sottovalutare le sue doti politiche. Ne ha dato prova con la decisione di lanciare le ultime scorte di razzi nelle ore chiave della trattativa: un modo per rendere chiaro pure fuori dalla Striscia che bisognerà ancora fare i conti con Hamas.

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