Sull’accordo di Gaza il voltafaccia di Netanyahu fa infuriare la destra religiosa
dal nostro inviato Fabio TonacciTel Aviv — La svolta è arrivata di shabbat, quando in Israele di solito niente si muove. E invece sabato scorso, a metà mattina, Steve Witkoff, l’inviato di Trump in Medio Oriente, ha preteso di incontrare Benjamin Netanyahu. Il colloquio si è tenuto nell’ufficio del premier a Gerusalemme, ha avuto toni e momenti drammatici. Netanyahu alla fine ha accettato ciò che Witkoff gli stava chiedendo a nome del prossimo inquilino della Casa Bianca: sbloccare la trattativa di Doha prima dell’insediamento del 20 gennaio. Quattro giorni dopo, la tregua a Gaza è siglata, ma Netanyahu rischia di pagarne un prezzo politico salato.
Witkoff è stato chiaro. «Se non saranno liberati al più presto gli ostaggi, l’inferno che scatenerà Trump non sarà solo per Hamas…». Gli analisti politici israeliani ipotizzano che l’inviato del tycoon abbia prospettato seriamente al premier una possibile riduzione del sostegno militare allo Stato ebraico. O comunque un mutato approccio diplomatico su questioni per l…
Tel Aviv — La svolta è arrivata di shabbat, quando in Israele di solito niente si muove. E invece sabato scorso, a metà mattina, Steve Witkoff, l’inviato di Trump in Medio Oriente, ha preteso di incontrare Benjamin Netanyahu. Il colloquio si è tenuto nell’ufficio del premier a Gerusalemme, ha avuto toni e momenti drammatici. Netanyahu alla fine ha accettato ciò che Witkoff gli stava chiedendo a nome del prossimo inquilino della Casa Bianca: sbloccare la trattativa di Doha prima dell’insediamento del 20 gennaio. Quattro giorni dopo, la tregua a Gaza è siglata, ma Netanyahu rischia di pagarne un prezzo politico salato.
Witkoff è stato chiaro. «Se non saranno liberati al più presto gli ostaggi, l’inferno che scatenerà Trump non sarà solo per Hamas…». Gli analisti politici israeliani ipotizzano che l’inviato del tycoon abbia prospettato seriamente al premier una possibile riduzione del sostegno militare allo Stato ebraico. O comunque un mutato approccio diplomatico su questioni per lui cruciali come la lotta all’Iran, l’espansione degli insediamenti in Cisgiordania e la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita. È un fatto che dopo quell’incontro, la bozza per il cessate il fuoco a Gaza è diventata d’un tratto accettabile, nonostante sia nella sostanza la stessa presentata sette mesi fa da Biden. Allora il ritiro dell’Idf dal corridoio Philadelphi, al confine con l’Egitto, veniva definito impossibile dal governo israeliano perché «troppo strategico». Adesso, invece, è fattibile.
E tuttavia, come detto, Netanyahu dovrà tenere d’occhio quel che già si agita nella sua coalizione. La destra messianica e radicale è contraria alla tregua, l’unica linea ammessa è l’intransigenza, la guerra a oltranza fino alla resa di Hamas. Insieme, i tre partiti che la compongono e che sorreggono il governo contano 14 seggi alla Knesset: Potere ebraico di Itamar Ben Gvir ne ha 6, il Partito sionista religioso di Bezalel Smotrich ne ha 7, Noam ne ha 1. Considerato che la coalizione si regge su 68 seggi, 8 in più della maggioranza assoluta, i voti di Ben Gvir e Smotrich sono cruciali per governare.
Il primo, ministro della Sicurezza nazionale, ha già detto che intende rassegnare le dimissioni se l’accordo sarà approvato - oggi - dal gabinetto di sicurezza e dal Parlamento. «Invito il collega Smotrich a fare lo stesso», ha detto. Ma il ministro delle Finanze prende tempo: va ribadendo che la tregua è «una pessima notizia per la nazione» e si mostra fermamente contrario, però non sembra intenzionato a lasciare la coalizione. Durante le ore cruciali della trattativa a Doha, Netanyahu e il ministro degli Esteri Israel Katz hanno avuto con lui più di un incontro riservato per persuaderlo a non mollare ora, si presume in cambio della garanzia di avere mano libera in Cisgiordania e sostegno massimo ai coloni. Parallelamente, il premier israeliano sta cercando di convincere due parlamentari di Potere ebraico ad entrare nel suo Likud.
Gli scenari sono questi: senza i voti di Ben Gvir e Smotrich, l’accordo alla Knesset passa lo stesso con l’appoggio già dichiarato dei centristi e dell’opposizione. Se poi si dimette solo Ben Gvir, il governo resta in piedi anche se per poco. A lungo andare gli ostacoli sulla strada dell’esecutivo israeliano si moltiplicheranno, e non tanto per i tre procedimenti giudiziari che pendono sulla testa del premier, quanto per la necessità di riconoscere l’Autorità palestinese come interlocutore per il dopoguerra a Gaza ma anche come pre-condizione posta dal principe saudita Mohammed bin Salman per intavolare il discorso della normalizzazione.
Dopo il massacro del 7 ottobre, Netanyahu aveva promesso che avrebbe cambiato tutto il Medio Oriente. Quindici mesi dopo, la Striscia di Gaza, il Libano, la Siria e anche l’Iran non sono più quelli di prima, non c’è dubbio. E tuttavia Hamas sopravvive: il movimento islamista palestinese non è stato “eradicato” del tutto, né militarmente né politicamente. Anche un giornale moderato e solitamente istituzionale come il Jerusalem Post non può fare a meno di notare che, al di là del sollievo collettivo che si respira in Israele all’idea di veder tornare gli ostaggi a casa, «l’accordo di tregua incentiva la tattica della presa degli ostaggi», «saranno rilasciati migliaia di terroristi di Hamas, centinaia dei quali hanno il sangue sulle mani», e «Hamas, alla fine, è ancora in piedi».