La sfida tra Bezos e Elon: una corsa allo spazio per il potere sulla Terra
di Gabriele RomagnoliDura, la vita dei corteggiatori. “Scegli me e ti darò la Luna”. “No, scegli me: ti darò Marte”. “Aspetta, ti regalo anche un giornale, vecchio ma sempre autorevole”. “E io una piattaforma, tutta per te”. Poi magari tra i due litiganti gode un terzo, l’ultimo arrivato, l’ultimo inchinato, che ancora non ha acceso i motori del razzo, ma ha tanti amici da cui farsi dare un piccolo aiuto.
È partito il conto alla rovescia per il giorno dell’inaugurazione che riporterà alla Casa Bianca Donald Trump e sono già scoppiati i fuochi d’artificio. Al “meno 4” Jeff Bezos, proprietario di Amazon, del Washington Post e della società Blue Origin, specializzata in voli spaziali, ha lanciato con successo da Cape Canaveral il razzo New Glenn, eco di un tempo in cui il firmamento confinava con la Nuova Frontiera. Al “meno 3” Elon Musk, proprietario di Tesla, di X (in precedenza Twitter) e della compagnia aerospaziale SpaceX, ha sparato in cielo la sua Starship, ma gli è ricaduta sui piedi. Il campionato …
Dura, la vita dei corteggiatori. “Scegli me e ti darò la Luna”. “No, scegli me: ti darò Marte”. “Aspetta, ti regalo anche un giornale, vecchio ma sempre autorevole”. “E io una piattaforma, tutta per te”. Poi magari tra i due litiganti gode un terzo, l’ultimo arrivato, l’ultimo inchinato, che ancora non ha acceso i motori del razzo, ma ha tanti amici da cui farsi dare un piccolo aiuto.
È partito il conto alla rovescia per il giorno dell’inaugurazione che riporterà alla Casa Bianca Donald Trump e sono già scoppiati i fuochi d’artificio. Al “meno 4” Jeff Bezos, proprietario di Amazon, del Washington Post e della società Blue Origin, specializzata in voli spaziali, ha lanciato con successo da Cape Canaveral il razzo New Glenn, eco di un tempo in cui il firmamento confinava con la Nuova Frontiera. Al “meno 3” Elon Musk, proprietario di Tesla, di X (in precedenza Twitter) e della compagnia aerospaziale SpaceX, ha sparato in cielo la sua Starship, ma gli è ricaduta sui piedi. Il campionato del mondo è diventato un derby.
Per ora Mark Zuckerberg e le altre tecno-star stanno a guardare: nei duelli qualche volta s’ammazzano a vicenda. Musk avrebbe vissuto una spettacolare battuta d’arresto, se nel suo vocabolario l’aggettivo non valesse più di qualsiasi sostantivo a seguire. Dal suo punto di vista non esistono incidenti di percorso, ma soltanto deviazioni standard, che non inducono la sua “Elon Map” a ricalcolare il percorso, magari allungandolo: il prossimo lancio resta tra un mese, data prevista prima del botto. Alla torre di controllo che, come al maggiore Tom di David Bowie, fa sapere: “Sei fuori rotta, la direzione è sbagliata”, replica con le sue stesse parole: “Penso che la mia astronave sappia cosa devo fare e la mia vita sulla Terra non finirà mai”.
La corsa allo spazio si è trasformata in una gara per colmare quello che separa da Trump. Il vantaggio di Musk appare irrimediabile. Rispetto agli altri «oligarchi dei social» (copyright Mattarella) è scattato in anticipo, mentre tutti ancora credevano al risultato in bilico ed esitavano a saltare su un carro. Ha affiancato Trump e l’ha preso sottobraccio, al punto che siamo tuttora qui a chiederci chi abbia portato chi al traguardo e chi farà da traino da lì in avanti. Il secondo avvento ha suscitato manifestazioni di “affettuosa disponibilità” senza precedenti: dai calciatori che festeggiano il gol danzando come Trump sulle note di “Y.M.C.A.”, ai Village People (il negativo della foto di squadra del presidente) che accettano di esibirsi alla vigilia del D(onald)-Day. Dai miliardari però ci si aspetta più che un balletto o una canzone: fiumi di denaro ed estensione del dominio.
Anche in questo Musk è avanti a tutti. Non ha perso tempo con vecchi arnesi e giocattoli usati, si è dedicato in esclusiva a quel che era nuovo e sorprendente: auto senza conducente, realtà virtuali, pianeti inesplorati. Quando, prima dell’elezione, ha portato Trump sulla rampa del sesto lancio di SpaceX può avergli indicato la volta celeste e detto: “Guarda, un giorno tutto questo sarà tuo”. Quindi, tra i denti: “Poi, mio”.
Nel cruciverba del potere Trump procede per soluzioni orizzontali (Groenlandia, Panama), Musk per quelle verticali (l’etere, l’ignoto sopra di noi). Entrambi si creano un percorso netto dettato dalla propria volontà: se c’è sconfitta è stato un broglio, se c’è una catastrofe è un disaster movie. Nel disegno di Trump la cronaca è affidata ai suoi stenografi, in quello di Musk ai suoi social media manager tocca la Storia. Un passo indietro è una rincorsa, ma è evidente che gli obiettivi sono a livelli diversi. Ogni ripiegamento dell’uomo nel suo slancio verso l’alto è un memento dei limiti che la natura gli ha dato. La mancata accettazione è una manifestazione di hybris, orgogliosa tracotanza, o di cieca adesione a un destino rivelato di cui ci si sente non messaggeri, ma designati autori.
Nel suo saggio “La fata ignorante” l’americanista Tiziano Bonazzi fa dire a uno studioso immaginario che: «La parte militante del mondo di fede americano vuole un uomo del caos come Trump perché sconvolga il Paese, promuova il capitalismo e la potenza americani, ma le consenta di fermare la Storia. Certo, l’economia capitalista continuerà a crescere e la scienza farà nuove scoperte e l’America combatterà contro cento nemici; ma lo farà immobile, senza tempo». Trump è quella lancetta ferma, segna l’ora perpetua del suo potere, mandato dopo mandato. Musk è la freccia che viaggia verso un bersaglio lontano, in continuo movimento: se cade, riscocca. Forse, su quella rampa di lancio, quel che accadde fu che Musk indicò la luna e Trump guardò il dito. Uno pensava a rifare grande l’America, l’altro a farla nuova.
Da lunedì le carte cominceranno a calare sul tavolo, i giochi si faranno e non basterà più correggere il passato o il presente, bisognerà trattare con il futuro, che aspetta al varco tutti: potenti e sognatori