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Gaza si prepara alla marcia del ritorno, a piedi o in furgone via dalle tendopoli

(afp)

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Parte oggi la prima fase della tregua: gli sfollati potranno muoversi solo a sud, la stessa zona in cui verranno rilasciati gli ostaggi. Il rischio di scontri con l’Idf
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RAMALLAH – L’alba della tregua è alle 8.30, ora di Gaza. Se non ci saranno intoppi dell’ultimo momento, dopo 471 giorni di guerra questa mattina i cannoni finalmente taceranno. Quanto durerà il silenzio delle armi nessuno è in grado di prevederlo perché troppe sono le variabili che possono incidere su questo accordo siglato tra Hamas e Israele, articolato in tre fasi, lungo, forse troppo lungo per reggere. L’unica certezza è che a Gaza il sangue è stato versato fino all’ultimo: dall’annuncio di Doha di mercoledì sera le autorità locali hanno contato 123 morti per i bombardamenti. Ma oggi due milioni di sfollati si svegliano con l’intenzione di tornare a casa.

Il primo effetto della tregua sarà proprio questo, il ritorno a casa. Per chi ne ha ancora una. Le regole dell’accordo di Doha prevedono che solo al giorno 7 della tregua i palestinesi potranno attraversare a piedi il corridoio Netzarim, che taglia in due la Striscia, per raggiungere quel che rimane delle città del nord, Gaz…

RAMALLAH – L’alba della tregua è alle 8.30, ora di Gaza. Se non ci saranno intoppi dell’ultimo momento, dopo 471 giorni di guerra questa mattina i cannoni finalmente taceranno. Quanto durerà il silenzio delle armi nessuno è in grado di prevederlo perché troppe sono le variabili che possono incidere su questo accordo siglato tra Hamas e Israele, articolato in tre fasi, lungo, forse troppo lungo per reggere. L’unica certezza è che a Gaza il sangue è stato versato fino all’ultimo: dall’annuncio di Doha di mercoledì sera le autorità locali hanno contato 123 morti per i bombardamenti. Ma oggi due milioni di sfollati si svegliano con l’intenzione di tornare a casa.

Il primo effetto della tregua sarà proprio questo, il ritorno a casa. Per chi ne ha ancora una. Le regole dell’accordo di Doha prevedono che solo al giorno 7 della tregua i palestinesi potranno attraversare a piedi il corridoio Netzarim, che taglia in due la Striscia, per raggiungere quel che rimane delle città del nord, Gaza City, Beit Lahia, Beit Hanun. Potranno anche usare macchine e furgoni, a patto di sottostare ai controlli nei check point che saranno effettuati non dall’Idf ma da agenzie straniere. E tuttavia il popolo palestinese già questa mattina sarà di nuovo in marcia.

«Chi è rifugiato sulla spiaggia di Mawasi proverà subito a rientrare a Rafah», spiega al telefono Amjad Alshawa, che è il direttore del Palestinian ngo network, la rete palestinese che coordina quasi tutte le organizzazioni non governative all’interno della Striscia. «Chi ha ancora una casa ci andrà, anche se non ci sono luce, acqua e servizi. Chi invece è rimasto senza, pianterà la tenda sulle macerie della propria abitazione. Il nostro popolo è resiliente, ricostruiremo tutto, piano piano, ancora una volta. Ci sono giovani volontari che si sono messi a disposizione per accompagnare gli anziani che abitano al nord».

Lungo le due vie indicate nell’accordo di Doha, la Salah al din road e Rashid road, la rete delle ong sta organizzando dei punti medici per assistere chi dovrà farsi a piedi tutta la strada. Gli operatori umanitari vedono però il rischio che si possa ripresentare la situazione del Libano, dove è successo che gli sfollati dopo la tregua sono rientrati subito in massa nei villaggi zona rossa del sud e l’Idf si è messo a sparare. «È stato comunicato in arabo alla popolazione di Gaza di non avvicinarsi alle posizioni dove si trovano le nostre truppe», riferisce un ufficiale dell’esercito dello Stato ebraico. Già dalle prime ore del cessate il fuoco, comincerà il riposizionamento dei soldati delle tre divisioni (la 162 esima, la 143 esima e la 99 esima) presenti nella Striscia.

Nella maxi tendopoli di Deir al Balah ci sono quasi un milione di sfollati in uno spazio dove, prima del conflitto, vivevano in centomila. «Provengono da Nuseirat, Rafah e anche Gaza City», racconta Mohammed Almajdalawi, cooperante palestinese che lavora sul campo con l’ong italiana Associazione di cooperazione e solidarietà (Acs). «Chi è di Nuseirat si sta già preparando, ha fatto i sacchi e le borse riempiendoli con pochi stracci. C’è timore a muoversi, nessuno si fida del cessate il fuoco. E tanti sanno che il loro destino, per molto tempo, sarà dormire nelle tende, basta pensare che al nord l’80 per cento dei palazzi è diroccato».

Il giorno uno sarà molto delicato, perché mentre centinaia di migliaia di persone si riverseranno nelle strade, si svolgeranno le operazioni di rilascio dei primi tre ostaggi della lista dei 33. E contestualmente dovranno entrare i carichi degli aiuti umanitari. Nell’accordo si prevede almeno “600 camion al giorno”, quando prima del 7 Ottobre erano in media 500. Cinquanta autobotti di carburante arriveranno attraverso il valico di Rafah con l’Egitto, chiuso da maggio quando le forze israeliane hanno occupato il lato palestinese.

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