Usa, decine di diplomatici si dimettono su richiesta di Trump. Via alle vendette sui nemici
di Enrico FranceschiniLONDRA – Il repulisti è cominciato: su ordine di Donald Trump, decine di diplomatici di carriera hanno rassegnato le dimissioni dal dipartimento di Stato, come si chiama il ministero degli Esteri negli Stati Uniti, effettive dal mezzogiorno di oggi, l’ora del giuramento del nuovo presidente. Scopo di quello che in sostanza è un licenziamento in tronco, dicono fonti della nuova amministrazione al Washington Post, è una “decisiva rottura” con l’era Biden.
È soltanto l’inizio della campagna promessa da Trump per fare piazza pulita di quello che ha più volte definito il “deep state”, una sorta di “stato nello stato” che agirebbe indipendentemente da ogni controllo: in pratica l’establishment contro cui si scagliano la rivoluzione Maga, il concetto di “America First” e la tecnodestra di Elon Musk, quest’ultimo nel ruolo di ministro dell’Efficienza governativa. E se per alcuni significa perdere il posto, come capitato ai diplomatici, per gli altri nemici del neopresidente, nella magist…
LONDRA – Il repulisti è cominciato: su ordine di Donald Trump, decine di diplomatici di carriera hanno rassegnato le dimissioni dal dipartimento di Stato, come si chiama il ministero degli Esteri negli Stati Uniti, effettive dal mezzogiorno di oggi, l’ora del giuramento del nuovo presidente. Scopo di quello che in sostanza è un licenziamento in tronco, dicono fonti della nuova amministrazione al Washington Post, è una “decisiva rottura” con l’era Biden.
È soltanto l’inizio della campagna promessa da Trump per fare piazza pulita di quello che ha più volte definito il “deep state”, una sorta di “stato nello stato” che agirebbe indipendentemente da ogni controllo: in pratica l’establishment contro cui si scagliano la rivoluzione Maga, il concetto di “America First” e la tecnodestra di Elon Musk, quest’ultimo nel ruolo di ministro dell’Efficienza governativa. E se per alcuni significa perdere il posto, come capitato ai diplomatici, per gli altri nemici del neopresidente, nella magistratura, fra coloro che hanno testimoniato per l’accusa ai suoi processi, tra i suoi avversari politici, c’è la paura di una vendetta, da Trump stesso ripetutamente minacciata: “Sono il vostro guerriero, la vostra giustizia”, ha detto ai suoi sostenitori in un comizio nel 2023. “E per chi ha subito torti o chi è stato tradito, sarò il vostro castigo”.
Alcuni, come Anthony Fauci, il consigliere medico della Casa Bianca durante la pandemia del Covid, e vari testimoni dell’inchiesta sull’assalto al Congresso, saranno protetti dal perdono presidenziale emanato stamane da Joe Biden nelle ultime ore della sua presidenza. Altri dicono al New York Times: “Parto per una lunga vacanza all’estero e, quando tornerò, assumerò subito un avvocato”.
Diplomatici
Fra gli alti funzionari dl dipartimento di Stato costretti a dimettersi, scrive il Post, ci sono numerosi pluridecorati veterani del servizio diplomatico, fra cui il vicesegretario per gli affari politici John Bass e il sottosegretario per le risorse energetiche Geoff Pyatt. Richiedere dimissioni di membri del servizio civile è una prerogativa di ogni nuova amministrazione: “E’ del tutto appropriato che il nuovo presidente voglia una squadra che condivide la sua visione di una politica che metta la nostra nazione al primo posto”, dice un collaboratore di Trump al quotidiano della capitale.
Ma le dimensioni e la rapidità del cambio di personale sembrano confermare le intenzioni di un radicale repulisti, che potrebbe privare la diplomazia americana di alcuni dei suoi più esperti funzionari. D’altronde Trump aveva soprannominato “Deep State Department” il ministero degli Esteri, alludendo appunto a una specie di lobby nascosta, della quale ora intende immediatamente disfarsi.
Magistrati
Fra i procuratori e i giudici che temono una vendetta, scrive il Times, figurano Jack Smith, l’avvocato del dipartimento di Giustizia che ha avuto la supervisione di due incriminazioni di Trump (“è un pazzo e dovrebbe essere deportato” disse di lui The Donald), e Letitia James, la procuratrice generale dello stato di New York che gli ha fatto causa per imbrogli sulle sue proprietà immobiliari (“bisognerebbe processarla”). Altri minacciati espressamente da Trump includono Arthur Engoron, un giudice della Corte Suprema statale newyorchese, Alvin Bragg, un procuratore distrettuale di Manhattan, e Fani Willis, una procuratrice della Georgia.
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Politici
Liz Cheney, all’epoca vicepresidente della commissione della camera di Rappresentanti Usa che indagava sull’assalto al Congresso dei suoi sostenitori il 6 gennaio 2021, “dovrebbe finire in prigione insieme agli altri membri della commissione” (di cui facevano parte un altro legislatore repubblicano e sette democratici), ha detto Trump in uno dei tanti attacchi alla deputata repubblicana, figlia del vicepresidente di Georg W. Bush.
Trump ha rivolto minacce analoghe a Adam Schiff, il senatore della California che ha condotto il primo procedimento di impeachment nei suoi confronti, e contro Nancy Pelosi, l’allora Speaker democratica della Camera, che autorizzò l’inchiesta di impeachment (“andrebbe processata, è una nemica dell’America”). Ha inoltre definito Biden “il più corrotto presidente della storia americana”, promettendo un’indagine contro di lui e i suoi familiari; ha detto che la vicepresidente Kamala Harris “dovrebbe andare in tribunale” per come ha gestito l’immigrazione dal Messico; e ha accusato Barack Obama di “tradimento”, chiedendo che appaia davanti a un tribunale militar.
Il “Deep State”
Trump ha chiesto un processo contro James Comey, il direttore dell’Fbi da lui estromesso quando indagava sui suoi rapporti con la Russia, e contro altri cinquanta agenti dell’Fbi, tra i quali il vice di Comey, Andrew McCabe, sul quale ha ripostato nl 2024 un articolo di Steve Bannon in cui si affermava: “Ti verremo a prendere”.
I media
Trump ha ripetutamente accusato i media di essere schierati contro di lui, minacciando la rete televisiva Cbs di togliergli la licenza per trasmettere. I suoi attacchi hanno avuto già qualche effetto, spingendo per esempio il Washington Post, su esplicite pressioni del suo proprietario Jeff Bezos, il fondatore di Amazon, a non fare alcun endorsement nella campagna per la Casa Bianca; e Mark Zuckerberg, il fondatore di Facebook (del qual Trump diceva “ti teniamo d’occhio”), a fare una donazione di 1 milione di dollari alla festa per l’inaugurazione di Trump e a modificare i controlli su Facebook in modo gradito a Trump.
I “traditori”
E poi ci sono gli ex-ministri ed ex-consiglieri della sua prima presidenza che a suo dir lo hanno “tradito”, testimoniando contro di lui nei processi o prendendo posizione contro di lui in pubblico. Fra questi il generale Mark Milley, ex-capo di stato maggiore delle Forze Armate (“in altri tempi avrebbe dovuto essere punito con la morte”), John Bolton, il suo ex-consigliere per la sicurezza nazionale, e Michael Cohen, il suo ex-avvocato.
Naturalmente non è detto che tutte queste minacce diventeranno realtà, né che Trump abbia bisogno di perseguirle personalmente: leader del Congresso e membri della sua amministrazione, dal nuovo direttore dell’Fbi alla nuova ministra della Giustizia, potrebbero farlo per lui. E comunque, nota il New York Times, la sua campagna ha un effetto psicologico: quello di intimorire chi nei prossimi quattro anni di presidenza Trump, all’interno del servizio civile, della magistratura, dei media, degli altri centri di potere politico nazionale o regionale, si prepara a proteggere la democrazia americana da possibili iniziative autoritarie.