✕

La testimonianza da Gaza: “I primi passi fuori di casa, solo rovine e volti segnati”

(afp)

Ascolta l'audio

La studentessa 21 sfollata nel sud della Striscia racconta il primo giorni del cessate il fuoco. “Ho provato un misto di sollievo e di ansia. La gente esitava a riunirsi, temendo che Israele potesse ancora prendere di mira i civili”
1 minuti di lettura

DEIR EL BALAH — La tregua è stata finalmente annunciata, ma non prima di un ritardo che ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso. Tutti aspettavano con ansia che Hamas consegnasse a Israele i nomi di tre ostaggi da liberare, ultimo ostacolo al cessate il fuoco: un’altra prova di resistenza per una popolazione aggrappata a una pace temporanea.

Quando la tregua è entrata in vigore, ho deciso di uscire. Ho provato un misto di sollievo e di ansia. La gente esitava a riunirsi, temendo che Israele potesse ancora prendere di mira i civili. Le loro paure non erano infondate: negli ultimi minuti prima del cessate il fuoco, 19 persone sono state uccise e più di venti sono rimaste ferite.

A Deir el Balah la folla si è radunata davanti all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa in un abbraccio pieno di solidarietà e gioia. Sono stati distribuiti dolci e cantate canzoni tra gli applausi, un grido di vita collettivo: l’affermazione che Gaza esiste e pulsa ancora di speranza.

DEIR EL BALAH — La tregua è stata finalmente annunciata, ma non prima di un ritardo che ci ha tenuti tutti con il fiato sospeso. Tutti aspettavano con ansia che Hamas consegnasse a Israele i nomi di tre ostaggi da liberare, ultimo ostacolo al cessate il fuoco: un’altra prova di resistenza per una popolazione aggrappata a una pace temporanea.

Quando la tregua è entrata in vigore, ho deciso di uscire. Ho provato un misto di sollievo e di ansia. La gente esitava a riunirsi, temendo che Israele potesse ancora prendere di mira i civili. Le loro paure non erano infondate: negli ultimi minuti prima del cessate il fuoco, 19 persone sono state uccise e più di venti sono rimaste ferite.

A Deir el Balah la folla si è radunata davanti all’Ospedale dei Martiri di Al-Aqsa in un abbraccio pieno di solidarietà e gioia. Sono stati distribuiti dolci e cantate canzoni tra gli applausi, un grido di vita collettivo: l’affermazione che Gaza esiste e pulsa ancora di speranza.

Mentre camminavo per le strade, ho visto volti profondamente segnati dalla stanchezza e dal dolore. Tutti quelli che ho incontrato sembravano grati di essere vivi, ma la sofferenza collettiva incisa sui loro lineamenti è innegabile.

Un venditore ha attirato la mia attenzione: «Compra tutto quello che ho: tornerò al nord appena posso!». Mi ha fatto sorridere sentirlo parlare dei suoi piani di tornare a casa dopo mesi di guerra. Sono rimasta per un momento a guardarlo mentre raccontava ai clienti la speranza che questa tregua durasse abbastanza a lungo da consentirgli di mettersi in marcia.

Con me c’erano mia sorella e mira madre, che è sempre la voce della saggezza e della resilienza nella nostra famiglia. Guardava gli edifici distrutti e le strade piene di macerie e sussurrava, come se parlasse da sola: «Questo è il dolore che l’occupazione lascia dietro di sé – un dolore profondo». Le sue parole sono rimaste con me per tutto il tempo.

Le tracce della violenza a Gaza sono ovunque. Interi edifici sono stati ridotti in macerie. Le strade che una volta erano familiari sono diventate irriconoscibili. L’aria è gravida di una pesantezza difficile da descrivere: in parte polvere, in parte sofferenza. Eppure ho visto un barlume di speranza in quei gruppi di persone riunite per condividere storie e aggiornamenti, per riconquistare un po’ di normalità. Nonostante tutto il dolore, le perdite, nonostante l’incertezza su ciò che ci aspetta, eravamo insieme. Eravamo vivi.

Alla fine della giornata ho più domande che risposte. Cosa significala libertà quando può essere portata via così facilmente? Che aspetto ha la pace quando è sempre fugace? Come possiamo aggrapparci alla speranza quando tutto intorno a noi è fragile?

Leggi i commenti