LONDRA – Raggiungere l’accordo sul cessate il fuoco è stato difficile. Mantenerlo attraverso le tre fasi previste lo sarà ancora di più: su questo concordano tutti gli analisti e i commentatori di affari mediorientali. Ecco i problemi che potrebbero sospendere o addirittura fare franare la tregua che almeno temporaneamente ha interrotto la guerra di Gaza e portato alla liberazione dei primi ostaggi.
Le tappe
Nella prima fase, destinata a durare sei settimane, tutti i combattimenti devono fermarsi, un totale di 33 ostaggi israeliani verranno liberati da Hamas in cambio di circa 1700 palestinesi detenuti nelle carceri di Israele, un migliaio dei quali arrestati a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le forze israeliane si ritireranno dai centri abitati di Gaza verso zone cuscinetto lungo il confine della Striscia, la popolazione palestinese potrà fare ritorno alle proprie case (o, meglio, a quel che ne resta) e 600 camion di aiuti umanitari al giorno entreranno a Gaza (…
LONDRA – Raggiungere l’accordo sul cessate il fuoco è stato difficile. Mantenerlo attraverso le tre fasi previste lo sarà ancora di più: su questo concordano tutti gli analisti e i commentatori di affari mediorientali. Ecco i problemi che potrebbero sospendere o addirittura fare franare la tregua che almeno temporaneamente ha interrotto la guerra di Gaza e portato alla liberazione dei primi ostaggi.
Le tappe
Nella prima fase, destinata a durare sei settimane, tutti i combattimenti devono fermarsi, un totale di 33 ostaggi israeliani verranno liberati da Hamas in cambio di circa 1700 palestinesi detenuti nelle carceri di Israele, un migliaio dei quali arrestati a Gaza dopo l’attacco di Hamas del 7 ottobre 2023, le forze israeliane si ritireranno dai centri abitati di Gaza verso zone cuscinetto lungo il confine della Striscia, la popolazione palestinese potrà fare ritorno alle proprie case (o, meglio, a quel che ne resta) e 600 camion di aiuti umanitari al giorno entreranno a Gaza (attualmente ve ne entrano 18 al giorno, 500 è il numero minimo necessario secondo le agenzie di soccorsi internazionali).
Nella seconda fase, di durata non precisata, i rimanenti ostaggi israeliani ancora vivi saranno rilasciati in cambio di un numero corrispondente di detenuti palestinesi (da 30 a 50 palestinesi per ogni israeliano), e le forze israeliane dovrebbero ritirarsi completamente da Gaza. Il passaggio di frontiera di Rafah tra Gaza ed Egitto dovrebbe riaprire, consentendo a 50 o più di palestinesi feriti o malati al giorno di uscire dalla Striscia.
Nella terza fase, che potrebbe durare anni, ci sarebbe uno scambio di ostaggi israeliani morti con militanti di Hamas morti e avrebbe inizio un piano per la ricostruzione di Gaza.
I primi ostacoli
Nel sedicesimo giorno della prima fase, il 4 febbraio, dovrebbe iniziare il negoziato per passare dalla prima alla seconda fase del cessate il fuoco: comincerà davvero e come procederà? Nel quarantaduesimo giorno del cessate il fuoco, ovvero il primo giorno della seconda fase, dovrebbe riaprire il posto di frontiera di Rafah tra Gaza ed Egitto: riaprirà veramente e controllato da chi? In ognuna delle sei settimane della prima fase, probabilmente ogni sabato, dovrebbe avvenire lo scambio tra ostaggi israeliani e detenuti palestinesi: saranno rilasciati tutti come previsto, il calendario verrà rispettato?
I punti oscuri
Non è chiaro se, al termine della prima fase, Rafah tornerebbe sotto controllo palestinese o se il posto di frontiera verrebbe gestito da forze egiziane, internazionali o israeliane. Non si sa chi governerebbe Gaza nella terza fase, quella della ricostruzione di Gaza, né quanto durerebbe quest’ultimo periodo e soprattutto chi governerebbe la Striscia dopo questa transizione.
Nella fase transitoria si parla di una amministrazione tecnica gestita dall’Egitto, con appoggio economico di Arabia Saudita, Qatar, Emirati Arabi e un qualche ruolo per un organismo palestinese: ma la comunità internazionale, Stati Uniti in testa, vorrebbe coinvolgere in questo ruolo l’Autorità Nazionale Palestinse (Anp), ovvero l’organismo che governa i Territori Autonomi palestinesi in Cisgiordania dall’inizio del processo di pace del 1993 e che governava anche Gaza prima che Hamas prendesse il potere nella Striscia nel 2006, mentre finora il primo ministro israeliano Netanyahu si oppone a dare spazio all’Anp. E anche Hamas, storica rivale dell’Anp, è ovviamente contraria.
L’incognita di Israele
Un partito di estrema destra della coalizione di governo, quello guidato dal ministro della Sicurezza (ex-ministro a questo punto) Itamar Ben-Gvir, si è già ritirato per protesta contro l’interruzione della guerra, sostenendo che Israele deve eliminar completamente Hamas e mantenere il controllo militare di Gaza a tempo indeterminato. Il premier Benjamin Netanyahu ha ancora una maggioranza, ma soltanto di due seggi. L’altro partito di estrema destra della coalizione, guidato dal ministro delle Finanze Bezalel Smotrich, ha annunciato che abbandonerà a sua volta il governo se, al sedicesimo giorno di cessate il fuoco, non riprende la guerra: se lo farà, Netanyahu si ritroverebbe alla testa di un governo di minoranza. In teoria potrebbe governare anche così, ma sarebbe politicamente indebolito: è pronto a rischiare di trovarsi in una situazione simile? Cederà al ricatto dell’estrema destra? Un partito di centro, guidato da Yair Lapid, ha offerto a Netanyahu il suo sostegno, impegnandosi a entrare nella coalizione di maggioranza se ne uscirà anche il secondo partito di estrema destra, perlomeno per tutto il periodo in cui va avanti il cessate il fuoco, ovvero fino a nuove elezioni, che sono comunque previste verso la fine dell’anno prossimo. Ma Netanyahu accetterebbe di mettersi nelle mani di un partito che mira a rimpiazzarlo quando si tornerà alle urne? La sorte del cessate il fuoco, insomma, dipende molto da quello che deciderà di fare il primo ministro israeliano, condizionato anche dal processo per corruzione nei suoi confronti che si avvia a conclusione.
L’incognita di Hamas
Hamas ha presentato il cessate il fuoco come una propria vittoria, simboleggiata dai numerosi militanti in armi e incappucciati che hanno circondato i furgoni della Croce Rossa che portavano via i primi tre ostaggi rilasciati domenica, tre giovani israeliane: uno show di forza il cui significato era “siamo ancora qui”, dopo quindici mesi di guerra, distruzione, 47 mila morti, bombardamenti. In realtà l’organizzazione jihadista, classificata come terrorista da Stati Uniti e altri Paesi, è gravemente indebolita, ha perso tutti i suoi capi storici, eliminati da Israele nel corso del conflitto, migliaia dei suoi combattenti, un numero stimato tra il 40 e il 70 per cento delle sue forze. Ciononostante, non è del tutto scomparsa, come vorrebbero Israele e pure i mediatori del cessate il fuoco, sia gli Stati Uniti, sia apparentemente Egitto e Qatar, più i Paesi arabi che dovrebbero pagare per la ricostruzione di Gaza, cioè in primo luogo Arabia Saudita e Emirati Arabi. Il problema è che, fino a quando ci saranno ostaggi israeliani da rilasciare, ovvero per tutta la prima (un mese e mezzo) e la seconda fase del negoziato (durata non ancora definita), Hamas dovrà continuare ad avere un ruolo a Gaza: perché è Hamas che deve liberarli. A quali condizioni sarebbe disposta a lasciare la Striscia, o almeno a lasciare il governo della Striscia, nella terza fase del cessate il fuoco, non è stato reso noto.
L’incognita dell’Anp
L’altra incognita palestinese riguarda l’Anp (Autorità Nazionale Palestinese), l’organismo che governa i Territori Autonomi dall’inizio del processo di pace (il 20 per cento della Cisgiordania) e che governava anche Gaza fino al 2006, quando nella Striscia prese il potere Hamas. L’Anp si candida chiaramente a riprendere il governo di Gaza nel corso del cessate il fuoco: teoricamente durante la terza fase, quella della ricostruzione. Per questo l’Anp ha condotto nelle ultime settimane brutali operazioni di repressione contro radicali islamici nei territori sotto il suo controllo in Cisgiordania, nel tentativo di dimostrare a Israele e America che è in grado di mantenere l’ordine e pronta a riprendere un negoziato di pace con Gerusalemme. Ma Hamas non cederà senza nulla in cambio il potere al suo acerrimo rivale e finora Netanyahu non ha cambiato idea sull’Anp, che ha accusato di non avere preso le distanze a sufficienza dall’attacco di Hamas dl 7 ottobre 2023. Anche negli Usa, inoltre, ci sono pressioni su Abu Mazen, l’anziano e screditato presidente dell’Anp, affinché si ritiri o perlomeno assuma funzioni puramente cerimoniali nominando un nuovo primo ministro di maggiore autorevolezza a cui affidare il governo effettivo sia in Cisgiordania, sia a Gaza in vista di un eventuale ritorno dell’Anp nella Striscia. Abu Mazen sarà disposto a un passo indietro? Nessuno lo sa.
L’incognita americana
Molto dipende anche dalle pressioni della nuova amministrazione americana di Donald Trump, che già manifesta l’intenzione di rilanciare il piano per una pace fra Israele e Arabia Saudita, come completamento degli accordi di Abramo firmati da Israele e da quattro Paesi arabi durante il primo mandato di Trump, piano che prevede, fra le condizioni poste da Riad, il rilancio del negoziato per la creazione di uno stato palestinese. Lo stesso progetto che stava per raggiungere il presidente Biden, quando Hamas attaccò Israele quindici mesi fa dando inizio alla guerra. Trump finora ha vantato il cessate il fuoco in Libano e a Gaza come suoi successi personali, ottenuti ancora prima di entrare alla Casa Bianca. Ma come reagirà nei prossimi giorni e nelle prossime settimane, di fronte all’ampio raggio di problemi che possono emergere per mantenere il cessate il fuoco in vigore e mandarlo avanti da una fase all’altra?
L’incognita militare
Infine, c’è il rischio di attentati, combattimenti, arresti o altri incidenti, a Gaza, in Cisgiordania e in Israele, che facciano salire la tensione e blocchino la realizzazione del piano. Alla vigilia del cessate il fuoco, un palestinese ha accoltellato un israeliano a Tel Aviv e poi è stato ucciso dalla polizia: un episodio di sangue che non ha impedito la tregua, ma cosa succederebbe se ce ne fossero altri, più gravi, nei giorni a venire? Se un attentato di un gruppo radicale palestinese provocasse una strage, o un raid israeliano in Cisgiordania provocasse numerose vittime? Da una parte e dall’altra, ci sono forze contrarie al cessate il fuoco e a ogni ipotesi di pace: probabile che cercheranno di fare saltare l’uno e l’altra. Domenica a Gaza le armi hanno smesso di sparare, tre ostaggi israeliani sono tornati a casa, novanta detenuti palestinesi sono usciti dal carcere, ma sono soltanto i primi passi di una strada lunghissima e impervia, in fondo alla quale non è nemmeno chiaro che cosa ci sia. Così, tuttavia, lavora la diplomazia, come disse il senatore americano George Mitchell, uno di mediatori della pace in Irlanda del Nord: “Un negoziato è fatto di settecento giorni di fallimenti e un giorno di successo”. Per ora a Gaza di giorni di successo ce n’è stato uno e i mediatori si battono perché ce ne siano altri.