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La crisi politica in Israele, Smotrich minaccia Netanyahu: “Occupa Gaza o cadrai”

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Tre ministri di estrema destra, tra i quali Ben Gvir, si dimettono in polemica con la scelta di portare avanti l’accordo con Hamas
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GERUSALEMME — Nel giorno della gioia di Israele, si assottiglia la maggioranza di Benjamin Netanyahu, che si ritrova ad affrontare una crisi politica su più fronti — causata proprio dall’opposizione della destra radicale all’accordo per la restituzione degli ostaggi e il cessate il fuoco.

I tre ministri del partito di estrema destra Otzma Yehudit — incluso il suo leader Itamar Ben Gvir, titolare del dicastero della sicurezza nazionale — hanno rassegnato le loro dimissioni, riducendo il numero di parlamentari che sostengono l’attuale coalizione da 68 a 62. Con Ben Gvir che ha cercato di mettere in difficoltà Netanyahu rivelando il prezzo offerto dal Likud per convincerlo a rimanere. «Mi hanno proposto la Giudea e la Samaria (nomi biblici della Cisgiordania, ndr), e anche di prendermi il merito del licenziamento del Capo di Stato Maggiore», ha dichiarato al Canale 12.

A scegliere di non andarsene, nonostante abbia votato contro l’accordo, è stato invece il leader del partito sionis…

GERUSALEMME — Nel giorno della gioia di Israele, si assottiglia la maggioranza di Benjamin Netanyahu, che si ritrova ad affrontare una crisi politica su più fronti — causata proprio dall’opposizione della destra radicale all’accordo per la restituzione degli ostaggi e il cessate il fuoco.

I tre ministri del partito di estrema destra Otzma Yehudit — incluso il suo leader Itamar Ben Gvir, titolare del dicastero della sicurezza nazionale — hanno rassegnato le loro dimissioni, riducendo il numero di parlamentari che sostengono l’attuale coalizione da 68 a 62. Con Ben Gvir che ha cercato di mettere in difficoltà Netanyahu rivelando il prezzo offerto dal Likud per convincerlo a rimanere. «Mi hanno proposto la Giudea e la Samaria (nomi biblici della Cisgiordania, ndr), e anche di prendermi il merito del licenziamento del Capo di Stato Maggiore», ha dichiarato al Canale 12.

A scegliere di non andarsene, nonostante abbia votato contro l’accordo, è stato invece il leader del partito sionista religioso Bezalel Smotrich, che in un lungo post su Facebook ha rivendicato la scelta di restare nel governo, per non mettere in difficoltà Netanyahu con il Paese e anche con il nuovo presidente Usa Donald Trump «a cui piace trattare con i vincenti». Allo stesso tempo però, Smotrich ha messo sul tavolo le promesse strappate al premier, inclusa la ripresa dei combattimenti per raggiungere il pieno controllo militare di Gaza. «Ho tenuto nelle mie mani la spada di Damocle della sopravvivenza del governo», ha scritto Smotrich. «Ho condotto durissimi negoziati con il primo ministro e per garantire la prosecuzione della guerra».

Per Netanyahu dunque, il problema è solo rimandato, perché se il cessate il fuoco dovesse estendersi oltre la prima fase, come si aspetta la comunità internazionale, anche Smotrich si porterebbe via i suoi sette parlamentari, decretando la fine del governo “di destra completa” secondo l’espressione usata comunemente in Israele. Anche l’offerta del leader dell’opposizione Yair Lapid di una «rete parlamentare di sicurezza» per garantire l’accordo, lascerebbe un premier ombra di se stesso, profondamente indebolito. Mentre i partiti ultraortodossi già scalpitano per richiedere la legge sull’esenzione dal servizio militare degli studenti di yeshiva (e già in passato hanno minacciato di staccare la spina in caso contrario) nel Likud si è aperta la partita per assegnare i ministeri lasciati liberi da Otzma Yehudit. Così le prossime settimane saranno cruciali per decidere il destino di Netanyahu. E anche quello della regione.

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