RAFAH — Ci sono le bandiere, stracciate e sporche ma sventolate con orgoglio e finalmente speranza. Gli spari che «ma in aria, per festeggiare, non per ammazzare». C’è chi accarezza l’idea normale di un caffè e una sigaretta, sogno impossibile nella Striscia in cui da più di un anno manca tutto, persino l’acqua da bere. C’è chi invece come Om Salah ha fretta, ha già impacchettato le poche cose conservate per mesi sotto una tenda sempre più rattoppata per mettersi in viaggio al più presto. «Voglio andare a Gaza City, vedere cosa sia rimasto della mia casa, della mia famiglia. Chi è ancora vivo, tornerà lì». Non è la sola.
Qualche minuto dopo il cessate il fuoco la rete si riempie di immagini di una folla che cammina fra le macerie, marcia fra pilastri spezzati, edifici distrutti che chissà quanti corpi nascondono, interi quartieri polverizzati e trasformati in sudario, cerca di raggiungere la casa a cui ha solo potuto pensare, chiedendosi: «Sarà ancora in piedi?».
Dopo quindici me…
RAFAH — Ci sono le bandiere, stracciate e sporche ma sventolate con orgoglio e finalmente speranza. Gli spari che «ma in aria, per festeggiare, non per ammazzare». C’è chi accarezza l’idea normale di un caffè e una sigaretta, sogno impossibile nella Striscia in cui da più di un anno manca tutto, persino l’acqua da bere. C’è chi invece come Om Salah ha fretta, ha già impacchettato le poche cose conservate per mesi sotto una tenda sempre più rattoppata per mettersi in viaggio al più presto. «Voglio andare a Gaza City, vedere cosa sia rimasto della mia casa, della mia famiglia. Chi è ancora vivo, tornerà lì». Non è la sola.
Qualche minuto dopo il cessate il fuoco la rete si riempie di immagini di una folla che cammina fra le macerie, marcia fra pilastri spezzati, edifici distrutti che chissà quanti corpi nascondono, interi quartieri polverizzati e trasformati in sudario, cerca di raggiungere la casa a cui ha solo potuto pensare, chiedendosi: «Sarà ancora in piedi?».
Dopo quindici mesi di raid, lutti, paura e fame, è il giorno della speranza a Gaza. Di restare e ricostruire, di partire e lasciarsi tutto alle spalle, di scegliere. Hassan Ashour ha perso la sua casa durante la guerra e ora vive a Deir el Balah con moglie e due figli. Per lui a Gaza non c’è più niente. «Ho bisogno di almeno un anno fuori dalla Striscia», dice. Per lui e per altri la speranza si chiama Rafah, il valico che fino a maggio dell’anno scorso è stato uscita di sicurezza ultima per feriti, malati gravi o i pochissimi in grado di pagare i costosi servizi della rete Hala.
Da ieri i cancelli neri con fregi dorati, blindati dal maggio scorso, quando Israele ha preso il controllo della zona, sono nuovamente aperti. Non significa che chiunque possa lasciare la Striscia, nessuno dei Paesi confinanti, a partire dall’Egitto, vuole un esodo. Ma che quel varco tornato operativo può significare la fine della fame. Solo nella giornata di ieri, da lì sono passati 310 camion di aiuti e 20 di carburante. «Ce ne sono 4mila pronti», annuncia l’Unrwa.
Amed attraversa il valico di Rafah con il pianale del camion vuoto, il clacson che strombazza e un braccio fuori a mostrare a tutti la V di vittoria. Ha appena scaricato centinaia di sacchi di farina, che — ispezioni permettendo — entreranno a Rafah. E già sembra un miracolo, perché non succedeva da mesi e anche ieri, quando l’inizio del cessate il fuoco è slittato di tre ore, tutto sembrava sul punto di saltare. A Rafah, la macchina dei preparativi si è inceppata, nel Sinai militarizzato i controlli hanno iniziato a durare ore. Eppure tutto sembrava pronto.
Dall’alba di domenica i soldati Idf avevano iniziato il ritiro dal centro di Rafah, arretrando due chilometri verso il corridoio Philadelphi, lungo il confine con l’Egitto. Per la prima volta in 261 giorni, 50 ambulanze avevano fatto il proprio ingresso a Gaza da Rafah. Poi tutto si è bloccato e sulla Striscia sono ripartiti i raid, con il loro strascico di morte. Alle 11.15 la svolta, quando tutti già erano certi dell’ennesimo fallimento. Ed ecco i cancelli che si aprono, i camion che accendono i motori. «Sono andato a prendere questo carico di patate venti giorni fa — dice Mohamed. Temevo succedesse come a maggio quando ci hanno fatto aspettare così tanto da dover buttare tutto». Nei mesi scorsi è successo regolarmente, mentre a pochi chilometri si moriva letteralmente di fame. A Gaza oggi serve tutto. Gran parte della popolazione è malnutrita, meno della metà dei 36 ospedali della Striscia è operativa. Fino al cessate il fuoco — calcola Save the Children — 15 bambini al giorno hanno riportato danni gravi o permanenti.
Anche per loro Rafah potrebbe essere una speranza. Stando all’accordo, dal gate egiziano dovrebbero uscire donne e bambini feriti, da inviare prima al centro di triage allestito poco lontano dal valico, poi smistati negli ospedali del Sinai. Ma fino al tardo pomeriggio di ieri, nessuno era stato trasferito. Né civili, né il «personale militare ferito» che fin dal primo giorno «in numero non inferiore a 50» — è l’accordo — dovrebbe essere autorizzato a uscire per ricevere cure. Secondo indiscrezioni, ognuno di loro dovrebbe essere accompagnato da tre familiari e nel più breve tempo possibile indirizzato agli ospedali di Doha. È una delle parti più vaghe del testo finale di accordo, forse la più spinosa per Israele. «Un salvacondotto per Hamas» masticano amari alcuni, l’ennesima mina su cui potrebbe saltare il fragile cessate il fuoco.