RAMALLAH — Non importa a che ora sfileranno i bus del carcere di Ofer, la gente di Ramallah non si muoverà dalla rotonda della frutta fin quando non li vedrà passare. La liberazione degli altri prigionieri, 95 donne e ragazzini detenuti nelle carceri israeliane da mesi, a volte da anni, per il popolo palestinese è la seconda buona notizia della giornata. Va celebrata ma con una festa che vuole essere a metà, perché nessuno intende dimenticare neanche per un attimo il dramma più grande, quello di Gaza, giunto alla sua fragile tregua. Quindi sì i clacson, la confusione, le bandiere, free palestine, i petardi, sirene della polizia, i canti, le ambulanze che faticano a passare nel traffico, i bambini sulle spalle dei genitori, ma la chiosa di ogni discorso è, invariabilmente, «piangiamo i morti di Gaza».
«Nel novembre del 2023, durante l’altro scambio, l’esercito israeliano li fece uscire da Ofer solo all’una di notte», ricorda Rand Sofi, una 33 enne che parla un’inglese perfetto e p…
RAMALLAH — Non importa a che ora sfileranno i bus del carcere di Ofer, la gente di Ramallah non si muoverà dalla rotonda della frutta fin quando non li vedrà passare. La liberazione degli altri prigionieri, 95 donne e ragazzini detenuti nelle carceri israeliane da mesi, a volte da anni, per il popolo palestinese è la seconda buona notizia della giornata. Va celebrata ma con una festa che vuole essere a metà, perché nessuno intende dimenticare neanche per un attimo il dramma più grande, quello di Gaza, giunto alla sua fragile tregua. Quindi sì i clacson, la confusione, le bandiere, free palestine, i petardi, sirene della polizia, i canti, le ambulanze che faticano a passare nel traffico, i bambini sulle spalle dei genitori, ma la chiosa di ogni discorso è, invariabilmente, «piangiamo i morti di Gaza».
«Nel novembre del 2023, durante l’altro scambio, l’esercito israeliano li fece uscire da Ofer solo all’una di notte», ricorda Rand Sofi, una 33 enne che parla un’inglese perfetto e porta sulla giacca una spilla con un pugno chiuso. «Lo fanno apposta, pensano che ci stancheremo di stare per strada. In 471 giorni di guerra non hanno ancora imparato che siamo un popolo con la resistenza nel sangue». E che sa attrezzarsi per l’attesa. In meno di un’ora alla rotonda della frutta, come tutti chiamano questo svincolo di Beitunia che si trova a un chilometro dal penitenziario di Ofer, dichiarato zona militare, sono comparsi nell’ordine: un chiosco che vende fagioli bolliti e mais, due baracchini per i dolci, un barile dove bruciare la legna, le scorte dell’acqua, i venditori abusivi di sigarette. Si fa notte mangiando, ma la tensione non è cosa facile da tenere a bada e intorno alle undici un gruppo si avvicina troppo a Ofer, le guardie rispondono lanciando fumogeni e sparando proiettili di gomma, l’aria si fa irrespirabile, istanti di guerriglia urbana, si contano almeno sette feriti. Cosa che fa ritardare ulteriormente la scarcerazione.
Ramallah, corone di fiori sulle teste delle detenute palestinesi per festeggiare la loro liberazione
Dei giovani a volto coperto si sono piazzati al centro della rotonda sin dalle quattro del pomeriggio. «Le pietre sono i nostri kalashnikov», urlano. «Sinwar il nostro eroe», gridano. Cose così. Sono pochi, la folla non li segue però li osserva, fanno rumore e sventolano le bandiere verdi di Hamas, i vessilli gialli del gruppo armato di Fatah, un drappo coi colori palestinesi del Fronte Popolare per la liberazione della Palestina. Nella lista dei 737 detenuti che usciranno a scaglioni durante la prima fase del cessate il fuoco figurano i nomi di molti comandanti delle brigate combattenti, alcuni hanno venti ergastoli sulle spalle per stragi e attentati contro gli israeliani. I passeggeri dei pulmini di stanotte, però, sono altro: quasi tutti detenuti amministrativi, che vuol dire che si sono ritrovati in una prigione dello Stato ebraico senza sapere perché e senza processo. Dania Hanatsheh, 23 anni, studentessa di Economia e Commercio, è sui quei bus. E non è nemmeno la prima volta.
La sua famiglia è rimasta a casa. Non è venuta a Beitania perché non si accontenta della sfilata e dei saluti dal finestrino, dopo cinque mesi vuole toccarla, vuole riabbracciarla. L’appartamento, nel quartiere Masiun a Ramallah, si è riempito delle amiche di Dania. In cucina una trentina di persone, un pentolone che fuma e il televisore sintonizzato su Al Arabiya che trasmette dall’esterno di Ofer. Sarà la tv a comunicare quando Dania è fuori e sta tornando. Sul tavolo del salotto papà Saqer e mamma Nahla hanno messo una foto della ragazza, sulla cornice hanno scritto «il nostro sogno non è mai stato seppellito».
Fumando una sigaretta dopo l’altra, Saqer racconta della notte in cui gliel’hanno portata via. «Era il 18 settembre, sono entrati alle 4 sfondando la porta. Erano dieci soldati dell’Idf. Hanno rivoltato l’appartamento, poi hanno preso Dania e l’hanno trascinata fuori. Ho provato a impedirlo, mi hanno spinto via. Hanno detto “è un’attivista”, è niente più». Dania è una studentessa di Birzeit, l’ateneo conosciuto per essere un luogo dove i giovani fanno politica, partecipa alle manifestazioni contro l’occupazione e contro la guerra. È stata arrestata ad agosto del 2023, prima del 7 Ottobre, e poi rilasciata durante il primo scambio detenuti-ostaggi. Di nuovo dentro lo scorso settembre. «Per un mese non abbiamo saputo niente», ricorda Saqer. «Il nostro avvocato ha poi scoperto che era nella prigione di Haifa, ha sofferto il freddo e la fame, so che è riuscita a farsi delle calze cucendo insieme degli stracci».
Saqer, come tutti da queste parti, è convinto che dopo il 7 Ottobre il governo israeliano abbia aumentato volutamente il numero delle detenzioni amministrative (al momento 3.400) per avere detenuti da scambiare con gli ostaggi di Gaza. Tra i rilasciati di stanotte il nome noto è quello di Khalida Jarrar, la 61 enne politica e attivista per i diritti umani. Il giovane Rayan, che si tiene lontano dal gruppo degli incappucciati che canta per Sinwar, è arrivato da Nablus non per lei, ma per Abadi, suo fratello, arrestato nel maggio del 2023. «Tirava pietre ai coloni che ci rubano la terra». L’avevano messo nel penitenziario di massima sicurezza di Bilboa. A casa farete festa? «Certo, c’è un sacco di cibo, metteremo la musica», fa Rayan, spavaldo.
La famiglia Hanatsheh di proposito non ha preparato niente di speciale per il ritorno di Dania, perché «non si festeggia quando a Gaza ci sono 47mila cadaveri». A Gerusalemme non si può neanche volendo. La casa di Zena Barbar, una detenuta ventenne del Fronte popolare per la liberazione della Palestina, sabato ha ricevuto la visita preventiva dell’Idf. «Quando torna Zena non potete festeggiare, non potete attaccare bandiere palestinesi, non potete parlare con la stampa», è stato l’ordine. Che però alla rotonda della frutta non vale.