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Il cardinale Pizzaballa: “Abu Mazen e Netanyahu non sono più il futuro di questa terra martoriata”

(afp)

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L’intervista al Patriarca Latino di Gerusalemme: “Gli ultimi mesi sono stati un punto di svolta: ci saranno un prima e un dopo. Servono nuove leadership capaci di costruire una narrativa diversa”
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Gerusalemme — Da quindici mesi il cardinale Pierbattista Pizzaballa vive nell’occhio del ciclone. Non che sia del tutto una novità per lui: prima di diventare Patriarca dei latini, nel 2020, viveva a Gerusalemme già dal 1990. Dal 2004, da Custode di Terra Santa, si era trovato più volte in mezzo alle crisi, in difficile equilibrio fra lo Stato di Israele e il governo palestinese in difesa della comunità cristiana, minoranza fra le minoranze.

Ma tutto questo passa in secondo piano rispetto alla bufera che si è scatenata il 7 ottobre 2023: la guerra, l’assedio della piccola comunità cristiana di Gaza, le restrizioni per i cristiani palestinesi e le tensioni fra la Santa Sede e il mondo ebraico. «Effettivamente è stato un anno complicato», ammette il Patriarca davanti un caffè nel suo studio.

Partiamo dalla fine, Eminenza: possiamo dire che con questo cessate il fuoco siamo davanti a una svolta?

«Possiamo dire che era un passo di cui tutta la popolazione aveva bisogno per apri…

Gerusalemme — Da quindici mesi il cardinale Pierbattista Pizzaballa vive nell’occhio del ciclone. Non che sia del tutto una novità per lui: prima di diventare Patriarca dei latini, nel 2020, viveva a Gerusalemme già dal 1990. Dal 2004, da Custode di Terra Santa, si era trovato più volte in mezzo alle crisi, in difficile equilibrio fra lo Stato di Israele e il governo palestinese in difesa della comunità cristiana, minoranza fra le minoranze.

Ma tutto questo passa in secondo piano rispetto alla bufera che si è scatenata il 7 ottobre 2023: la guerra, l’assedio della piccola comunità cristiana di Gaza, le restrizioni per i cristiani palestinesi e le tensioni fra la Santa Sede e il mondo ebraico. «Effettivamente è stato un anno complicato», ammette il Patriarca davanti un caffè nel suo studio.

Partiamo dalla fine, Eminenza: possiamo dire che con questo cessate il fuoco siamo davanti a una svolta?

«Possiamo dire che era un passo di cui tutta la popolazione aveva bisogno per aprire una nuova pagina. La fine della guerra non vuol dire la fine del conflitto: non è chiaro il dopo, chi fa cosa, dove, quando. Ma almeno adesso possiamo parlare del “dopo”, perché c’è un accordo che – per quanto fragile – vuole dare al conflitto un orientamento diverso».

Cosa la preoccupa di più di questo “accordo fragile”?

«Due cose. La prima è che qualcuno possa boicottarlo, perché c’è chi è contrario e non lo nasconde. La seconda è la mancata chiarezza sul futuro: il rischio è passare da un tipo di caos a un altro».

Lei è una delle pochissime persone che sono entrate a Gaza in questi mesi: cosa si è trovato davanti agli occhi?

«Ho visto la distruzione di Aleppo durante la guerra: non è nulla rispetto a Gaza. Ma non solo: la prima volta ero entrato a maggio. A Natale, quando sono tornato, la distruzione era molto maggiore: totale, direi. Le immagini non riescono a rendere il fatto che a Gaza tutto è stato raso al suolo. Né possono trasmettere le montagne di immondizia e i liquami che sono ovunque: per non parlare degli odori. E la gente vive lì, in mezzo alle rovine, senza niente: è stato un colpo molto forte. Quando vedevano che eravamo stranieri, ci chiedevano di tutto: medicine, sigarette, cibo. Tutto. La gente è disperata: ma sorrideva comunque».

Guardando anche al di fuori di Gaza, questa crisi che cosa ha significato per i cristiani in Medio Oriente?

«Una delle domande sul dopo è anche ‘chi resterà?’. Io non credo tutti. Tutto il Medio Oriente durante questa guerra è stato sconvolto: i cristiani hanno vissuto le stesse cose degli altri. E oggi si chiedono: cosa porterà il futuro? Che prospettive ci sono guardando avanti? Questi interrogativi valgono per Gaza, ma anche per la Cisgiordania e per la Siria. Senza risposte chiare, il desiderio di pensarsi altrove è molto forte».

Se allarghiamo lo sguardo a tutta la regione, non solo ai cristiani: che segno lasceranno questi 15 mesi?

«Questi mesi sono stati un punto di svolta. Ci sarà un prima e un dopo. Il prima è chiaro, il dopo no: ma di certo non sarà uguale a quello che era. Ci sarà bisogno di una nuova leadership politica ma anche religiosa, capace di lavorare a una narrativa diversa. La narrativa di una vittoria totale l’uno sull’altro ha portato a disastri, lo abbiamo visto. Abbiamo bisogno di volti nuovi, di una lingua diversa. Sono convinto che questo arriverà, ma certamente non subito: ci vorrà tempo, anche per elaborare tutto quello che è accaduto. Lo status quo non avrà vita lunga, da entrambe le parti. C’è un desiderio di cambiare modalità, ma non è chiaro come, anche perché non ci sono le persone che ci aiutino a elaborare: con tutto il rispetto, Abu Mazen e Netanyahu non saranno il futuro. Potranno anche restare anni, ma non ci sarà una nuova visione se non ci saranno nuovi volti».

Lei ha detto che servirà anche una nuova leadership religiosa: sono stati 15 mesi difficili anche dal punto di vista dei rapporti fra la Chiesa cattolica e l’ebraismo…

«Molto difficili. Anche in questo caso, c’è stato un punto di svolta. È finita l’era del post-Concilio, di ciò che ha costruito il documento Nostra aetate sul dialogo religioso: deve continuare, ma deve anche darsi nuovi modelli e nuove prospettive. Dovrà essere più teologico e meno politico e cominciare ad affrontare ciò che abbiamo sempre evitato: gli argomenti su cui siamo diversi, come l’interpretazione della Bibbia. Non puoi lavorare a una nuova narrativa sul nulla, hai bisogno di fondarla su qualcosa di solido: in questo senso il dialogo interreligioso può essere utile, ma deve affrontare, con rispetto e franchezza, le nostre letture diverse».

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