✕

Tutti gli argini alle deportazioni di migranti volute da Trump

Migranti al posto di frontiera di El Chaparral a Tijuana (reuters)

Ascolta l'audio

Molte le città-santuario dem che rifiuteranno di collaborare alle espulsioni. I fondi dell’Ice – la terribile polizia anti clandestini – sono insufficienti. La scoglio della diplomazia che invece aiutò Biden in un accordo storico con il Messico
2 minuti di lettura

WASHINGTON – Donald Trump l’ha promesso: “Inizierò le deportazioni già dal giorno 1”. Dall’alba di oggi, cioè. Ma uno scoop del Wall Street Journal che indicava Chicago –roccaforte dem e città santuario, ovvero dove i clandestini sono protetti – come primo target dei raid condotti dall’Ice, la temibile polizia anti immigrati, ha scombinato i piani. E Tom Homan, l’ex funzionario appunto dell’Ice che President Trump ha nominato “zar” delle frontiere e delle politiche d’immigrazione, ha dovuto fare retromarcia. Lo conferma ora pure il New York Post citando sue fonti: non solo il blitz di Chicago, ma anche quelli previsti in altre città - New York City fra queste – slittano, ma se si tratta di ore o giorni, nessuno lo sa. Agli agenti è stato imposto il silenzio. Nessuna fuga di notizie sarà più tollerata: «Per non rovinare l’effetto sorpresa».

Di sicuro il progetto di deportare in massa clandestini con precedenti penali (definizione intesa in senso molto ampio, perché riguarda anche pers…

WASHINGTON – Donald Trump l’ha promesso: “Inizierò le deportazioni già dal giorno 1”. Dall’alba di oggi, cioè. Ma uno scoop del Wall Street Journal che indicava Chicago –roccaforte dem e città santuario, ovvero dove i clandestini sono protetti – come primo target dei raid condotti dall’Ice, la temibile polizia anti immigrati, ha scombinato i piani. E Tom Homan, l’ex funzionario appunto dell’Ice che President Trump ha nominato “zar” delle frontiere e delle politiche d’immigrazione, ha dovuto fare retromarcia. Lo conferma ora pure il New York Post citando sue fonti: non solo il blitz di Chicago, ma anche quelli previsti in altre città - New York City fra queste – slittano, ma se si tratta di ore o giorni, nessuno lo sa. Agli agenti è stato imposto il silenzio. Nessuna fuga di notizie sarà più tollerata: «Per non rovinare l’effetto sorpresa».

Di sicuro il progetto di deportare in massa clandestini con precedenti penali (definizione intesa in senso molto ampio, perché riguarda anche persone con precedenti minori, multe stradali comprese) è reale e verrà messo in atto. Ma in cosa davvero consiste l’operazione che s’intende avviare, quanto sarà grande e quanto rapidamente potrà essere conclusa? Ebbene, a determinarlo sarà, in buona parte, la capacità della nuova amministrazione di superare diversi ostacoli. Tra i principali, la resistenza di alcune città e agenzie locali di polizia.

I ribelli

La carenza di budget e personale dell'Immigration and Customs Enforcement. Il numero di cause legali che verranno imbastite contro il governo da parte di gruppi che si occupano di diritti civili, già sul piede di guerra. E pure il tipo di cooperazione dei paesi d’origine di quei migranti: necessaria per accelerare le espulsioni. Attualmente si stima che negli Stati Uniti siano 11 milioni le persone prive di status legale. Un numero enorme da affrontare. Tanto più che Trump, durante il suo primo mandato, riuscì a farne deportare “appena” – si fa per dire - 1,2milioni, come dicono i dati dell’Homeland Security. Decisamente meno dei 2,9 milioni espulsi da Obama durante il primo mandato e l’1,9 milioni del secondo. Ebbene, a limitare Trump allora, fu proprio la ridotta cooperazione delle forze dell'ordine locali, dovuta in molti casi a politiche e leggi d’accoglienza dei singoli Stati. Un’eventualità che potrebbe ripetersi.

Governatori e sindaci democratici hanno infatti già detto che si opporranno ai piani di deportazione. C’è perfino chi ha già approvato ordinanze volte a proteggere i clandestini. E infatti il nuovo presidente già li minaccia: taglierà i fondi a chi rifiuta di collaborare. Ma ogni atto del genere genererà una montagna di cause che andranno discusse in aule di tribunale. Un “giochino” parecchio costoso per lo Stato federale.

I fondi mancanti

Un altro potenziale ostacolo è il buco di 230 milioni di dollari nel bilancio dell'Ice. L’agenzia sta già operando in deficit, dunque. E se il Congresso non gli fornirà in fretta nuovi finanziamenti aggiuntivi - cosa tutt’altro che scontata - potrà agire solo a potenziale ridotto. I costi del programma di deportazione che il tycoon vuol mettere in atto sono d’altronde enormi: stimati intorno agli 88 miliardi di dollari. Non basta: lo “zar” Homan in un’intervista a Nbc ha detto che servono centri di detenzione con almeno 100mila posti letto complessivi: attualmente si arriva a soli 34mila. Numeri che non tornano se si pensa che il direttore uscente dell'Ice P.J. Lechleitner ha detto pubblicamente di avere un elenco di “segnalati” con 8 milioni di nomi, che equivale ad un agente ogni 7mila casi. Di questi 435.719 hanno precedenti penali gravi: 13.099 sono stati condannati per omicidio e 15.811 per violenza sessuale.

La diplomazia

Non ultimo, è necessario un enorme lavoro diplomatico: Biden era riuscito a fare un accordo definito “storico” col Messico affinché questo si riprendesse, oltre ai suoi, pure cittadini di paesi terzi. Ma Trump di accordi non vuol sentir parlare. Preferisce alzare la voce e minacciare di usare i dazi per costringere i paesi d’origine a riprendersi i loro cittadini. Ok; ma come fare con migranti che arrivano dal Venezuela o da Cuba, paesi che non accettano di riprenderseli indietro e dove comunque sarebbe molto pericoloso tornare?Al di là delle parole e dei primi raid spettacolari e simbolici, insomma, i problemi da risolvere per permettere a Trump di mantenere le sue promesse sono ancora moltissimi.

Leggi i commenti