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Gaza, l’odissea degli sfollati: “Non riconosciamo più quali sono le nostre case”

(reuters)

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Rafah — «Quando siamo tornati nel nostro quartiere, non siamo neanche riusciti a trovare casa nostra. Orientarsi era impossibile, c’erano solo macerie». Jamal Abu Halil si è messo in viaggio poco dopo il cessate il fuoco, ma quando ha finalmente raggiunto Rafah, non è riuscito neanche a capire dove fosse il palazzo in cui abitava. Fra edifici sbriciolati, pilastri monchi che non reggono più nulla, carcasse di auto e ambulanze, strade cancellate, ha perso il senso dell’orientamento. «Una volta qui vivevamo bene», mormora.

Era poco più di 14 mesi fa, sembra siano passati anni. E ce ne vorranno almeno 21, dice un report Onu, per rimuovere i 50 milioni di tonnellate di macerie che un anno e due mesi di bombe hanno lasciato nella Striscia. Secondo l’agenzia Onu per gli affari umanitari il 69% degli edifici è stato distrutto, il 92% delle case, l’88% delle scuole, il 68% delle strade. Freddi numeri a cui le immagini che arrivano dalle zone interdette fino al cessate il fuoco danno conc…

Rafah — «Quando siamo tornati nel nostro quartiere, non siamo neanche riusciti a trovare casa nostra. Orientarsi era impossibile, c’erano solo macerie». Jamal Abu Halil si è messo in viaggio poco dopo il cessate il fuoco, ma quando ha finalmente raggiunto Rafah, non è riuscito neanche a capire dove fosse il palazzo in cui abitava. Fra edifici sbriciolati, pilastri monchi che non reggono più nulla, carcasse di auto e ambulanze, strade cancellate, ha perso il senso dell’orientamento. «Una volta qui vivevamo bene», mormora.

Era poco più di 14 mesi fa, sembra siano passati anni. E ce ne vorranno almeno 21, dice un report Onu, per rimuovere i 50 milioni di tonnellate di macerie che un anno e due mesi di bombe hanno lasciato nella Striscia. Secondo l’agenzia Onu per gli affari umanitari il 69% degli edifici è stato distrutto, il 92% delle case, l’88% delle scuole, il 68% delle strade. Freddi numeri a cui le immagini che arrivano dalle zone interdette fino al cessate il fuoco danno concretezza. E dà i brividi.

Jabalia dall’alto è solo un tappeto grigio di palazzi spezzettati. Nel Nord di Gaza, l’ospedale Kamal Adwan sembra una bocca sdentata. Su Rafah, dove un adolescente è stato ucciso mentre tornava nella sua vecchia casa, sembra quasi che ci abbia camminato un gigante, lasciando solo cocci. Il quartiere di Tal Sultan, divenuto tomba di Yayha Sinwar, non c’è più. Per scovare il leader di Hamas, nulla è stato lasciato in piedi.

Macerie che nascondono i corpi di almeno altri diecimila palestinesi, da aggiungere alle 47mila vittime note. Ieri ne hanno trovati 97, tutti a Rafah. Solo pochi portavano addosso documenti parzialmente leggibili. Agli altri si spera di restituire un nome e un volto a partire da vestiti, oggetti, gioielli, allineati sotto un tendone rappezzato. «Ho visto un giubbotto, potrebbe essere di mio cugino. Da mesi non abbiamo notizie», dice Motaz. Almeno altre 2.840 persone, forse vittime di bombe termobariche, vietate dalle convenzioni internazionali ma secondo diverse Ong usate nella Striscia, «sono evaporati», dice la Civil defence agency gestita da Hamas.

Dopo il cessate il fuoco, dalle macerie sono riemersi anche i miliziani, che con un comunicato ufficiale promettono: «Gaza risorgerà». Con i kalashnikov in mano erano in strada a festeggiare l’inizio della tregua, sono diventati presenza discreta il giorno dopo, quando le strade si sono riempite di gente che si fa largo fra le rovine. Bisognerà spostarle e smaltirle, ma i mezzi non ci sono.

Gli aiuti stanno effettivamente arrivando nella Striscia, 634 camion il primo giorno, 324 ieri solo da Rafah. «È anche otto, dieci volte di più di quanto non succedesse fino a qualche giorno fa», dice Francesco Sacchi di Emergency da Deir al Balah. Ma anche le forniture mediche stanno in coda e il cessate il fuoco non ha cancellato la tagliola del “dual use”, il possibile uso anche militare degli aiuti. La definizione è tanto vaga da bloccare stampelle e pompe dell’acqua, pannelli solari e incubatrici.

«Le centrali elettriche non torneranno operative prima di cinque mesi, è urgente far entrare tutto il necessario per riparare le infrastrutture di base», tuonano da Oxfam. E poi acqua, tende, coperte, cibo, farmaci. «Le famiglie - dice Alexandra Saieh di Save the Children - sono intrappolate in un incubo, che senza un ingresso incondizionato di aiuti può solo peggiorare». Ma quando la notte cala al valico di Rafah ci sono ancora camion in fila.

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