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Il popolo Maga nel gelo della capitale per l’insediamento di Trump: “Ci porterà lontano”

Gender, clandestini, economia. La gente di Trump riunita all’Arena chiede al leader di “finire il lavoro”
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WASHINGTON — È la prima volta di Ron Hopkins a Washington: ma passerà la giornata a fissare l’angolo dove la 13esima strada s’innesta su Pennsylvania Avenue. Dalle cinque del mattino alle due del pomeriggio, orario continuato, salvo tre pause per pipì e caffè: te lo racconta quando s’avvicina a chiederti cos’hai nello zaino, rassicurato dalla tessera stampa.

Poliziotto di 24 anni dalla barba rossiccia, è arrivato nella capitale poche ore prima dal Texas: «Non avevo mai provato un freddo così intenso» confessa. «Ieri ci hanno dato canottiere e calzamaglie termiche suggerendoci di camminare ogni tanto. Anche per questo m’avvicino alla gente». La Casa Bianca è dietro l’angolo rispetto all’area che pattuglia. Ma non vedrà il Presidente, la parata, la folla, le bandiere, l’entusiasmo del popolo di Trump: «Non importa. Sto facendo il mio dovere, mi basta. È un onore essere qui».

Heather Klung 59 anni, il cappellino celebrativo imbottito sulla testa ti dice: «Non so ancora se riuscirò …

WASHINGTON — È la prima volta di Ron Hopkins a Washington: ma passerà la giornata a fissare l’angolo dove la 13esima strada s’innesta su Pennsylvania Avenue. Dalle cinque del mattino alle due del pomeriggio, orario continuato, salvo tre pause per pipì e caffè: te lo racconta quando s’avvicina a chiederti cos’hai nello zaino, rassicurato dalla tessera stampa.

Poliziotto di 24 anni dalla barba rossiccia, è arrivato nella capitale poche ore prima dal Texas: «Non avevo mai provato un freddo così intenso» confessa. «Ieri ci hanno dato canottiere e calzamaglie termiche suggerendoci di camminare ogni tanto. Anche per questo m’avvicino alla gente». La Casa Bianca è dietro l’angolo rispetto all’area che pattuglia. Ma non vedrà il Presidente, la parata, la folla, le bandiere, l’entusiasmo del popolo di Trump: «Non importa. Sto facendo il mio dovere, mi basta. È un onore essere qui».

Heather Klung 59 anni, il cappellino celebrativo imbottito sulla testa ti dice: «Non so ancora se riuscirò a vedere il mio presidente da vicino ma mi basta già essere qui, fra la mia gente». È arrivata da Seattle domenica e si è attardata cercando di esplorare i luoghi iconici di Capitol Hill solo per incappare nei controlli col metal detector che si trovano praticamente a ogni blocco. Così ha raggiunto la fila per entrare al Capital One Arena, meta finale della parata presidenziale molto tardi. E alle 12 in punto, come tutte le persone introno a lei, deve seguire il giuramento di Donald Trump e del suo vice JD Vance dal cellulare: costretta in un serpentone che si muove a rilento. E pazienza se gli attivisti antiaborto che esibiscono immensi cartelloni con su immagini raccapriccianti di feti insanguinati, fanno un frastuono infernale.

Quando il nuovo presidente inizia il suo discorso affermando: «La nuova età dell’oro è iniziata» la folla impazzisce: è uno scroscio d’applausi. Per la strada come nei caffè: all’Urban Roast, angolo G con la decima, a decine sono ammucchiati nella saletta piena di schermi tv. Qui solitamente mandano in onda le partite di baseball, ora il faccione di The Donald domina ogni monitor. Ogni frase, un’ovazione. Soprattutto per le promesse più assurde: «Piazzeremo la bandiera a stelle e strisce su Marte». E pure «Cambieremo il nome del golfo del Messico in golfo d’America» scatenano un letterale entusiasmo. Amen, amen, ripetono tanti, come se il neo presidente fosse un profeta incarnato.

Eccolo il Grande Freddo del popolo di Trump. Fatto di temperature polari all’esterno, certo: ma anche da questo happening di massa che li riporta da vincenti nella Washington che li aveva rigettati quattro anni fa dopo appena un mandato. Come vecchi compagni di scuola che devono ritrovare dimestichezza gli uni con gli altri, ma sanno di parlare la stessa lingua. Certo, le temperature polari stringono la città in una morsa di gelo. Ma ci si scalda abbracciando chi non conosce: «E tu da dove vieni?».

L’economia, il futuro, il confine. Ognuno ha un motivo per essere qui. E tutti applaudono il gruppo di afroamericani con le giacche dov’è scritto “We The People” – l’incipit della Costituzione – mentre ritmano “Free at last”, liberi finalmente. Un bel corto circuito culturale pure questo giacché è la frase conclusiva del discorso del sogno di Martin Luther King. «Cosa ci piace di lui? Si è fatto da solo» prova a spiegarti Miles Djalla, venuto da Lebanon, un’ora da qui. «Non l’avevo votato la prima volta ma mi piace la sua resilienza. È una forza della natura, ci porterà lontano. Hanno cercato di fermarlo in ogni modo. Non ci sono riusciti».

C’è il sole, ma il vento è tagliente come una lama. A mezzogiorno il termometro segna meno 4, la massima. Entro sera sarà da record: meno 13. La gente è ben attrezzata. Tommy Cline viene dal Colorado e indossa un completo da sci a stelle e strisce. Sul passamontagna ha piazzato un cappello da cowboy. Aspetta su Pennsylvania Avenue il passaggio della parata. E pazienza se potrà a stento riconoscere il presidente e sua moglie dai vetri oscurati di The Beast, la macchina blindata presidenziale: «Per me potevano tenere tutto all’aperto. Ma se Trump dice che fa troppo freddo allora fa troppo freddo», ride, sussurrandoti la battuta che circola pure fra i fan sfegatati: «Così non avrà problemi con le dimensioni».

Una bandiera tricolore sventola fra la folla: «Siamo quattro vinicoltori del Veneto. Crediamo che Trump con Meloni saranno fautori di cambiamento. A Donald abbiamo mandato le nostre bottiglie, ci ha risposto entusiasta. Siamo venuti apposta dall’Italia con la bandiera in valigia. Stamattina in albergo ci siamo fatti prestare una scopa per issarla. Ci siamo e ti crediamo, questo è il messaggio». Di “turisti” da insediamento ce ne sono tanti: ne incroci di olandesi, giapponesi, indiani, greci, spagnoli.

Arrivati appositamente, condividono lo stesso credo politico: «Ci piace Trump, siamo nazionalisti. Speriamo che scuota anche le nostre nazioni» ti ripetono con accenti diversi. In un Paese dove si viaggia poco è la prima volta a Washington pure di Martha Halls e Karen Colby, 30 e 32 anni, decisamente vistose nel giubbotti rossi coi lustrini e la scritta Proudly American, fieramente americana, sulla schiena. «Nella capitale in mano ai dem non saremmo mai venute ma finalmente se ne sono andati. È l’onore di una vita essere qui. Trump concluderà ciò che aveva iniziato: ha quattro anni per buttar via l’immondizia gender, liberarci dei clandestini, rilanciare l’economia, fare l’America Grande di Nuovo».

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