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Khalida e le palestinesi liberate da Israele: “In cella tra botte e gas”

Khalida Jarrar

 

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La denuncia dell’attivista scambiata con gli ostaggi catturati da Hamas: “In isolamento al gelo e senza lavarci, ci tiravano i lacrimogeni”
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Ramallah — Alla fine libere, ma non liberate dal ricordo degli abusi. Dopo il ritorno a casa, per le 69 donne palestinesi rilasciate dalle carceri di Israele comincia il tempo della denuncia collettiva. «Le guardie gettavano nelle celle il gas lacrimogeno», racconta a Repubblica la 62 enne Khalida Jarrar, deputata del Fronte per la liberazione della Palestina e attivista per i diritti umani, il nome più noto nella lista dei 90 detenuti scambiati al giorno uno della tregua fragile.

«Ci hanno pestato, non ci permettevano di avere contatti con l’esterno, non avevamo alcuna assistenza medica. Per sei mesi mi hanno tenuta in isolamento in una stanza larga un metro e lunga due, senza poter vedere la luce del sole, senza un libro da leggere, talvolta tagliandomi la razione di acqua. Già in passato sono stata nelle prigioni israeliane, però questa volta mi hanno fatto tornare al Medioevo».

Appena si è diffusa la notizia che Khalida Jarrar, insieme ad altre due donne fresche di libertà, …

Ramallah — Alla fine libere, ma non liberate dal ricordo degli abusi. Dopo il ritorno a casa, per le 69 donne palestinesi rilasciate dalle carceri di Israele comincia il tempo della denuncia collettiva. «Le guardie gettavano nelle celle il gas lacrimogeno», racconta a Repubblica la 62 enne Khalida Jarrar, deputata del Fronte per la liberazione della Palestina e attivista per i diritti umani, il nome più noto nella lista dei 90 detenuti scambiati al giorno uno della tregua fragile.

«Ci hanno pestato, non ci permettevano di avere contatti con l’esterno, non avevamo alcuna assistenza medica. Per sei mesi mi hanno tenuta in isolamento in una stanza larga un metro e lunga due, senza poter vedere la luce del sole, senza un libro da leggere, talvolta tagliandomi la razione di acqua. Già in passato sono stata nelle prigioni israeliane, però questa volta mi hanno fatto tornare al Medioevo».

Appena si è diffusa la notizia che Khalida Jarrar, insieme ad altre due donne fresche di libertà, vuole fare un saluto pubblico, la sala parrocchiale della chiesa cattolica di Ramallah si satura di gente e di fumo di sigaretta. Sono tutti qui per lei, la abbracciano, le stringono la mano, hanno tutti qualcosa da dirle. L’hanno vista poche ore fa in tv smagrita e coi capelli grigi, scendeva dal pullman che ha trasportato i detenuti fuori dal penitenziario di Ofer, a Beitunia, dove nei giorni scorsi erano stati concentrati tutti quelli della lista. Sul tetto del bus si erano arrampicati i sostenitori di Hamas per sventolare le bandiere verdi e inneggiare a Sinwar. Ora eccola qui, ritta al lato della porta d’ingresso della sala parrocchiale, la solita Khalida Jarrar, energica, non domata, coi capelli di nuovo scuri e la voce roca.

«Dopo sei mesi ieri è stata la prima volta che ho potuto parlare con qualcuno in carne e ossa». Suo marito Ghassan l’ha aspettata alla rotonda di Beitunia col resto delle famiglie. «Le guardie israeliane non hanno rispetto per noi, ci vogliono togliere la dignità». Il 26 novembre 2023 le forze armate dello Stato ebraico sono andate a prenderla nella sua abitazione di Ramallah: detenzione amministrativa, di nuovo, come negli altri casi per cui si era fatta già cinque anni dentro, quindi anche stavolta non è stata fornita alcuna motivazione né c’è stato un processo. Si presume che il trattamento sia dovuto all’attività politica di Jarrar all’interno del Fplp.

«Sono misure coercitive illegali, mi hanno tolto un altro anno di vita e nessuno si degna nemmeno di dirmi perché», dice Jarrar. «Tantissimi sono nelle condizioni in cui eravamo noi, è un’emergenza nazionale su cui dobbiamo concentrare l’attenzione». Attualmente nei penitenziari israeliani ci sono 10.400 palestinesi, di cui 3.400 in arresto amministrativo. «Per i primi sette mesi io ero a Damon, poi mi hanno trasferita nel Neve Tirtza a Ramla e lì mi hanno chiuso in isolamento. Non sapevo nulla di quanto accadeva all’esterno di quel luogo oscuro, dove non riuscivo a respirare perché la cella o era gelida o era bollente».

Nella lista del primo gruppo di scarcerati oltre alle 69 donne figurano 9 minorenni e 12 uomini condannati dai tribunali israeliani per reati quali incitamento al terrorismo, condotta disordinata, lancio di pietre. Settantotto i residenti in Cisgiordania, 12 a Gerusalemme Est. Hamas sostiene che manchi un detenuto all’appello.

«La cosa più umiliante è la perquisizione corporale», spiega Dania Hanatsheh, 23 anni, studentessa di Economia e Commercio, 5 mesi in detenzione amministrativa ad Haifa, pure lei soffocata di abbracci nella sala parrocchiale di Ramallah. «Siamo rimaste con gli stessi vestiti per settimane, non danno il tempo sufficiente per lavarti, mi hanno picchiato il calcio del fucile sulla testa facendomi uscire il sangue, mi ci sono voluti trenta giorni per recuperare». Una sua coetanea, Rarid Walid Amer, universitaria di Hebron, parla di continue vessazioni da parte delle guardie. «Non ci permettevano di indossare l’hijab e l’abaya, ci lasciavano un minuto al massimo per fare la doccia, una goccia di shampoo alla settimana, alla fine ci pettinavamo con le forchette».

La questione delle scarse condizioni igieniche viene fuori di frequente nelle testimonianze. «Quando potevamo lavare l’unico vestito a disposizione, dovevamo rimanere nude perché non ci erano concessi cambi. Dopo il 7 Ottobre gli agenti sono diventati più violenti, una volta ci hanno radunato in una stanza, cinquanta donne in uno spazio di tre metri per sette, e le forze speciali sono venuti a picchiarci, aizzando i cani per spaventarci».

Sostengono di aver saputo del loro rilascio per scambio con gli ostaggi nelle mani di Hamas poco prima dell’annuncio del cessate il fuoco. Khalida Jarrar, che dopo due ore non è stanca di stringere mani e rispondere alle domande, descrive così come è avvenuta quell’ultima comunicazione. «Ci hanno buttato a terra, ci hanno ammanettato, mi stringevano i polsi e mi hanno tirato i capelli. Poi mi hanno messo su una macchina, e per tre ore sono stata tenuta lì al freddo con l’aria condizionata accesa al massimo. Stavo congelando».

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