KIEV — È amaro il boccone americano per il presidente ucraino. Volodymyr Zelensky ci ha provato in tutti i modi a essere presente alla cerimonia d’insediamento di Trump, invece gli tocca twittare congratulazioni da un altro continente: «Ti auguriamo successo, presidente».
Donald Jr, il figlio del Tycoon, lo canzona persino: lo «strambo» Zelensky dice di aver ritenuto opportuno non partecipare, invece «ci ha provato tre volte, sottobanco», ed è stato respinto. I canali Telegram d’opposizione dicono avesse offerto una fortuna, «centomila dollari», ai lobbisti ucraini in America per fargli avere l’invito. Avrebbe mostrato al mondo che la musica non è cambiata. E invece…
«Oggi è giorno di cambiamento — twitta Zelensky mentre il presidente giura a Washington — e di speranza per la risoluzione di molte sfide globali. Trump è sempre risoluto e la politica di pace attraverso la forza da lui annunciata offre l’opportunità di rafforzare la leadership americana e raggiungere una pace giust…
KIEV — È amaro il boccone americano per il presidente ucraino. Volodymyr Zelensky ci ha provato in tutti i modi a essere presente alla cerimonia d’insediamento di Trump, invece gli tocca twittare congratulazioni da un altro continente: «Ti auguriamo successo, presidente».
Donald Jr, il figlio del Tycoon, lo canzona persino: lo «strambo» Zelensky dice di aver ritenuto opportuno non partecipare, invece «ci ha provato tre volte, sottobanco», ed è stato respinto. I canali Telegram d’opposizione dicono avesse offerto una fortuna, «centomila dollari», ai lobbisti ucraini in America per fargli avere l’invito. Avrebbe mostrato al mondo che la musica non è cambiata. E invece…
«Oggi è giorno di cambiamento — twitta Zelensky mentre il presidente giura a Washington — e di speranza per la risoluzione di molte sfide globali. Trump è sempre risoluto e la politica di pace attraverso la forza da lui annunciata offre l’opportunità di rafforzare la leadership americana e raggiungere una pace giusta e duratura. Ci aspettiamo una cooperazione reciprocamente vantaggiosa. Saremo più forti, insieme».
Da tempo la linea di via Bankova è radicalmente mutata. Le promesse di restaurare i confini del 1991, riconquistando la Crimea e tutto il Donbass compresa la fetta cospicua persa nel 2014, sono finite in soffitta insieme a valanghe di propaganda. La guerra, negli obiettivi dichiarati, è persa: nel Donbass i russi avanzano lenti ma progressivi, e il fronte minaccia di cedere. Stabilizzarlo abbassando a 18 anni la mobilitazione è dubbio nei risultati e insostenibile per popolo e governo. E già si respira aria da campagna elettorale per possibili elezioni in primavera, con la legge marziale che potrebbe essere agli sgoccioli: ci si prepara a un “dopo” che sconta una nuova fase, per complessa che sia, in cui cessi la guerra tritacarne, se non il conflitto.
Ma le aperture di Putin a un negoziato, e le ancora vaghe promesse di un Trump “pacificatore”, sono più potenti di un Iskander: per quelli ci sono i Patriot, per le schermaglie tra superpotenze Kiev è disarmata e diffidente. «Non vedo possibilità di porre fine rapidamente al conflitto: mancano le precondizioni», dice a Repubblica il politologo ed editorialista Andrey Buzarov, secondo cui «c’è la volontà di Putin e Trump di avviare i negoziati, ma gli obiettivi della Russia prefissati prima del 2014 non sono stati raggiunti. I negoziati non significano cessazione delle ostilità: Mosca li utilizza per scopi politici e propaganda».
«Trump lancia appelli generali alla pace senza dettagli — dice Vladimir Fesenko, direttore del think tank Penta — e Putin si congratula in contumacia: gli ha fatto molti complimenti, ma Trump aspetta una chiamata diretta e fanno il gioco della bella statuina: perde chi chiama per primo». «Ora però basta morti», implora Alexy Gurin, docente universitario di Criminologia, che incrociamo nei sottopassi di Maidan in una Kiev meno gelida, ma non meno inquieta: «Trump non porterà la pace. Per avverare le promesse gli basta una tregua. Poi sarà come nel 2014: beh, non è quello che volevamo ma i morti sono troppi», dice.
Molte voci che raccogliamo tastando l’umore sono preoccupate che tregua o pace siano solo premessa per guerre più devastanti: «Trump è il re dei populisti — dice un soldato 22enne, Vitalj Koshenko — promesse e realtà non sono la stessa cosa neppure se urli come fa lui. Servono garanzie concrete». Ma Angelina Janichevska, architetta 76enne in pensione, ci vuole credere: «Se è vero, se negozieranno, sono felicissima. Ci hanno preso in giro tante volte, ma non perdo la speranza: la aspettiamo tutti, la pace». «Trump annuncia una “missione storica” e le sue iniziative possono essere molto forti — ci dice un noto politologo, Ruslan Bortnik — e il Putin conciliante è preoccupato ma accetta la sfida». Che non è il destino dell’Ucraina, avverte, ma «un nuovo equilibrio con gli Usa».