Il parroco di Gaza: “Intorno a noi un panorama dantesco. Non c’è più niente da distruggere”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME – Il silenzio delle prime ore, senza droni né aeroplani sulla testa, e senza il rumore dei bombardamenti in sottofondo. La frutta a tavola, come nelle grandi occasioni. Le campane che suonano a festa quando finalmente le armi si fermano. Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra famiglia, unica chiesa cattolica di Gaza, diventata in questi mesi rifugio della piccola comunità cristiana della Striscia, racconta così la vita dopo il cessate il fuoco che domenica ha interrotto i combattimenti nella Striscia.
Padre, ci racconta come è il giorno dopo?
“La cosa che colpisce di più è il silenzio: capisco che possa sembrare strano, ma per più di un anno sulle nostre teste ci sono stati rumori senza fine, ora c’è silenzio e fatichiamo ad abituarci”.
Cosa avete fatto quando è scattata la tregua?
“Nella fase di incertezza, quando non si capiva se sarebbe davvero iniziata, abbiamo pregato. Per le vittime, per il Papa che ci chiama ogni sera, per il Patriarca che ci sta aiutan…
GERUSALEMME – Il silenzio delle prime ore, senza droni né aeroplani sulla testa, e senza il rumore dei bombardamenti in sottofondo. La frutta a tavola, come nelle grandi occasioni. Le campane che suonano a festa quando finalmente le armi si fermano. Padre Gabriel Romanelli, parroco della Sacra famiglia, unica chiesa cattolica di Gaza, diventata in questi mesi rifugio della piccola comunità cristiana della Striscia, racconta così la vita dopo il cessate il fuoco che domenica ha interrotto i combattimenti nella Striscia.
Padre, ci racconta come è il giorno dopo?
“La cosa che colpisce di più è il silenzio: capisco che possa sembrare strano, ma per più di un anno sulle nostre teste ci sono stati rumori senza fine, ora c’è silenzio e fatichiamo ad abituarci”.
Cosa avete fatto quando è scattata la tregua?
“Nella fase di incertezza, quando non si capiva se sarebbe davvero iniziata, abbiamo pregato. Per le vittime, per il Papa che ci chiama ogni sera, per il Patriarca che ci sta aiutando tantissimo, per la pace. Poi, quando le cose si sono calmate, abbiamo aperto i cancelli del nostro compound e le persone che erano chiuse qui da mesi sono uscite”.
Cosa hanno trovato fuori? Lei cosa ha visto?
“Distruzione. Solo distruzione. Un panorama dantesco. È molto peggio dell’ultima volta che ero uscito, due mesi fa. I parrocchiani sono andati alle loro case: qualcuno l’aveva lasciata intera e l’ha ritrovata distrutta. Altri l’hanno trovata solo danneggiata, magari con qualche stanza colpita ma altre che sono ancora abitabili. Quella di altri era stata saccheggiata. C’è anche chi non si è potuto avvicinare perché c’è ancora l’esercito israeliano”.
Le persone della parrocchia stanno tornando nelle loro case?
“Ne stanno parlando, si devono organizzare. Non c’è acqua, non c’è elettricità, non ci sono servizi: ma già l’idea di stare in due stanze danneggiate è meglio che dividere un’aula di scuola con un’altra famiglia”.
Sulle fasi successive ai primi 42 giorni di cessate il fuoco c’è molta incertezza: voi come la vivete?
“C’è paura che tutto ricominci, è chiaro: ma qui non c’è più niente da distruggere. Ci sono migliaia di cadaveri ancora sotto le macerie, 100 mila feriti da curare: non sappiamo cosa accadrà, ma sappiamo che anche un giorno di guerra in più non sarà la soluzione, come dice sempre il Papa. Qui ci sono due milioni di persone, non andranno via anche se riprendono i bombardamenti”.
Ora che succede?
“Pensiamo alla ricostruzione, anche se non se ne parlerà fino alla seconda fase. Ci servirà aiuto, perché qui non c’è più niente: il Patriarcato latino di Gerusalemme e l’Ordine di Malta hanno già fatto moltissimo per noi portando cibo e aiuti, ma quando si potrà, si dovrà pensare a ricostruire le case. Per ora pensiamo a riaprire la scuola agli studenti esterni alla parrocchia: riaverli qui a studiare sarebbe già una bella cosa”.