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Polveriera Cisgiordania: Israele isola l’enclave e lancia la caccia ai miliziani a Jenin

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Raid, arresti e morti, l’esercito invia nei territori una brigata finora schierata a Gaza City. Droni ed elicotteri sorvolano le città, almeno 9 i morti. Netanayhu: “Agiremo contro i tentacoli dell’asse iraniano”
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NABLUS — Non è mai vera tregua. Le forze armate israeliane hanno appena lanciato un’operazione militare su vasta scala in Cisgiordania, l’hanno chiamata “Muro di ferro” e dicono che durerà. Hamas risponde esortando all’escalation e alla lotta contro lo Stato ebraico. Sono i due contraenti di un accordo fragile siglato a Doha non più tardi di una settimana fa.

Da anni non si vedevano così tanti droni ed elicotteri sorvolare Jenin, la città che per i palestinesi è il simbolo della resistenza all’occupazione. Si alzano colonne di fumo dal campo profughi, esplosioni, razzi sugli edifici, bulldozer blindati che spianano vie, spari sui passanti, sangue per strada. I morti sono nove, per ora. Al terzo giorno di cessate il fuoco a Gaza, il fuoco ricomincia nella piccola Gaza.

«Sono chiuso in casa, se esco i cecchini dell’Idf mi tirano addosso», dice al telefono Barra, un giovane insegnante di inglese appena rientrato nella città sottosopra. «La gente esce solo per fare scorta di carne,…

NABLUS — Non è mai vera tregua. Le forze armate israeliane hanno appena lanciato un’operazione militare su vasta scala in Cisgiordania, l’hanno chiamata “Muro di ferro” e dicono che durerà. Hamas risponde esortando all’escalation e alla lotta contro lo Stato ebraico. Sono i due contraenti di un accordo fragile siglato a Doha non più tardi di una settimana fa.

Da anni non si vedevano così tanti droni ed elicotteri sorvolare Jenin, la città che per i palestinesi è il simbolo della resistenza all’occupazione. Si alzano colonne di fumo dal campo profughi, esplosioni, razzi sugli edifici, bulldozer blindati che spianano vie, spari sui passanti, sangue per strada. I morti sono nove, per ora. Al terzo giorno di cessate il fuoco a Gaza, il fuoco ricomincia nella piccola Gaza.

«Sono chiuso in casa, se esco i cecchini dell’Idf mi tirano addosso», dice al telefono Barra, un giovane insegnante di inglese appena rientrato nella città sottosopra. «La gente esce solo per fare scorta di carne, acqua e medicinali, stiamo tutti ricaricando i telefoni perché da un momento all’altro staccheranno l’elettricità. Ci aspettiamo che sarà lunga». Del resto il primo ad averlo messo in chiaro è Benjamin Netanyahu. «Stiamo agendo con forza contro l’asse iraniano ovunque estenda i suoi tentacoli, Gaza, Libano, Siria, Yemen, la Giudea e la Samaria», annuncia, usando il nome biblico della Cisgiordania. Una dichiarazione non banale, che si comprende se letta tra le righe: il governo di Israele considera questo assedio di Jenin non come una delle tante azioni tattiche contro i miliziani locali e il traffico di armi, piuttosto come l’appendice della guerra cominciata dopo il 7 Ottobre. E che nella Striscia di Gaza, momentaneamente, è in pausa.

Lo Stato maggiore ha dato l’ordine di spostare in Cisgiordania una brigata della 162 divisione che finora era posizionata a nord di Gaza City. «L’obiettivo è la neutralizzazione delle infrastrutture terroristiche e il contenimento della minaccia imminente», dichiarano i generali. L’attacco a Jenin appare come il risarcimento promesso dal premier a Bezalel Smotrich, il ministro riottoso dell’ultradestra messianica scontento per l’intesa di Doha. Non a caso Smotrich saluta con soddisfazione «l’inizio di una lunga e potente campagna militare in protezione dei nostri insediamenti».

Da quando è stato dichiarato il cessate il fuoco la sponda occidentale del Giordano ha ripreso a bollire, a dimostrazione che quel che succede a Gaza non resta mai a Gaza. Gli osservatori delle Nazioni unite contano 11 assalti a villaggi palestinesi da parte dei coloni più estremisti, di cui Smotrich è insieme nume tutelare, finanziatore e sobillatore: un 15 enne palestinese è morto a Sabastia, un soldato riservista dell’Idf è saltato in aria per un ordigno artigianale piazzato lungo la via. Ancora ieri i coloni davano alle fiamme case e macchine degli arabi nei villaggi di Jinasfut e Funduq. E a Tel Aviv in serata quattro israeliani sono stati accoltellati in pieno centro da un uomo poi ucciso dalla polizia.

I bulldozer blindati dell’Idf sono arrivati al mattino e hanno tagliato tutti gli accessi al campo profughi, non si entra e non si esce: quello è territorio del Battaglione Jenin, che raggruppa diverse sigle di miliziani locali e su cui soprattutto Hamas ha potere. L’Idf ha dato ordine di chiudere tutti i check-point sulla strada principale, le 900 barriere stradali disseminate in Cisgiordania e controllate dai militari sono tutte in allarme.

I video che circolano in queste ore, registrati coi telefonini o dalle telecamere di sorveglianza, documentano il ferimento dei civili presi a fucilate mentre camminavano o cercavano di nascondersi. È stata colpita la macchina di una mamma che aveva a bordo un anziano e un bambino, a quanto risulta l’uomo è morto. «Sento una raffica o una bomba ogni due minuti, hanno lanciato dei razzi. C’è un aereo in questo momento che sorvola Jenin in questo istante, un rumore fortissimo», fa in tempo ancora a dire Barra, prima che la linea cada. Il doppio bombardamento dentro al campo profughi — un agglomerato urbano disordinato e disperato sorto nel 1953, abitato da 15 mila persone e soprannominato la piccola Gaza per quanto è martoriato — è stato riferito dai paramedici della Mezzaluna Rossa, che hanno visto i razzi esplodere a pochi metri di distanza. «Non è il solito assalto», sostiene il professor Ayman Yousef, docente di Relazioni internazionali e soluzioni di conflitti all’Arab American University, anche lui come tutti tappato in casa. «Sono troppi i droni e i mezzi coinvolti, questo è un segnale. Netanyahu vuole accontentare Smotrich e la destra estremista, rassicurarli sul fatto che la tregua di Gaza non significherà riconoscere un ruolo all’Autorità nazionale palestinese».

Giusto una settimana fa a Jenin si era chiuso un mese di scontri mortali tra le forze di sicurezza dell’Anp e i miliziani del campo profughi: erano sembrati la candidatura di Abu Mazen al controllo della Striscia a conflitto finito, un modo per dimostrare di essere in grado di mantenere l’ordine. La mossa di Netanyahu spariglia tutto e le conseguenze reali sugli accordi di Doha si capiranno solo nei prossimi giorni. Per adesso non spezza la fragile tregua, ma neppure la rafforza.

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