Strasburgo – Pronti a trattare con Donald Trump ma senza permettergli di disarticolare l’Unione europea o di farci rinunciare ad essa. Decisi a difendere l’Ucraina ma disponibili a un salto di qualità nella spesa militare come reclamato dal nuovo presidente americano. Il Parlamento europeo riunito a Strasburgo diventa per un giorno la piazza dell’orgoglio comunitario e degli ideali unitari. Da Ursula von der Leyen ad António Costa da Donald Tusk a Kaja Kallas, tutti cercano allora di mettere in campo un primo tentativo di risposta alla Casa Bianca e aprono alla possibilità di aumentare gli investimenti per la Difesa fino al 5 per cento del Pil. Una cifra monstre, considerato che adesso gli alleati europei della Nato complessivamente sfiorano il 2 e l’Italia sta ben al di sotto.
«Quando arriverà il momento di negoziare – ha detto in aula la presidente della Commissione – saremo pragmatici nel cercare un terreno comune. Ma voglio anche che sappiate che resteremo sempre fedeli ai no…
Strasburgo – Pronti a trattare con Donald Trump ma senza permettergli di disarticolare l’Unione europea o di farci rinunciare ad essa. Decisi a difendere l’Ucraina ma disponibili a un salto di qualità nella spesa militare come reclamato dal nuovo presidente americano. Il Parlamento europeo riunito a Strasburgo diventa per un giorno la piazza dell’orgoglio comunitario e degli ideali unitari. Da Ursula von der Leyen ad António Costa da Donald Tusk a Kaja Kallas, tutti cercano allora di mettere in campo un primo tentativo di risposta alla Casa Bianca e aprono alla possibilità di aumentare gli investimenti per la Difesa fino al 5 per cento del Pil. Una cifra monstre, considerato che adesso gli alleati europei della Nato complessivamente sfiorano il 2 e l’Italia sta ben al di sotto.
«Quando arriverà il momento di negoziare – ha detto in aula la presidente della Commissione – saremo pragmatici nel cercare un terreno comune. Ma voglio anche che sappiate che resteremo sempre fedeli ai nostri principi europei». Dopo i primi momenti di stordimento, dunque, i vertici istituzionali di Bruxelles hanno iniziato a constatare che il mondo è entrato «in una nuova era di dura competizione geostrategica».
«Le regole di ingaggio – ha spiegato von der Leyen – stanno cambiando. A noi europei questa nuova realtà non piace, ma dobbiamo affrontarla. I nostri valori non cambiano». Il riferimento è alla minaccia dei dazi cui, come ha confermato il Commissario agli affari economici Valdis Dombrovskis, l’Ue potrebbe rispondere con dei “contro-dazi”. Ma anche al pericolo di una guerra sempre vicina ai nostri confini.
E allora per tutelare gli ideali europei qualcosa deve cambiare. «L’Europa – ha ripetuto il premier polacco Donald Tusk, presidente di turno del Consiglio Ue – non è perduta. Finché siamo vivi, dobbiamo alzare la testa», ma va compreso che «la sicurezza è fondamentale» e quindi l’impegno sul versante militare deve crescere. Proprio perché l’alleato tradizionale americano non fornisce più le stesse garanzie degli ultimi 80 anni. Secondo il capo del governo di Varsavia, quindi, «per evitare che la storia ripeta i dolori della guerra, dobbiamo essere tutti forti, armati e determinati. Non trascurate questa sfida del 5% del Pil per la spesa militare».
È vero che i membri dell’Europa dell’est, come la Polonia, sono più sensibili alla minaccia russa, ma il tema è ormai trasversale dentro l’Unione. E infatti anche l’Alto rappresentante per gli Affari esteri, l’estone Kaja Kallas, dà ragione a Trump sulla Difesa: «È tempo di investire. L’anno scorso i Paesi Ue hanno speso collettivamente una media dell’1,9% del Pil. La Russia il 9%». Poi, andando un po’ in controtendenza rispetto alle analisi degli ultimi anni, ha sostenuto che non c’è bisogno di un esercito comune ma di 27. Una tesi che ha sorpreso molto a Bruxelles. Anche il commissario alla Difesa – un altro baltico – il lituano Andrius Kubilius pone l’obiettivo del 5-6 per cento.
Tra dieci giorni si terrà un Consiglio europeo informale proprio per discutere questi temi. Ma fino a quando la Germania non avrà chiuso la sua campagna elettorale con il voto del 23 febbraio e finché la Francia non avrà riconquistato un minimo di stabilità, non sarà facile concordare una linea comune. Almeno a 27. La teoria dell’Ue a due velocità sta tornando d’attualità.