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Sul palco di Davos Milei celebra l’avanzata della tecnodestra

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Il racconto. Prima del ritorno trionfale di Trump, proprio dal forum in Svizzera l’argentino aveva lanciato un anno fa il suo primo grande affondo internazionale allo Stato, al femminismo, all’aborto, all’ambientalismo
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DAVOS — Sul palco di Davos è il giorno di giubilo dell’internazionale delle destre. Apre le celebrazioni al mattino, a modo suo, il presidente argentino Javier Milei, rivendicandone una sorta di primogenitura. «Un anno fa ero qui davanti a voi da solo a dire alcune verità sullo stato del mondo occidentale – dice alla platea del World economic forum – nell’ultimo anno ho incontrato tanti compagni». Il più importante è Donald Trump, che parlerà in videoconferenza qualche ora dopo. Non l’unico: c’è il «meraviglioso» Elon Musk, «ingiustamente vilipeso» per il suo «innocente» saluto nazista, la «feroce dama italiana, la mia cara amica Giorgia Meloni», il presidente di El Salvador Bukele, il primo ministro ungherese Orbàn e quello israeliano Netanyahu. Uniti, dice lui, dalla difesa dal valore della libertà contro il grande avversario, «il cancro da estirpare della sinistra woke».

DAVOS — Sul palco di Davos è il giorno di giubilo dell’internazionale delle destre. Apre le celebrazioni al mattino, a modo suo, il presidente argentino Javier Milei, rivendicandone una sorta di primogenitura. «Un anno fa ero qui davanti a voi da solo a dire alcune verità sullo stato del mondo occidentale – dice alla platea del World economic forum – nell’ultimo anno ho incontrato tanti compagni». Il più importante è Donald Trump, che parlerà in videoconferenza qualche ora dopo. Non l’unico: c’è il «meraviglioso» Elon Musk, «ingiustamente vilipeso» per il suo «innocente» saluto nazista, la «feroce dama italiana, la mia cara amica Giorgia Meloni», il presidente di El Salvador Bukele, il primo ministro ungherese Orbàn e quello israeliano Netanyahu. Uniti, dice lui, dalla difesa dal valore della libertà contro il grande avversario, «il cancro da estirpare della sinistra woke».

È un dato di fatto: prima del ritorno trionfale di Trump, quando ancora sembrava difficile, il segnale di un vento diverso è stato Milei. Un anno fa qui a Davos, dove arrivò poche settimane dopo aver vinto le elezioni, il suo attacco allo Stato, al femminismo, all’aborto, all’ambientalismo non fu meno violento. Almeno ad alcuni però poteva sembrava un folkloristico accidente della storia latinoamericana, mentre dietro le quinte e a porte chiuse i ministri del suo gabinetto provavano a rassicurare la comunità degli investitori sul fatto che non fosse folle.

Quest’anno, davanti all’elite globale degli affari, avrebbe una storia economica di successo da raccontare, quella della cura ultraliberale – la motosega - che ha imposto all’Argentina. Criticabile e criticata, visto che la povertà del Paese è schizzata a livelli ancora più drammatici. Ma con molti punti positivi agli occhi degli osservatori internazionali e dal grande creditore, il Fondo monetario: deficit azzerato, inflazione che rientra, aspettative di crescita che aumentano.

Invece i suoi successi interni Milei li liquida in poche battute, per poi descrivere per mezz’ora il manifesto ideologico della destra populista e nazionalista. Anche perché è soprattutto una retorica, oltre che l’opportunismo, che sembra avvicinare leader e destre per molti aspetti diversi, l’ultraliberale Milei e il miliardario protezionista Trump, l’underdog sovranista Meloni – unica donna forte tra uomini forti - e l’autocrate Orbàn: la promessa di dare voce a chi l’aveva persa, i sommersi o gli spaesati della globalizzazione, la rivincita di una identità tradizionale contro valori e regole imposti dall’alto, da un élite mondiale chiusa nel suo castello dorato.

«L’ideologia assassina di cui molti Stati e l’Unione europea sono statti il braccio armato», dice il presidente argentino. Che poi attacca lo stesso forum di Davos di cui è ospite, dove quei valori – magari solo a parole e con una buona dose di ipocrisia – quell’élite li ha sempre promossi: «Un anno fa le mie parole furono ricevute con una certa sorpresa e stupore da buona parte dell’establishment politico, economico e mediatico dell’Occidente».

Oggi invece la turbodestra avanza, spinta dalla vittoria di Trump e dai tweet di Musk. E a Davos si fa fatica a trovare un leader capace di difendere con la stessa energia le ragioni della lotta al cambiamento climatico, della redistribuzione, della diversità, del multilateralismo.

La platea è freddina con Milei, l’applauso formale, qualcuno si alza e se ne va prima della fine, certi eccessi non sono ancora del tutto sdoganati. Qualche ora dopo però, quando sul maxischermo del centro congressi appare la facciona di Trump, il clima è molto diverso. In realtà il presidente americano dice cose molto simili, molto poco in linea con lo spirito di Davos: attacca la «truffa» verde, le «insensate» politiche sulla diversità e l’inclusione, rivendica che grazie a uno dei suoi primi ordini esecutivi i generi in America saranno solo due, maschio e femmina.

Ma la violenza verbale non è la stessa, Trump la definisce «la rivoluzione del buon senso», interpreta se stesso in un modo che fa ridere. Quando è lui a proclamare la libertà dalle regole, le parole magiche che fanno brillare gli occhi alla comunità degli affari, l’applauso arriva molto convinto.

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