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Via Zelensky e l’Ucraina mai nella Nato: ecco le condizioni di Putin per la pace

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Il capo del Cremlino vuole nuove elezioni, la smilitarizzazione del Paese e le regioni occupate del Donbass
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MOSCA — Non saranno di certo gli ultimatum a convincere Vladimir Putin a siglare la pace in Ucraina. Davanti alla minaccia di «tasse, dazi e sanzioni se non verrà raggiunto un accordo» agitata da Donald Trump, il Cremlino non si scompone. «Nulla di nuovo», commenta il portavoce Dmitrij Peskov. «Restiamo pronti al dialogo», assicura però, purché sia «un dialogo su un piano di parità e nel rispetto reciproco». Il nodo è tutto qui: “la parità”.

Finora Putin ha scelto la strada delle lusinghe per titillare l’ego di Trump, anche se in una mossa mirata il primo colloquio post-insediamento lo ha avuto non con lui, ma col cinese Xi Jinping. Per Putin parlare con Trump, al telefono e poi spera faccia a faccia, sarebbe di per sé una vittoria: la fine dell’isolamento, il riconoscimento della sua potenza. Perciò, osserva il suo ex “speechwriter” Abbas Galljamov, «per ora punta a non litigare con Trump».

La strada per l’accordo è, invece, stretta e piena di insidie. Anche perché Putin è f…

MOSCA — Non saranno di certo gli ultimatum a convincere Vladimir Putin a siglare la pace in Ucraina. Davanti alla minaccia di «tasse, dazi e sanzioni se non verrà raggiunto un accordo» agitata da Donald Trump, il Cremlino non si scompone. «Nulla di nuovo», commenta il portavoce Dmitrij Peskov. «Restiamo pronti al dialogo», assicura però, purché sia «un dialogo su un piano di parità e nel rispetto reciproco». Il nodo è tutto qui: “la parità”.

Finora Putin ha scelto la strada delle lusinghe per titillare l’ego di Trump, anche se in una mossa mirata il primo colloquio post-insediamento lo ha avuto non con lui, ma col cinese Xi Jinping. Per Putin parlare con Trump, al telefono e poi spera faccia a faccia, sarebbe di per sé una vittoria: la fine dell’isolamento, il riconoscimento della sua potenza. Perciò, osserva il suo ex “speechwriter” Abbas Galljamov, «per ora punta a non litigare con Trump».

La strada per l’accordo è, invece, stretta e piena di insidie. Anche perché Putin è fiducioso in una vittoria finale in Ucraina, dove il suo esercito avanza, e non è disposto a fare concessioni. Stando a fonti di Repubblica, parte dalle seguenti richieste irricevibili. Innanzitutto vuole nuove presidenziali in Ucraina. Ufficialmente per poter negoziare con un presidente legittimo e Volodymyr Zelensky ai suoi occhi non lo è perché il suo mandato è scaduto il 21 maggio e, in virtù della legge marziale, non ha indetto nuove elezioni. In realtà per instaurare un governo ucraino “amico”. Secondo, no all’ingresso di Kiev nella Nato. Rinviarne l’adesione non gli basta.

Vuole raggiungere un’intesa su una nuova architettura della sicurezza «indivisibile ed eguale» in Europa o — come insiste — in Eurasia eliminando le «cause profonde del conflitto», il che passa anche dallo smantellamento delle forze ucraine e dall’assenza di truppe straniere sul suo territorio. Infine, il riconoscimento di quelle che chiama «nuove realtà territoriali»: oltre alla penisola di Crimea, le quattro regioni annesse nel 2022, Donetsk, Lugansk, Zaporizhzhia e Kherson, compresa la parte che non controlla oltre l’attuale linea di contatto, la riva del Dnipro.

L’unico margine di trattativa è uno scambio tra il territorio che occupa a Kharkiv con la parte di Kursk sotto controllo ucraino, benché conti di riconquistarla prima di eventuali trattative.

L’obiettivo finale è un’Ucraina amica, neutrale, smilitarizzata e persino smembrata. Il leader del Cremlino vuole, di fatto, ridisegnare una «nuova Jalta» in una trattativa alla pari con Trump. In un’intervista con Komsomolskaja Pravda, l’ex segretario del Consiglio di Sicurezza russo Nikolaj Patrushev ha detto di non escludere che «nel prossimo anno l’Ucraina cessi di esistere del tutto». E ha insistito che «i negoziati debbano svolgersi tra Russia e Stati Uniti, senza il coinvolgimento di altri Paesi occidentali. Non abbiamo nulla da discutere con Londra o Bruxelles». Sergej Karaganov, presidente del Consiglio per la politica estera e di difesa, lo ha ribadito in un articolo su Profil: «È necessario allontanare l’Europa dalla soluzione dei problemi mondiali. La pace potrà essere stabilita nel subcontinente solo quando la spina dorsale dell’Europa sarà nuovamente spezzata».

E pazienza se tocca aspettare. Putin per primo dubita che il dialogo con Trump porterà a una svolta significativa. «L’unico momento facile in questo dialogo sarà il suo inizio», ha detto il consigliere Dmitrij Suslov al media online Vzgljad. I falchi invitano, anzi, a non essere impazienti. «Qualsiasi opzione di pace in cui un’Ucraina filo-occidentale sopravvivesse deve essere impedita a tutti i costi. Per Mosca qualsiasi cosa che non sia una vittoria completa equivale a una sconfitta», ha scritto l’analista Dmitrij Trenin su Profil. Putin si riterrà soddisfatto solo quando la vecchia Russia sarà restaurata e il mondo diviso tra superpotenze in una nuova Jalta. «Se tale “pace” venisse conclusa — osserva però il politologo indipendente Fjodor Krasheninnikov — l’intero ordine mondiale del dopoguerra crollerebbe».

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