Israele-Gaza, Nusseibeh: “Ci vorrà tempo ma due Stati sono possibili. Nessuno vince con la violenza”
dalla nostra inviata Francesca CaferriGERUSALEMME — Sari Nusseibeh è un teorico del tempo lungo della Storia. Solo così si può spiegare il fatto che 31 anni dopo essere stato fra i protagonisti degli Accordi di Oslo, dopo più di 46mila morti a Gaza e mentre la Cisgiordania vive continue esplosioni di violenza, questo professore di Filosofia, a lungo preside della Al Quds, la principale università palestinese, resti ottimista sul futuro della sua terra.
«Nessuna delle due parti con i metodi che ha usato finora è riuscita ad ottenere quello che voleva. Prima o poi, capiranno che così nessuno vince», ragiona fra una sigaretta e l’altra. Tempo lungo, dunque: lo raccontano anche il busto di Platone accanto alla scrivania, la biografia di Leonard Cohen sullo scaffale e il libro che ha appena finito di leggere, Il Dio delle Piccole Cose di Arundhati Roy. Storie e idee che invecchiano bene, come le sue: a 75 anni, Nusseibeh è considerato una delle più importanti voci del popolo palestinese.
Professore, sono passati 15 mesi e…
GERUSALEMME — Sari Nusseibeh è un teorico del tempo lungo della Storia. Solo così si può spiegare il fatto che 31 anni dopo essere stato fra i protagonisti degli Accordi di Oslo, dopo più di 46mila morti a Gaza e mentre la Cisgiordania vive continue esplosioni di violenza, questo professore di Filosofia, a lungo preside della Al Quds, la principale università palestinese, resti ottimista sul futuro della sua terra.
«Nessuna delle due parti con i metodi che ha usato finora è riuscita ad ottenere quello che voleva. Prima o poi, capiranno che così nessuno vince», ragiona fra una sigaretta e l’altra. Tempo lungo, dunque: lo raccontano anche il busto di Platone accanto alla scrivania, la biografia di Leonard Cohen sullo scaffale e il libro che ha appena finito di leggere, Il Dio delle Piccole Cose di Arundhati Roy. Storie e idee che invecchiano bene, come le sue: a 75 anni, Nusseibeh è considerato una delle più importanti voci del popolo palestinese.
Professore, sono passati 15 mesi e siamo ancora nel pieno del circolo della violenza: c’è un cessate il fuoco a Gaza, ma la Cisgiordania sta esplodendo. Come se ne esce?
«Al momento, tutto è bloccato. L’Autorità nazionale palestinese è indebolita, ma non fa molto per cambiare. Si sente depositaria del progetto politico di creazione dello Stato, capisce che dare ad Hamas la possibilità di prendersi ulteriormente la scena è rischioso ma non riesce a imporsi: anche perché nessuno dei consessi internazionali a cui si è rivolta, dalle Nazioni Unite in giù, fa molto per aiutarla. Hamas da parte sua punta sulla resistenza armata: ma la resistenza armata non sta liberando la Palestina, anzi. Israele è fermo nella feroce volontà di sradicare quello che vede come l’Asse del male e agisce come se tutti noi fossimo terroristi. E lo fa con una violenza che porta i palestinesi a dire che tutti gli israeliani sono il Male. Quindi vede, tutto bloccato».
Lei non lascia spazio all’ottimismo…
«No, non è vero, lei sbaglia. Io sono ottimista, ma nel lungo periodo: non ho molta speranza per i prossimi mesi, questo sì. Se devo dirle, sono più preoccupato per il lato israeliano che non per il nostro: noi palestinesi abbiamo già dimostrato di essere in grado di voltare pagina e di accettare la soluzione dei Due Stati anche dopo grandi sofferenze. Lo abbiamo fatto nel ’48, dopo la Nakba, e ancora nel ’67. Ma gli israeliani no: sono abituati a vincere, gli ci vorrà molto tempo per tornare a considerarci umani. E ad accettare che non possono vincere sempre, ma possono trattarci da buoni vicini».
L’idea di voltare pagina dopo 46mila morti non è molto diffusa fra i palestinesi: secondo i sondaggi il consenso per Hamas è ancora alto…
«Minoranza e maggioranza sono concetti relativi e dipendono dalle circostanze. Nel ’91, prima della conferenza di Madrid, Hamas non voleva che la delegazione palestinese partecipasse all’incontro e proclamò uno sciopero: sembrava che ci sarebbe stata un’adesione massiccia, ma nel giro di 24 ore la gente che era a favore del dialogo, uscì in strada e lavorò per dare supporto alla delegazione, parlando di pace e di futuro. Lo scioperò non ci fu, la delegazione partì: minoranza e maggioranza si rovesciarono in poche ore».
Si aspettava lo show di forza fatto da Hamas al momento del rilascio delle tre donne israeliane?
«No. Impressionante. Gettato in faccia a Israele per dire che il diavolo che per 15 mesi avevano cercato di distruggere era ancora lì. Ma anche ai palestinesi per dire che erano loro a comandare: e a liberare i prigionieri che sarebbero arrivati a Ramallah».
A proposito di prigionieri, lei conosce Marwan Barghouti da decenni: pensa che Israele lo libererà? E se sì, crede che sia in grado di guidare i palestinesi come tanti sperano?
«Se ci sarà la seconda fase dell’accordo, la possibilità che esca è reale. Sul resto, posso dirle che Marwan è un leader nato, lo era già all’università. Gli israeliani dicono che con la Seconda Intifada ha sviluppato idee estreme, io non sono d’accordo: Marwan è un uomo pratico. Se vedesse la possibilità di raggiungere i Due Stati lavorerebbe per l’obiettivo, ma se non avesse davanti a sé nessuna possibilità….allora, le cose non cambierebbero molto, neanche con lui libero».
In conclusione, se le chiedo dove andiamo…
«Le rispondo che serve pazienza. Non perdere la speranza, lavorare per riportare un po’ di sanità mentale nella regione, non pensare solo al ‘giorno dopo’ ma anche al giorno dopo del giorno dopo».