Trump, il nuovo ordine mondiale
dal nostro corrispondente Paolo MastrolilliNew York — Minacce di dazi all’Europa, cercando di smantellare la Ue attraverso le relazioni dirette con i singoli stati; pressioni sull’Opec affinché abbassi il prezzo del petrolio, anche per costringere la Russia a terminare la guerra in Ucraina; spinte sulla Cina unite alle aperture, con l’obiettivo di coinvolgerla nel negoziato per la riduzione delle armi nucleari. Ci sono alcune novità sostanziali, nel primo discorso rivolto al mondo dal giuramento per il secondo mandato, che il presidente Trump ha tenuto collegandosi in video al Forum di Davos.
Europa e dazi
Tenendo presente che si rivolgeva ad una platea di politici, ma soprattutto di imprenditori e finanzieri, il capo della Casa Bianca ha detto che «il mio messaggio alle aziende è chiaro: producete in America. Se non lo farete, dovrete pagare i dazi». Si rivolgeva a tutto il mondo, offrendo la promessa di agevolazioni fiscali, deregolamentazione e condizioni favorevoli alle imprese, per attirarle a costruire fabbriche neg…
New York — Minacce di dazi all’Europa, cercando di smantellare la Ue attraverso le relazioni dirette con i singoli stati; pressioni sull’Opec affinché abbassi il prezzo del petrolio, anche per costringere la Russia a terminare la guerra in Ucraina; spinte sulla Cina unite alle aperture, con l’obiettivo di coinvolgerla nel negoziato per la riduzione delle armi nucleari. Ci sono alcune novità sostanziali, nel primo discorso rivolto al mondo dal giuramento per il secondo mandato, che il presidente Trump ha tenuto collegandosi in video al Forum di Davos.
Europa e dazi
Tenendo presente che si rivolgeva ad una platea di politici, ma soprattutto di imprenditori e finanzieri, il capo della Casa Bianca ha detto che «il mio messaggio alle aziende è chiaro: producete in America. Se non lo farete, dovrete pagare i dazi». Si rivolgeva a tutto il mondo, offrendo la promessa di agevolazioni fiscali, deregolamentazione e condizioni favorevoli alle imprese, per attirarle a costruire fabbriche negli Usa. Per chi non intendesse farlo, però, sull’altro piatto della bilancia ci saranno i dazi da pagare per accedere al mercato americano. Il discorso riguarda tutti, ma in particolare noi: «L’Europa ci ha trattato molto male, farò qualcosa in merito al nostro deficit commerciale con l’Ue. Abbiamo grosse lamentele» con Bruxelles. Trump ha lamentato che Bruxelles «vuole soldi dalle nostre società come Apple e Google», evidentemente riferimento ai tentativi europei di far pagare le tasse a Big Tech sugli ampli fatturati che realizza nel Vecchio Continente. I dazi non li ha ancora annunciati e queste potrebbero essere minacce per negoziare, ma bisogna aspettarseli.
La Ue è un’antica fissazione di Trump, che ha almeno due aspetti. Il primo è il business (ha citato anche esperienze personali), perché accusa gli europei di approfittarsi degli Usa, rifiutando di acquistare i prodotti agricoli e le auto americane, ma invadendo il suo Paese con le loro esportazioni. Il secondo è di sistema, perché Bruxelles scarica su Washington i costi della difesa, in modo da liberare risorse da usare su altri tavoli, incluso un generoso assistenzialismo sociale inesistente sull’altra sponda dell’Atlantico. In realtà il deficit commerciale non è grande come lui lo descrive, perché quello che gli Usa perdono negli scambi dei settori manifatturiero e agroalimentare, lo recuperano in gran parte nei servizi. Ma Trump, oltre ad avere recriminazioni economiche, non sopporta la Ue perché la vede come rivale sullo stesso piano degli Usa. Perciò ha detto di «amare» i nostri Paesi, nella speranza che leader come la premier italiana Meloni o l’ungherese Orban puntino a trattare direttamente con lui, scardinando così le istituzioni continentali, che invece ha attaccato.
Russia, Ucraina e petrolio
Trump ha ripetuto concetti già noti su questo tema, insistendo in particolare sul folle costo umano del conflitto: «La guerra non sarebbe mai dovuta iniziare. Molte più persone sono morte di quanto viene detto Ci sono già stati milioni di morti come ai tempi della Seconda guerra mondiale». Quindi ha aggiunto: «Mi piacerebbe incontrare Putin presto. Lo vedrei immediatamente. L’Ucraina è pronta a un accordo per la fine della guerra». Zelensky in effetti ha dichiarato di essere aperto a trattare: quella che manca è dunque la disponibilità di Putin. Trump però ha aggiunto un paio di elementi, che lasciano intendere come voglia fare leva soprattutto sulle difficoltà economiche di Mosca per convincerla ad accettare il negoziato. E ha chiesto a Pechino di premere sullo zar, «perché la Cina ha potere su di lui».
Mercoledì aveva minacciato di imporre nuove sanzioni sui beni esportati dalla Russia, che sembrava un segnale politico più di una ritorsione concreta, perché gli scambi commerciali sono già ridotti ai minimi. Ieri ha aggiunto che «chiederò all’Opec e a Riad di abbassare i prezzi del petrolio. Se il petrolio costasse meno, la guerra tra Russia e Ucraina finirebbe immediatamente». E qui il discorso cambia. Se Mosca è riuscita finora a sostenere la sua economia di guerra, è stato quasi esclusivamente grazie alle esportazioni di energia, che sono proseguite. È noto però che se il prezzo del petrolio scendesse sotto una certa soglia, restare a galla per Putin diventerebbe quasi impossibile.
Proprio ieri, prima di intervenire a Davos, Trump ha avuto una conversazione telefonica col principe saudita Mohammed bin Salman, con cui ha un rapporto molto più amichevole del predecessore Biden. Riad ha bisogno di Washington per difendersi dall’Iran (con il quale Trump ha detto di volere un accordo), costruire le sue infrastrutture nucleari civili e magari entrare negli Accordi di Abramo, non solo per riconoscere Israele, ma anche per creare le basi della modernizzazione della sua economia. Sono interessi enormi, e per soddisfarli bin Salman potrebbe fare il favore di ridurre il prezzo del petrolio, per un periodo sufficiente a costringere Putin al tavolo del negoziato con l’Ucraina.
Cina e nucleare
Trump ha ripetuto che il rapporto commerciale con Pechino «è squilibrato e bisogna correggerlo. Abbiamo un enorme deficit». Poi però ha aggiunto di avere «un ottimo rapporto con Xi», lasciando intendere che non ha imposto i dazi del 10% e oltre, perché vuole ancora usare questa minaccia allo scopo di spingere Pechino a un accordo. Nello stesso tempo, però, ha ricordato come durante il suo primo mandato Putin volesse «la denuclearizzazione. Avevamo avuto una discussione sull’argomento e ne ho avuta una anche con la Cina». L’obiettivo era ridurre tutti gli arsenali, perché era la cosa giusta da fare per la sicurezza globale, ma anche per risparmiare risorse economiche da usare in altri campi. Pechino non aveva accettato di partecipare al negoziato a tre, perché era indietro rispetto a Washington e Mosca sul numero delle testate e voleva recuperare. Ora Trump rilancia questa proposta, nella speranza che rappresenti un incentivo al dialogo per Xi.
Green deal e carbone
«L’industria green è un imbroglio. Lasceremo che la gente compri le auto che vuole». Il messaggio qui è noto, ma Trump ci ha aggiunto questo: «Il carbone è una buona risorsa di back-up, non teme né il clima né le bombe. Costa poco, è bello e pulito e negli Usa ne abbiamo tantissimo, così come abbiamo tantissimo gas e petrolio». È una promessa elettorale fatta agli stati produttori che lo hanno votato, può cambiare solo se troveranno altrettanta convenienza a cambiare.