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Ucraina, Putin si inchina a Trump. Lavrov: “Nessun ruolo per l’Italia”

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Il presidente russo: “Se ci fosse stato lui la crisi non sarebbe scoppiata”. Zelensky: il Cremlino vuole manipolare il capo della Casa Bianca”
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MOSCA — È il momento dell’adulazione. Agli schiaffi dei giorni scorsi di Donald Trump, Vladimir Putin risponde persino tendendo la mano. «Non posso che essere d’accordo con lui sul fatto che se fosse stato presidente, se la sua vittoria non fosse stata rubata nel 2020, forse non ci sarebbe stata la crisi in Ucraina», dice dando man forte alle rivendicazioni del tycoon. Lascia cadere le provocazioni di Trump, i suoi giudizi taglienti — «Putin sta distruggendo la Russia» — o le minacce di «alzare tasse, dazi e sanzioni».

«Ho sempre avuto un rapporto esclusivamente professionale, ma allo stesso tempo pragmatico e di fiducia con lui», dice al giornalista televisivo Pavel Zarubin. Si limita a osservare che, già durante il suo primo mandato, Trump «introdusse un numero significativo, a quel tempo il maggior numero, di sanzioni contro la Russia», ma dubita che «prenda decisioni che danneggerebbero la stessa economia americana. Non è solo intelligente, è pragmatico». Non va oltre. «Non t…

MOSCA — È il momento dell’adulazione. Agli schiaffi dei giorni scorsi di Donald Trump, Vladimir Putin risponde persino tendendo la mano. «Non posso che essere d’accordo con lui sul fatto che se fosse stato presidente, se la sua vittoria non fosse stata rubata nel 2020, forse non ci sarebbe stata la crisi in Ucraina», dice dando man forte alle rivendicazioni del tycoon. Lascia cadere le provocazioni di Trump, i suoi giudizi taglienti — «Putin sta distruggendo la Russia» — o le minacce di «alzare tasse, dazi e sanzioni».

«Ho sempre avuto un rapporto esclusivamente professionale, ma allo stesso tempo pragmatico e di fiducia con lui», dice al giornalista televisivo Pavel Zarubin. Si limita a osservare che, già durante il suo primo mandato, Trump «introdusse un numero significativo, a quel tempo il maggior numero, di sanzioni contro la Russia», ma dubita che «prenda decisioni che danneggerebbero la stessa economia americana. Non è solo intelligente, è pragmatico». Non va oltre. «Non toccheremo questo argomento ora. Posso soltanto dire che vediamo dichiarazioni sulla sua disponibilità a lavorare insieme. Siamo sempre aperti».

Il problema, a suo avviso, è semmai «l’illegittimità» di Zelensky il cui mandato è scaduto un anno fa e il suo decreto che vieta i negoziati con Mosca. «Riceve volentieri centinaia di miliardi dai suoi sponsor. Penso che alla fine chi versa soldi dovrebbe costringerlo» a revocare il decreto.

È una tattica ben studiata, come osserva il politologo e suo ex speechwriter Abbas Galljamov. «Per Putin ora la cosa principale è non litigare completamente con Trump, non trasformarlo nel nuovo Biden. Perciò non lo offende». Putin ha una precisa road-mapi: una telefonata che getti le basi di un vertice faccia a faccia.

«Dovremmo incontrarci e avere una conversazione calma su tutti gli argomenti di interesse bilaterale», insiste. E se mostrarsi compiacente, è il prezzo da pagare, che sia. Anche perché Trump non risparmia critiche neppure al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. «Non è un angelo. Non avrebbe dovuto lasciare che questa guerra accadesse», ha detto a Fox rinfacciandogli i «miliardi di dollari» spesi per sostenerlo. Crepe che Putin cavalca per ottenere un’interlocuzione a tu per tu. Fuori Kiev. Fuori Bruxelles e qualsiasi Paese Ue. E fuori anche l’Italia, a dispetto della «simpatia» reciproca, come ha detto Sergej Lavrov a Repubblica.

Nella risposta per iscritto a una nostra domanda, il ministro degli Esteri russo osserva che «sfortunatamente, le relazioni russo-italiane stanno attraversando la crisi più profonda dalla Seconda guerra mondiale e il governo di Roma ne è responsabile. Tenendo conto della posizione anti-russa assunta dall’Italia, non la consideriamo come un possibile partecipante al processo di pace, tanto meno una sorta di “difensore degli interessi della Russia nella Ue”». A Repubblica Lavrov dice di non riuscire a «congetturare quanto presto Roma si sveglierà e si renderà conto dell’enorme danno economico, sociale e reputazionale che la linea sconsiderata dell’’“Occidente collettivo” sta causando per infliggere una “sconfitta strategica” alla Russia».

Perciò il capo della diplomazia russa fatica a «immaginare — scrive a Repubblica — quale ruolo potrebbe svolgere nella risoluzione del conflitto ucraino un Paese come l’Italia che, fin dall’inizio dell’Operazione militare speciale, è stato all’avanguardia di una linea ostile anti-russa e, non solo sostiene “a 360 gradi” e “per tutto il tempo necessario”, come ama dire Giorgia Meloni, il sanguinario regime neonazista di Kiev, ma gli fornisce anche sostanziali aiuti». Se l’Italia vuole contribuire alla pace, «allora deve prima di tutto smettere di pompare Kiev con armi».

Se Lavrov chiude all’Italia, Zelensky invece apre. Intervistato dal Foglio, si augura che «Meloni possa essere utile all’Ucraina», grazie al «canale di dialogo privilegiato» con Trump, «Siamo tutti persone, Trump, Meloni e io, e i rapporti umani che siamo capaci di instaurare contano». Resta da vedere quanto conterà il «pragmatico» rapporto con Trump su cui fa leva Putin.

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