A casa Zubeidi, dove si attende il ritorno del miliziano simbolo di Jenin
dal nostro inviato Fabio TonacciZakaria Zubeidi
Jenin — Nella famiglia Zubeidi non c’è una morte naturale dal 1993. Quell’anno seppellirono Mohammed Zubeidi, il padre del famoso Zakaria. Aveva il cancro e tutto il campo profughi di Jenin partecipò alle esequie. Da allora gli Zubeidi muoiono solo di morte violenta.
«Mio figlio Naeem, Jihad Islamica, martire il primo dicembre 2022… mio nipote Taha, Jihad Islamica, martire nell’aprile 2002 per la Seconda Intifada… il figlio di mio nipote, Ziad Amer, brigate Al Aqsa, martire il 3 aprile 2002… mio nipote Dawud Zubeidi, Jihad Islamica, martire il 15 maggio 2022… il figlio di Zakaria, Mohamed, Battaglione Jenin, martire il 5 settembre 2024…». Il patriarca Jamal Zubeidi, 68 anni, zio di Zakaria, fuma sigarette senza filtro e indica i volti dei giovani appesi alle pareti. Otto uccisi su quaranta membri di cui si compone questo potente clan che a Jenin tutti rispettano, anche perché sono più gli anni che hanno passato dentro le carceri israeliane di quelli che hanno vissuto fuori. E con…
Jenin — Nella famiglia Zubeidi non c’è una morte naturale dal 1993. Quell’anno seppellirono Mohammed Zubeidi, il padre del famoso Zakaria. Aveva il cancro e tutto il campo profughi di Jenin partecipò alle esequie. Da allora gli Zubeidi muoiono solo di morte violenta.
«Mio figlio Naeem, Jihad Islamica, martire il primo dicembre 2022… mio nipote Taha, Jihad Islamica, martire nell’aprile 2002 per la Seconda Intifada… il figlio di mio nipote, Ziad Amer, brigate Al Aqsa, martire il 3 aprile 2002… mio nipote Dawud Zubeidi, Jihad Islamica, martire il 15 maggio 2022… il figlio di Zakaria, Mohamed, Battaglione Jenin, martire il 5 settembre 2024…». Il patriarca Jamal Zubeidi, 68 anni, zio di Zakaria, fuma sigarette senza filtro e indica i volti dei giovani appesi alle pareti. Otto uccisi su quaranta membri di cui si compone questo potente clan che a Jenin tutti rispettano, anche perché sono più gli anni che hanno passato dentro le carceri israeliane di quelli che hanno vissuto fuori. E con cui bisogna trattare per mantenere l’ordine al campo profughi.
Per ognuno dei deceduti, Jamal Zubeidi offre una rapida biografia. «Il mio Naeem anni fa era un agente di sicurezza dell’Autorità nazionale palestinese, poi si è unito in incognito alla resistenza». Faceva il doppio gioco. Di giorno poliziotto che lottava contro i miliziani, di notte miliziano che lottava contro i poliziotti. «È morto in un raid israeliano». A 27 anni Naeem era già uno dei capi del Battaglione Jenin, la fine nel sangue lo accomuna ai suoi cugini.
Gli Zubeidi sono originari di Cesarea, si sono rifugiati a Jenin dopo la nascita di Israele. Jamal Zubeidi sostiene il Fronte popolare per la liberazione della Palestina, il movimento marxista nazionalista che Stati Uniti e Europa inseriscono nelle organizzazioni terroristiche. Idf e Anp in varie fasi hanno tenuto canali aperti con gli Zubeidi, seppur non ufficialmente. Il salotto è riscaldato da una stufa a legna ed è lontano dal campo profughi sotto assedio. Siamo a Burquin, un villaggio nelle vicinanze, e qui si attende l’arrivo di Zakaria, 49 anni non ancora compiuti, della famiglia il più conosciuto: è il bambino di Arna che voleva fare l’attore pacifista e invece è diventato un combattente.
Per lo Stato ebraico è un conclamato terrorista (in un’intervista Zakaria si è anche assunto la responsabilità di una bomba che nel 2004 a Tel Aviv uccise una donna), per i palestinesi di Jenin, e non solo, è un eroe. Di più, il simbolo carismatico della Seconda Intifada. E sta per tornare in libertà.
Prima di finire per l’ennesima volta in prigione dodici anni fa, Zakaria Zubeidi comandava le brigate locali Al Aqsa, un tempo definibili l’ala militare di Fatah ma adesso lontane dal partito che fu di Arafat e che controlla l’Autorità palestinese. Le brigate si sono fuse con Hamas e Jihad Islamica nel Battaglione Jenin, che è l’obiettivo dell’offensiva dell’Idf nel martoriato e labirintico campo profughi, 15 mila persone (ora meno, duemila sono sfollate per l’operazione Muro di ferro) che sopravvivono nella città ribelle.
«Inshallah..», è la risposta automatica di Yayha, il fratello, alla domanda se Zakaria sarà rilasciato già oggi in cambio delle quattro soldate israeliane ostaggio a Gaza. «Il suo nome è nella lista, non so quando lo liberano e in quali condizioni lo troveremo. Le guardie ti tolgono anche la dignità, ti umiliano», racconta Yahya, pure lui 17 anni di detenzione alle spalle. «Pochi mesi fa Zakaria ha perso suo figlio Mohammed, 21 anni, ucciso dall’esercito occupante. Nostra madre Samira è morta colpita da un cecchino. So già cosa farà Zakaria appena sarà fuori: andrà al cimitero da suo figlio».
I militari dell’Idf hanno perquisito l’abitazione di Zakaria dentro il campo profughi assediato e hanno ordinato alla famiglia di non festeggiare. Zakaria Zubeidi era nel gruppo dei sei ragazzini che negli anni Novanta parteciparono al progetto teatrale dell’attivista israeliana Arna Mer-Khamis, erano i bambini di Arna, la speranza di un altro futuro. Samira concesse ad Arna di trasformare il piano alto di casa Zubeidi in un palcoscenico artigianale. A Zakaria piaceva recitare, parlavano di pace, israeliani e palestinesi insieme. Ma a Jenin non c’è mai stato spazio per la finzione e a 13 anni venne ferito a una gamba mentre lanciava pietre contro l’Idf. A 15 anni era già in cella, sei mesi. Il sogno di fare l’attore svaniva nel fumo delle molotov che lanciava contro i soldati. Crescendo, ha maturato il disprezzo verso l’Anp ma Arafat ha mantenuto con lui un dialogo, perché aveva capito che era un leader naturale.
Nella Seconda Intifada ha perso la madre e uno dei suoi fratelli, dunque si è votato alla lotta armata coi Martiri di Al Aqsa. Nel frattempo il teatro della pace di Jenin chiudeva perché Hamas, nel 2011, assassinava Juliano Mer-Khamis, il figlio di Arna. Israele accusa Zakaria di essere coinvolto nell’attentato alla sede del Likud a Beit Shean nel 2002, che fece sei vittime. A un certo punto ha beneficiato di un’amnistia, che poi gli è stata ritirata.
Tre anni fa è evaso dal penitenziario di massima sicurezza di Gilboa attraverso un tunnel che ha scavato insieme a cinque compagni. Una di quelle imprese che portano chi la compie nel mito collettivo. Ci hanno messo sei mesi a bucare la terra con cucchiai e attrezzi rimediati, però la fuga è durata pochi giorni. Catturato di nuovo, di nuovo condannato e messo in isolamento. GIà oggi, forse, Israele sarà costretto a rimetterlo in libertà, l’ultima cosa che avrebbe voluto fare.