GERUSALEMME — Se non fosse che a proporla è Trump, l’idea di spostare in Egitto e in Giordania un milione e mezzo di palestinesi di Gaza sarebbe poco più di una boutade. Inaccettabile politicamente, irrealizzabile nei fatti. Ma, appunto, è Trump. E da quando è tornato alla Casa Bianca, il presidente americano sta lanciando messaggi precisi all’estrema destra messianica israeliana, infuriata per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e da cui dipende la tenuta del governo Netanyahu.
A bordo dell’Air Force One, Trump rivela ai cronisti qual è il suo piano per il dopo guerra: «Gaza ormai è un cantiere di demolizione, va ripulito. Vorrei che l’Egitto e la Giordania accogliessero di più, un milione, un milione e mezzo di palestinesi». Gli abitanti della Striscia sono 2,3 milioni. «Ne ho già parlato con il re di Giordania Abdullah II, chiamerò anche il presidente egiziano». Secondo il rieletto presidente americano lo spostamento potrà essere temporaneo o anche a lungo termine. «Vorr…
GERUSALEMME — Se non fosse che a proporla è Trump, l’idea di spostare in Egitto e in Giordania un milione e mezzo di palestinesi di Gaza sarebbe poco più di una boutade. Inaccettabile politicamente, irrealizzabile nei fatti. Ma, appunto, è Trump. E da quando è tornato alla Casa Bianca, il presidente americano sta lanciando messaggi precisi all’estrema destra messianica israeliana, infuriata per il cessate il fuoco nella Striscia di Gaza e da cui dipende la tenuta del governo Netanyahu.
A bordo dell’Air Force One, Trump rivela ai cronisti qual è il suo piano per il dopo guerra: «Gaza ormai è un cantiere di demolizione, va ripulito. Vorrei che l’Egitto e la Giordania accogliessero di più, un milione, un milione e mezzo di palestinesi». Gli abitanti della Striscia sono 2,3 milioni. «Ne ho già parlato con il re di Giordania Abdullah II, chiamerò anche il presidente egiziano». Secondo il rieletto presidente americano lo spostamento potrà essere temporaneo o anche a lungo termine. «Vorrei impegnarmi con alcune nazioni arabe e costruire le case da qualche altra parte, dove i palestinesi possano vivere in pace, tanto per cambiare».
Sono parole al miele per le orecchie di Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, i due leader radicali che spingono per l’annessione della Cisgiordania e sostengono progetti di pulizia etnica a Gaza. Infatti i commenti alle dichiarazioni di Trump, che sembrano segnare una svolta nella tradizionale linea dei «due stati, due popoli» degli Usa, sono entusiastici. «È un’idea meravigliosa», esulta Smotrich. «Dopo anni a glorificare il terrorismo, i palestinesi potranno costruirsi una nuova vita altrove. Lavorerò col primo ministro per formulare un piano operativo il prima possibile».
Cacciare i palestinesi e fare di questa terra il cosiddetto Grande Israele è sempre stato il loro obiettivo. Già nel 2005 si erano opposti allo smantellamento dei 21 insediamenti israeliani a Gaza, deciso dall’allora premier Ariel Sharon. Durante il conflitto hanno ribadito l’intenzione di ricolonizzare il nord nella Striscia. Fino ad oggi era puro esercizio di velleitarismo perché nessun interlocutore internazionale li aveva presi sul serio. Con Donald Trump, che annusando il business della ricostruzione già aveva accennato alla possibilità di trasformare la Striscia in un luogo per vacanze con resort di fronte al mare («può essere meglio di Montecarlo»), all’improvviso hanno una sponda.
L’idea del tycoon americano, però, trova sostenitori solo all’interno dei confini dello Stato ebraico. Egitto, Giordania, Autorità nazionale palestinese (Anp) si oppongono. «La nostra posizione è e resta quella della soluzione dei due Stati, l’unico modo per raggiungere la pace», afferma il ministro degli Esteri giordano Ayman Safadi. La Giordania già accoglie 2,4 milioni di rifugiati palestinesi, arrivati nel 1948 dopo la fondazione dello Stato di Israele e nel 1967, dopo la Guerra dei Sei Giorni culminata con l’occupazione della Cisgiordania.
Il no dell’Egitto è anche più scontato: dopo il 7 Ottobre al Sisi non ha voluto aprire il valico di Rafah neppure durante i bombardamenti più duri, rendendo quella di Gaza l’unica guerra dove la popolazione non ha vie di fuga, come un palazzo in fiamme senza porte e finestre. Anzi, il governo egiziano ha rafforzato i controlli armati ai confini perché, nell’ottica del Cairo, accogliere nel Sinai i profughi palestinesi metterebbe a rischio le relazioni con Israele, l’accordo di pace del 1979 e la stabilità del regime.
La proposta di Trump per Gaza cala in una fase cruciale, con lo scambio ostaggi-detenuti appena agli inizi, una tregua che regge ma è fragile, e una nuova operazione militare a Jenin. «La nostra gente non se ne andrà», è la replica di Hamas. Il presidente americano ha appena rimosso le sanzioni contro i coloni più violenti (altro regalo a Smotrich e Ben Gvir) e promette di sbloccare la consegna di bombe da 900 kg all’Idf (Netanyahu ringrazia). Le sue mosse stanno aiutando il premier israeliano: è presumibile pensare che rientrino nella contropartita ottenuta da Israele per il ritiro dal corridoio Philadelphi, che ha tolto la trattativa di Doha dallo stallo.
Difficilmente l’idea di Trump avrà un seguito concreto, ma solo il fatto di enunciarla l’ha resa un elemento politico sul tavolo. E l’ultradestra israeliana non lo mollerà più.