La crociata di Trump contro il brutalismo. Anche l’architettura deve essere Maga
di Enrico FranceschiniLONDRA - Ogni era ha la sua architettura. Determinato ad averne una per la propria, Donald Trump è sceso in campo contro l’architettura “brutalista” tipica degli edifici pubblici americani degli anni Sessanta e Settanta, esortando a ripristinare ovunque lo stile classicheggiante della Casa Bianca, di alcuni monumenti di Washington e dell’America dei padri fondatori, che si rifaceva a quello dell’antica Grecia e dell’Impero Romano.
Tra la raffica di ordini esecutivi firmati nella prima settimana del suo secondo mandato, il presidente ha ordinato che gli edifici governativi rispettino “la classica tradizione architettonica” della nazione: dunque bianche colonne e vaste arcate, aquile reali e maestose scalinate, in un’imitazione dell’Acropoli e del Colosseo, abbandonando le severe figure geometriche a base di blocchi di cemento del cosiddetto brutalismo, lo stile caratteristico degli anni ‘60-‘70 sulle due sponde dell’Atlantico.
L’architettura classica, lo stile di Atene e Roma dell’anti…
LONDRA - Ogni era ha la sua architettura. Determinato ad averne una per la propria, Donald Trump è sceso in campo contro l’architettura “brutalista” tipica degli edifici pubblici americani degli anni Sessanta e Settanta, esortando a ripristinare ovunque lo stile classicheggiante della Casa Bianca, di alcuni monumenti di Washington e dell’America dei padri fondatori, che si rifaceva a quello dell’antica Grecia e dell’Impero Romano.
Tra la raffica di ordini esecutivi firmati nella prima settimana del suo secondo mandato, il presidente ha ordinato che gli edifici governativi rispettino “la classica tradizione architettonica” della nazione: dunque bianche colonne e vaste arcate, aquile reali e maestose scalinate, in un’imitazione dell’Acropoli e del Colosseo, abbandonando le severe figure geometriche a base di blocchi di cemento del cosiddetto brutalismo, lo stile caratteristico degli anni ‘60-‘70 sulle due sponde dell’Atlantico.
L’architettura classica, lo stile di Atene e Roma dell’antichità che ispirò i primi leader dell’America come Thomas Jefferson, connette i cittadini americani odierni alle radici della loro democrazia, sostiene Trump, mentre secondo lui l’architettura modernista, come il brutalismo, compiace soltanto le élite artistiche.
New York, il quartiere generale della polizia costruito nel 1973 in stile brutalista
New York, il quartiere generale della polizia costruito nel 1973 in stile brutalista
“E’ un nuovo obiettivo nella sua guerra culturale”, titola il Wall Street Journal. “E’ il proseguimento dei suoi attacchi all’ideologia woke e alle diversità culturali”, dice al quotidiano finanziario Peter Wehner, un ex-funzionario di tre amministrazioni repubblicane (Reagan, Bush padre e Bush figlio), critico nei confronti di Trump. “Il movimento Maga (Make America Great Again) sulle cui ali ha conquistato due volte la Casa Bianca è convinto che la cultura del politicamente corretto voglia farci vergognare delle nostre origini e il decreto sull’architettura è la sua ennesima mossa per difenderle e ripristinarle”. Un ritorno ai simboli e ai valori più tradizionali dell’American way of life, che a detta di Trump sono stati distorti dai “liberals”, noi diremmo dalla sinistra, dai progressisti.
Fa tutto parte di concezioni che Trump ha portato avanti nella sua prima presidenza (2016-2020), ha continuato a diffondere tra un processo e l’altro negli anni seguenti, ha riacceso nella campagna elettorale del 2024 e ora vuole rilanciare con forza nella seconda presidenza. In passato ci sono state le sue decisioni di ripristinare i nomi di basi e unità militari con quelli degli Stati confederati, il Sud secessionista e schiavista che combatteva contro il Nord nella guerra civile; ora ci sono gli ordini di sventolare soltanto la bandiera a stelle e strisce sulle sedi di governo o sulle ambasciate, con il divieto di innalzare per esempio quella arcobaleno dei diritti Lgbt in determinate occasioni. A questo programma appartiene anche la decisione di ribattezzare Mount McKinley una montagna dell’Alaska, dal nome del presidente dell’inizio del Novecento in cui Trump si identifica sia per il protezionismo commerciale, con le minacce di dazi all’Europa, sia per l’espansionismo territoriale, dalla Groenlandia al canale di Panama: è la vetta più alta d’America, che durante la presidenza di Barack Obama aveva ripreso la denominazione mantenuta per secoli, Monte Dinali, come lo chiamava la popolazione nativa di quella regione.
Sembra improbabile che Trump ordini la demolizione di ministeri e ambasciate per rifarli in stile classicheggiante, se non altro per ragioni di costi, ma nuovi edifici pubblici dovranno adottare le regole che impongono il ritorno ad Atene e Roma. A qualcuno dei suoi critici sembrerà l’imposizione di una architettura “di regime”. Coincidenza vuole che, nel momento in cui The Donald ammonisce “in America ci sono soltanto due sessi, maschi e femmine”, e in cui comanda agli architetti di ispirarsi all’antichità classica, Hollywood riservi 13 nomination agli Oscar a “Emilia Perez”, il film che ha per protagonista un transgender, e 10 nomination a “The brutalist”, la pellicola su un architetto brutalista. Tra il vecchio che torna e il nuovo che resiste, la battaglia non è finita.