Fermi davanti all’esercito israeliano gli sfollati palestinesi. Ma si sblocca il caso Yehud
dalla nostra inviata Francesca CaferriTEL AVIV — Decine di migliaia di persone in fila, in attesa, lungo la strada che percorre Gaza correndo parallela al mare. Un ingorgo gigantesco fatto di auto ma soprattutto di gente a piedi, di buste, di pacchi, di famiglie intere che dal Sud della Striscia da due giorni attendono di varcare il corridoio Netzarim che divide in due l’enclave, per tornare verso ciò che resta delle loro case, a Nord. Ma che sono bloccate dai tank delle forze armate israeliane.
Il governo di Netanyahu aveva confermato ieri la decisione annunciata sabato subito dopo la liberazione delle quattro soldate catturate da Hamas il 7 ottobre 2023 nella base di Nahal Oz: contrariamente a quanto previsto dall’accordo per il cessate il fuoco, il passaggio attraverso il corridoio Netzarim restava interdetto ai civili di Gaza. La responsabilità secondo Israele era di Hamas, che avrebbe violato il patto non rilasciando l’ultima civile donna che è con certezza ancora in vita, Arbel Yehud, 29 anni, presa dalla sua ca…
TEL AVIV — Decine di migliaia di persone in fila, in attesa, lungo la strada che percorre Gaza correndo parallela al mare. Un ingorgo gigantesco fatto di auto ma soprattutto di gente a piedi, di buste, di pacchi, di famiglie intere che dal Sud della Striscia da due giorni attendono di varcare il corridoio Netzarim che divide in due l’enclave, per tornare verso ciò che resta delle loro case, a Nord. Ma che sono bloccate dai tank delle forze armate israeliane.
Il governo di Netanyahu aveva confermato ieri la decisione annunciata sabato subito dopo la liberazione delle quattro soldate catturate da Hamas il 7 ottobre 2023 nella base di Nahal Oz: contrariamente a quanto previsto dall’accordo per il cessate il fuoco, il passaggio attraverso il corridoio Netzarim restava interdetto ai civili di Gaza. La responsabilità secondo Israele era di Hamas, che avrebbe violato il patto non rilasciando l’ultima civile donna che è con certezza ancora in vita, Arbel Yehud, 29 anni, presa dalla sua casa del kibbutz Nir Oz insieme al compagno.
Ma proprio in tarda serata l’ufficio del primo ministro israeliano ha comunicato che giovedì Hamas libererà Yehud, la soldatessa Agam Berger, 20 anni, l’ultima delle spotter di Nahal Oz nelle mani di Hamas, e un altro rapito. Potrebbe trattarsi di Keith Seigel, 64 anni, cittadino israeliano e americano, prelevato dalla sua casa di Kfar Azza. L’uomo, ha raccontato Emily Damari, rilasciata la settimana scorsa, è vivo ma non in buone condizioni di salute. Parallelamente, Israele ha ricevuto da Hamas una lista con la condizione degli ostaggi che saranno rilasciati nella prima fase. Per questo permetterà da stamattina il passaggio di palestinesi verso il nord di Gaza. Sabato altri tre ostaggi verranno rilasciati.
Ieri, contro chi provava a passare, i soldati hanno aperto il fuoco: due i morti, una decina i feriti. Fra loro anche un bambino. «Guardateci, non contiamo nulla. La sorte di più di un milione di persone è meno importante di quella di una sola donna», aveva gridato all’Associated Press Fadi al Sinwar, solo omonimo del defunto capo di Hamas, fuggito da Gaza City e bloccato con la famiglia nei pressi del punto di passaggio bloccato.
La sua disperazione, come quella delle persone accampate in mezzo al nulla, per una volta ieri ha bucato gli schermi delle televisioni israeliane, dove per 15 mesi di quello che stava accadendo ai civili palestinesi della Striscia non si è visto quasi nulla. Le immagini della massa umana sono passate per tutto il pomeriggio accanto alle foto di Yehud, sorridente prima del 7 ottobre, con i commentatori che illustravano la trattativa in corso.
Mercoledì è atteso a Tel Aviv Steve Witkoff, inviato speciale di Trump per il Medio Oriente. Witkoff resterà fino al nuovo grande scambio, previsto sabato.
Sembra dunque finalmente avvicinarsi il ritorno a nord per la gente come il signor al Sinwar, in una Gaza totalmente distrutta e priva di qualunque infrastruttura che possa dare sostegno alla gente in strada, in una situazione difficile anche dal punto di vista della sicurezza, come dimostrano i morti di ieri. E, da questa parte del confine, continua l’attesa per le famiglie degli ostaggi e in particolare per gli abitanti del kibbutz Nir Oz, quello più colpito il 7 ottobre in proporzione al numero di abitanti, che conta ancora più di venti persone a Gaza, fra cui appunto Yehud.
Sabato sera gli abitanti del villaggio sono tornati a riunirsi di fronte alla Kirya, il ministero della Difesa a Tel Aviv, per chiedere al governo di far partire immediatamente i negoziati per la seconda e la terza fase dell’accordo, quella in cui dovrebbero tornare tutti gli ostaggi (vivi e morti) e dovrebbe partire la ricostruzione di Gaza. «Non ce la facciamo più, abbiamo bisogno di una buona notizia. Da quando è terminato lo scambio di novembre per noi non ci sono state che cattive notizie, che morte. Continuiamo a lottare solo perché non abbiamo altra scelta», dice Irit Lahav, portavoce del gruppo.