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La testimonianza da Gaza: “Il cammino di Layal poi l’urlo: ‘Casa mia è ancora in piedi!’”

(reuters)

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Il racconto della studentessa 21 sfollata nel sud della Striscia: “Il viaggio di ritorno della mia amica raccontato al telefono passo dopo passo”
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Dopo oltre 48 ore di attesa al valico di Netzarim, le strade vengono aperte la mattina alle 7, permettendo a duecentomila sfollati di tornare nel nord della Striscia di Gaza. La gente cammina con il passo pesante, sulle spalle il fardello dei ricordi e in mano i pochi resti di una vita intera.

Anche la mia amica Layal si mette in viaggio con la sua famiglia verso nord: è un giorno che attendono da oltre un anno. La seguo al telefono, per condividere la gioia che spero, presto, sarà anche mia. Parte da Deir al-Balah alle prime luci dell’alba, dopo un breve tratto in auto deve proseguire a piedi, con due borse e un paio di zaini.

«C’è una folla enorme, ricorda le immagini storiche dell’esodo palestinese», racconta. La sensazione è di stare in una pagina di storia che si ripete dolorosamente. Layal sente il peso del nuovo viaggio, attraverso i ricordi dello sfollamento, tra la speranza di raggiungere la meta e il timore di ciò che li attende: «Ogni volto è una storia: tutti hanno p…

Dopo oltre 48 ore di attesa al valico di Netzarim, le strade vengono aperte la mattina alle 7, permettendo a duecentomila sfollati di tornare nel nord della Striscia di Gaza. La gente cammina con il passo pesante, sulle spalle il fardello dei ricordi e in mano i pochi resti di una vita intera.

Anche la mia amica Layal si mette in viaggio con la sua famiglia verso nord: è un giorno che attendono da oltre un anno. La seguo al telefono, per condividere la gioia che spero, presto, sarà anche mia. Parte da Deir al-Balah alle prime luci dell’alba, dopo un breve tratto in auto deve proseguire a piedi, con due borse e un paio di zaini.

«C’è una folla enorme, ricorda le immagini storiche dell’esodo palestinese», racconta. La sensazione è di stare in una pagina di storia che si ripete dolorosamente. Layal sente il peso del nuovo viaggio, attraverso i ricordi dello sfollamento, tra la speranza di raggiungere la meta e il timore di ciò che li attende: «Ogni volto è una storia: tutti hanno perso qualcosa e cercano i resti della vita che si sono lasciati alle spalle».

È un viaggio faticoso, soprattutto per gli anziani. «Ci sono infermieri e paramedici lungo il percorso, pronti ad assistere chiunque si senta male o crolli per la fatica». Layal spiega che la strada è un campo di battaglia silenzioso. I sentieri sterrati che tagliano le macerie, le case un tempo abitate da famiglie ridotte a cumuli di pietre rotte. Gli alberi non ci sono più, i tronchi sradicati e le radici esposte fanno pensare che siano stati strappati con violenza dalla terra. Gli uccelli che un tempo qui cantavano sono scomparsi, sostituiti da un silenzio pesante rotto solo dal rumore dei passi e dei bagagli che raschiano il terreno. Anche l’aria è diversa, carica della polvere della distruzione e dell’odore delle macerie: «È un brutto sogno. Sembra di camminare in un luogo che non riconosco, eppure un tempo è stato parte di noi».

Man mano che cammina il senso di perdita si fa sempre più pesante, come se la strada stessa raccontasse storie di dolore e sofferenza: «Piango perchè stiamo camminando verso l’ignoto. Non so se la nostra casa sia ancora in piedi o se sia diventata parte delle macerie che stiamo attraversando». Ma nonostante tutto, vuole tornare: «Il nord non è solo un luogo. Contiene tutta la mia vita, tutti i miei ricordi. Anche se non rimane nulla, non posso fare a meno di tornarci. Lo sfollamento non è stato solo lasciare un luogo, ma perdere tutto ciò che ci faceva sentire umani. Torniamo per ricominciare, qui c’è la nostra identità». Le sensazioni sono contrastanti, la gioia dei bambini porta un barlume di speranza. Layal mi dice che il suono delle loro risate è come una brezza leggera lungo un muro di dolore. Alcuni sfollati portano con sé grandi altoparlanti che diffondono canzoni: sprazzi di felicità, nella tragedia. «Cantano a squarcia gola, festeggiano questo momento tanto atteso. Sento che c’è ancora speranza e che questo ritorno, nonostante tutto, non è privo di significato».

Attraversato il corridoio Netzarim Layal vede persone che li aspettano a braccia aperte, con in mano dolci e acqua. «Ci hanno accolto con striscioni che recitavano “Bentornati” o “Pace a voi per la vostra pazienza”. È come essere tornata in una grande famiglia, in un luogo che riconosce la nostra esistenza». Quando finalmente arriva a Gaza City, Layal non riesce a trattenersi: cade a terra, piangendo e ringraziando Dio per questo momento, nonostante tutto il dolore attorno: «Piango perché sono arrivata, perché sono ancora viva e perché sono finalmente al nord, anche se il nord che conoscevo non è più lo stesso. Però tutto è cambiato. I luoghi in cui andavamo a mangiare, le strade in cui camminavamo senza preoccupazioni... Non riesco più a riconoscere nulla».

Al telefono con cui la seguo in questo viaggio noto improvvisamente un cambiamento nel suo tono, un misto di tensione e urgenza. Con voce tremante Layal mi dice: «Sono vicina alla strada di casa... Fammi controllare». Nelle sue parole sento il peso del momento, come se il tempo si fosse congelato mentre la mia amica si avvicinava alla verità. «Rita! La nostra casa è ancora in piedi!», urla a squarciagola, come se volesse che il mondo intero sentisse questa notizia. Inizia a correre per la strada, senza curarsi della stanchezza e del fumo che ancora aleggia nell’aria.

In mezzo a tutta la distruzione che la circonda, la sua voce è piena di vita. Poi spiega: «Sono davanti alla casa,è come se avessimo trovato un tesoro. Non posso credere che sia ancora qui». Una parte della sua vita passata è sopravvissuta, ed è una parte che conserva ancora i suoi ricordi. È il nord che ha sempre amato.

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