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L’analista israeliano Milshtein: “Spostare i palestinesi infiammerebbe il mondo arabo”

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L’intervista al direttore del Forum per gli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan: “Trump fa sul serio, ma il suo piano per Gaza verrebbe vissuto come una cospirazione”
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GERUSALEMME — «L’intero Medio Oriente è terrorizzato dalla proposta di Donald Trump, soprattutto perché il presidente americano, quando l’ha enunciata, era serio». Il professore israeliano Michael Milshtein, direttore del Forum per gli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan, è un attento analista della politica internazionale. Troppe volte ha visto gli effetti della sottovalutazione di certe dichiarazioni che sembravano boutade e invece poi sono entrate in modo stabile nel dibattito politico. Trump ha detto di voler spostare un milione e mezzo di gazawi in Giordania ed Egitto per tutto il periodo della ricostruzione e oltre.

Chi deve temere di più?

«La Giordania e l’Egitto sono i più inquietati dalle parole di Trump, perché condividono i confini con i palestinesi e storicamente temono che l’Occidente risolva la questione palestinese all’interno dei propri territori. Il regno hashemita ritiene che l’arrivo in massa dei profughi possa spezzare il delicato equilibrio sociale intern…

GERUSALEMME — «L’intero Medio Oriente è terrorizzato dalla proposta di Donald Trump, soprattutto perché il presidente americano, quando l’ha enunciata, era serio». Il professore israeliano Michael Milshtein, direttore del Forum per gli studi palestinesi al Centro Moshe Dayan, è un attento analista della politica internazionale. Troppe volte ha visto gli effetti della sottovalutazione di certe dichiarazioni che sembravano boutade e invece poi sono entrate in modo stabile nel dibattito politico. Trump ha detto di voler spostare un milione e mezzo di gazawi in Giordania ed Egitto per tutto il periodo della ricostruzione e oltre.

Chi deve temere di più?

«La Giordania e l’Egitto sono i più inquietati dalle parole di Trump, perché condividono i confini con i palestinesi e storicamente temono che l’Occidente risolva la questione palestinese all’interno dei propri territori. Il regno hashemita ritiene che l’arrivo in massa dei profughi possa spezzare il delicato equilibrio sociale interno e portare alla fine di re Abdullah II».

Ma è una proposta realizzabile?

«A mio parere ha zero possibilità di realizzarsi. Chiunque nel mondo arabo si dichiarasse disposto a prenderla in considerazione verrebbe bollato come traditore, un collaborazionista. Si scatenerebbero lotte armate. E tuttavia, è impressionante la cautela dei Paesi arabi che affermano di essere contro il trasferimento dei palestinesi di Gaza ma si guardano bene dall’attaccare direttamente il presidente americano che l’ha formulata».

Perché?

«Lo considerano imprevedibile, dunque pericoloso. Abu Mazen, nel suo comunicato, non si azzarda a menzionare né Trump né gli Stati Uniti. Politicamente è un segnale chiaro, sono tutti spaventati dal nuovo inquilino della Casa Bianca».

L’ultradestra messianica, guidata da Bezalel Smotrich e Itamar Ben Gvir, esulta per l’idea di Trump e si dice pronta a lavorare con Netanyahu a un piano operativo. A Netanyahu conviene darvi seguito?

«A mio parere Israele deve essere molto cauto. Sostenere la proposta Trump significa azzerare la possibilità di una normalizzazione dei rapporti con il mondo arabo, in primis con i sauditi, che sappiamo essere uno degli obiettivi del premier israeliano. I Paesi arabi considererebbero il trasferimento dei palestinesi muaanara, cioè una cospirazione dell’Occidente contro di loro».

Pensa che Trump stia cercando di dare una mano al governo Netanyahu, che teme di perdere l’appoggio dell’estrema destra?

«Non credo ci sia questo calcolo dietro, penso sia una cosa abbastanza estemporanea. Ma che non vuol dire che sia uno scherzo. Conosciamo Trump, sappiamo bene come cerchi di risolvere problemi strategici proponendo accordi finanziari e commerciali. E la ricostruzione di Gaza è un business. Questo però significa non aver compreso il Medio Oriente, qui da noi l’ideologia ha molta più forza del denaro».

Centinaia di migliaia di gazawi sono tornati nel nord della Striscia. È la fine della guerra?

«Il ritorno a casa rende sicuramente molto più complicato per l’Idf riprendere i combattimenti, ma la possibilità c’è ancora. La tregua è fragile e può rompersi».

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