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L’artista palestinese Sabaaneh: “Ho pensato: la nuova Nakba si è avverata”

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L’intervista al fumettista: “Vincere significa vivere in pace e avere diritti. Questo non lo abbiamo ottenuto”
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Tel Aviv — Le persone in marcia per tornare nel Nord di Gaza sono quelle che per 15 mesi Mohammed Sabaaneh, 47 anni, pluripremiato artista palestinese ha guardato negli occhi tutti i giorni. I suoi amici, i colleghi artisti, la gente normale che è morta o è sopravvissuta a stento le cui immagini sono rimbalzate sui social network. E che lui ha trasformato in disegni ispirati al Picasso e al suo inno per la pace. «Hanno provato a dipingerci come animali umani: non lo siamo. Siamo persone, artisti, sopravvissuti a un genocidio», ci dice mentre è in viaggio per il Festival del Fumetto di Angoulême, in Francia, dove porterà “30 seconds from Gaza”, un libro da poco uscito in Italia per Mesogea che è già un successo internazionale.

Cosa ha pensato vedendo le immagini del contro esodo di Gaza? «Che non è finita. Quella gente torna, ma non ad una vita normale. Non troverà una casa, né una scuola, né un ospedale. Ai miei amici che hanno continuato a scrivere e a disegnare per mesi, nei …

Tel Aviv — Le persone in marcia per tornare nel Nord di Gaza sono quelle che per 15 mesi Mohammed Sabaaneh, 47 anni, pluripremiato artista palestinese ha guardato negli occhi tutti i giorni. I suoi amici, i colleghi artisti, la gente normale che è morta o è sopravvissuta a stento le cui immagini sono rimbalzate sui social network. E che lui ha trasformato in disegni ispirati al Picasso e al suo inno per la pace. «Hanno provato a dipingerci come animali umani: non lo siamo. Siamo persone, artisti, sopravvissuti a un genocidio», ci dice mentre è in viaggio per il Festival del Fumetto di Angoulême, in Francia, dove porterà “30 seconds from Gaza”, un libro da poco uscito in Italia per Mesogea che è già un successo internazionale.

Cosa ha pensato vedendo le immagini del contro esodo di Gaza? «Che non è finita. Quella gente torna, ma non ad una vita normale. Non troverà una casa, né una scuola, né un ospedale. Ai miei amici che hanno continuato a scrivere e a disegnare per mesi, nei rifugi e sotto le tende. Tornano al nulla, tornano senza diritti. Ho pensato che la nuova Nakba (la catastrofe, come i palestinesi chiamano la cacciata dalle loro case nel 1948, contemporanea alla nascita dello Stato di Israele) si è avverata».

Hamas ha parlato di una «vittoria», ma lei sembra pessimista.

«Io non sono un politico: per me la vittoria è il fatto che sono usciti dal carcere i prigionieri. Mio cugino, i miei amici, quelli con cui ho condiviso la cella quando sono stato arrestato io. Non so dire cosa sia una vittoria usando categorie politiche: per me, come artista, significa vivere in pace e avere diritti umani. Questo non lo abbiamo ottenuto».

Quindi chi ha vinto?

«Di certo non ha vinto Netanyahu: Hamas non è stata sconfitta dalla sua forza, i prigionieri israeliani (quelli che voi chiamate ostaggi, ma allora sono ostaggi anche i palestinesi in cella senza processo) non sono stati liberati con la forza».

Cosa auspica per il futuro?

«Che la gente di Gaza venga aiutata a ricominciare. Uno dei nostri compiti come artisti è quello di supportare questo processo, di mostrare la resilienza. Le racconto un aneddoto: io vivo a Ramallah. Per arrivare qui a Parigi ci ho messo tre giorni: l’intera Cisgiordania è bloccata, impossibile raggiungere Amman per prendere l’aereo senza andare a Jerico, passando un’intera giornata a fare un percorso di due ore perché ci sono centinaia di check point. Poi bisogna dormire lì e poi partire di nuovo: ma le pare possibile? Nonostante questo sono qui, a dire che esistiamo, che resistiamo. Come la gente in coda».

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