Retate contro i migranti in Usa, Daniela Kooyip: “Non esco e tremo al pensiero che mi caccino”
dalla nostra inviata Anna LombardiNEW YORK — «L’ultima settimana è stata terribile: con le notizie che arrivano da tutta l’America ho davvero paura, non dormo la notte, non oso uscire di casa». Daniela Kooyip, 24 anni, è nata in Perù ma vive in Texas con la famiglia. I genitori la portarono in America a 5 anni, entrati con visto turistico e mai più andati via. Un fratello e una sorella sono nati qui e sono legalmente americani: lei no. Nel 2017, quando Trump tentò di cancellare i Daca — il Deferred Action for Childhood Arrivals istituito da Obama per proteggere i giovani migranti entrati clandestini da bambini — raccontò la sua condizione di “Dreamer” (studente figlia di irregolari) in un post su Facebook che divenne virale. All’epoca il tentativo di Trump fu bloccato dalla Corte Suprema. Oggi le cose sono cambiate.
Sette anni dopo, la situazione è perfino peggiore...
«Io e i miei genitori siamo di nuovo in pericolo. Eppure paghiamo le tasse, non abbiamo commesso crimini. Mio fratello sta per compiere 21 anni e …
NEW YORK — «L’ultima settimana è stata terribile: con le notizie che arrivano da tutta l’America ho davvero paura, non dormo la notte, non oso uscire di casa». Daniela Kooyip, 24 anni, è nata in Perù ma vive in Texas con la famiglia. I genitori la portarono in America a 5 anni, entrati con visto turistico e mai più andati via. Un fratello e una sorella sono nati qui e sono legalmente americani: lei no. Nel 2017, quando Trump tentò di cancellare i Daca — il Deferred Action for Childhood Arrivals istituito da Obama per proteggere i giovani migranti entrati clandestini da bambini — raccontò la sua condizione di “Dreamer” (studente figlia di irregolari) in un post su Facebook che divenne virale. All’epoca il tentativo di Trump fu bloccato dalla Corte Suprema. Oggi le cose sono cambiate.
Sette anni dopo, la situazione è perfino peggiore...
«Io e i miei genitori siamo di nuovo in pericolo. Eppure paghiamo le tasse, non abbiamo commesso crimini. Mio fratello sta per compiere 21 anni e forse potrà farci da “sponsor” in tribunale, cioè ottenere per noi lo status legale grazie al suo essere americano. Ma è un percorso costoso e non facile».
Cosa la spaventa?
«Non oso nemmeno immaginare cosa potrebbe accadere se dovessero arrestarmi e deportarmi in Perù. Sono fiera delle mie radici, ma lì non ho mai vissuto. Vedo i miei genitori angosciati. Si sentono in colpa per me. Ma io so che emigrarono clandestinamente per dare una possibilità alla nostra famiglia. Grazie al programma Daca ho potuto iscrivermi al college, ottenere la patente di guida, un lavoro. Sono anni che ho uno status legale, come possono togliermelo ora?».
Vi siete rivolti a qualcuno?
«A tanti avvocati. Ma le soluzioni sono improbabili. Ai miei genitori dicono fate un matrimonio d’interesse con qualcuno di qui e poi ottenuta la cittadinanza divorziate: idea contraria alla loro morale. Abbiamo tentato pure la lotteria per la Greencard. Molti la vincono, noi mai. Com’è possibile che il certificato di nascita dei miei fratelli nati qui è migliore del mio stampato altrove? La politica non può abbandonarci così. Vogliamo solo costruirci un futuro. Io studio all’università, lavoro per mantenermi: cosa farò se mi porteranno via?».
Lei come si considera?
«Americana. L’inno di questo Paese è l’unico che conosco e amo».