Sessant’anni senza Churchill, lo statista geniale che sfidò Hitler e immaginò l’Europa unita
di Enrico FranceschiniLONDRA – Quale leader europeo è famoso per avere detto: “Per ricreare la famiglia europea, e darle una struttura attraverso la quale possa prosperare in pace, sicurezza e libertà, dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d’Europa”? Winston Churchill. E lo disse nel 1946, più di dieci anni prima della fondazione della Comunità Economica Europea, da cui sarebbe nato il mercato comune europeo, dal quale è nata l’Unione Europea; e un quarto di secolo prima che il suo Paese, nel 1973, entrasse nell’Europa unita (per uscirne con la Brexit, ubriaco di euroscettico populismo, nel 2016 – chissà cosa ne avrebbe detto lui).
Non è una delle frasi più note di Churchill, eppure è una delle più significative per comprendere la capacità di visione e la leadership di uno dei più grandi personaggi del Ventesimo secolo. Ma nel corso della sua lunga vita pronunciò talmente tante frasi memorabili, fu protagonista di così tante imprese straordinarie, che è difficile ricordare tutto.
Per ragioni analo…
LONDRA – Quale leader europeo è famoso per avere detto: “Per ricreare la famiglia europea, e darle una struttura attraverso la quale possa prosperare in pace, sicurezza e libertà, dobbiamo costruire una specie di Stati Uniti d’Europa”? Winston Churchill. E lo disse nel 1946, più di dieci anni prima della fondazione della Comunità Economica Europea, da cui sarebbe nato il mercato comune europeo, dal quale è nata l’Unione Europea; e un quarto di secolo prima che il suo Paese, nel 1973, entrasse nell’Europa unita (per uscirne con la Brexit, ubriaco di euroscettico populismo, nel 2016 – chissà cosa ne avrebbe detto lui).
Non è una delle frasi più note di Churchill, eppure è una delle più significative per comprendere la capacità di visione e la leadership di uno dei più grandi personaggi del Ventesimo secolo. Ma nel corso della sua lunga vita pronunciò talmente tante frasi memorabili, fu protagonista di così tante imprese straordinarie, che è difficile ricordare tutto.
Per ragioni analoghe, sebbene scomparso il 24 gennaio 1965, a 90 anni di età, è come se Churchill non se ne fosse mai andato, continuamente citato da Capi di Stato e di governo come modello, alcuni aspirando a esserne la reincarnazione, sempre vivo nell’immaginario popolare. Il sessantesimo anniversario della morte viene ricordato con commozione nel Regno Unito, ma la sua eco raggiunge tutto il mondo: un po’ perché, quando Churchill era primo ministro, il British Empire era l’impero più esteso della storia (il Commonwealth, l’associazione che riunisce le ex-colonie britanniche, conta 2 miliardi di abitanti, un quarto dell’umanità odierna), un po’ perché di uomini come lui ce ne sono stati pochi.
Ardimentoso ufficiale di cavalleria, pluridecorato in innumerevoli battaglie. Brillante giornalista e corrispondente di guerra. Premio Nobel per la letteratura (più per la saggistica che per la narrativa, avendo pubblicato un solo romanzo: ma scriveva come un dio). Unico in Europa a resistere al nazifascismo e poi vincitore della Seconda guerra mondiale. Due volte primo ministro. Prezioso consigliere di una giovanissima e inesperta regina, messa precocemente sul trono dal destino. Basterebbe uno di questi attestati per dare a Churchill una fama imperitura. Averli tutti insieme sembra quasi impossibile. Ce ne sono anche altri.
È stato un eccellente pittore, un ancora più eccezionale oratore: i suoi discorsi, le sue frasi, sono passati alla storia tanto quanto le sue azioni, fino a diventare proverbiali, entrando nel linguaggio comune, non solo in inglese ma in tutte le lingue, quasi quanto certe espressioni di Shakespeare o della Bibbia. Di tutte le sue caratteristiche, soldato, giornalista, scrittore, uomo politico, una le supera tutte: senza Churchill, è possibile se non probabile che Hitler e il suo alleato Mussolini avrebbero prevalso nel secondo conflitto mondiale. Fu Churchill, sostituendo Neville Chamberlain come premier, a mettere fine all’“appeasement”, l’accomodamento o l’acquiescenza nei confronti dei dittatori (che oggi in Occidente alcuni ripropongono nel rapporto con la Russia di Putin), e a scendere in guerra contro il Terzo Reich.
Fu Churchill a opporsi da solo a nazismo e fascismo, quando la Germania aveva conquistato tutta Europa. Fu sir Winston a convincere il presidente americano Franklin Roosevelt a entrare in guerra, quando l’America era riluttante a farlo: la decisione chiave per rovesciare le sorti di quella immane battaglia fra democrazia e totalitarismo. E poi a pianificare con Roosevelt la strategia della liberazione, dallo sbarco in Sicilia a quello in Normandia, fino alla caduta di Berlino. Nel 1952, quando la 26enne Elisabetta si ritrovò sul trono, fu Churchill a insegnarle il mestiere nei loro incontri settimanali a Buckingham Palace. Un ex-segretario della sovrana ricordava anni fa che, origliando alla porta, sentiva grandi risate provenire dalla stanza in cui Sua Maestà conferiva con il primo ministro.
Poi, quando Winston usciva, si fermava nell’ufficio del segretario a confidargli la sostanza delle conversazioni: e confidandole si commuoveva, fino alle lacrime, pieno di tenerezza per quella giovane, determinata regina. Nella sua carriera non sono mancati sbagli, difetti e cinismo. Era un figlio dell’Impero, perciò profondamente imperialista verso le colonie di Londra. È stato accusato di venature razziste. Ha messo la propria firma, accanto a quelle di Roosevelt e di Stalin, sull’accordo per spartire e così dividere l’Europa in due blocchi nel 1945, quella dell’Ovest (compresa l’Italia) libera e democratica, quella dell’Est sotto il giogo del comunismo sovietico: a sua discolpa gli storici notano che in quel momento sarebbe stato difficile imporre una soluzione diversa a Mosca, l’alleato con cui Usa Gran e Bretagna avevano sconfitto Hitler, a meno di ricominciare subito un’altra guerra, stavolta contro i russi.
In compenso, nel giro di un anno Churchill comprese che quel patto era stato un errore, anzi, un orrore, pronunciando nel 1946 un altro dei suoi discorsi più famosi: quello su “una cortina di ferro” scesa “da Stettino a Trieste” attraverso il continente, parole che segnarono di fatto l’inizio della guerra fredda. Quante parole di Churchill, come “cortina di ferro”, sono passate alla storia: “Non ci arrenderemo mai”, “sudore, lacrime e sangue”, “la democrazia è la peggior forma di governo, a eccezione di tutte le altre”. Era anche dotato di un formidabile senso dell’umorismo e di una battuta sempre pronta. Come nel dibattito in cui una sua oppositrice lo apostrofò così: “Se lei fosse mio marito, sir Winston, le metterei il veleno nel caffè”. E Churchill, prontissimo: “Se lei fosse mia moglie, signora, lo berrei”.
In un sondaggio della Bbc, gli inglesi lo hanno eletto come il più grande eroe della loro storia. Sicuramente merita un posto d’onore, se non il podio più alto, anche nel firmamento dei più grandi eroi europei. Non servono nemmeno più le sue opere o le sue parole, per riassumerlo. A sessant’anni dalla morte, bastano il sigaro che teneva sempre in bocca, il bull-dog diventato il suo simbolo, il suo nome: Winston Churchill.