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Contro razzismo e oppressioni da Bob Dylan a Beyoncé, le 100 migliori canzoni rivoluzionarie

(afp)

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Rolling Stones ha scelto i brani più significativi di denuncia di oppressioni e razzismo
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NEW YORK - La musica di denuncia delle oppressioni, del razzismo, le richieste di giustizia, gli appelli al cambiamento, parole urlate, o sussurrate, a tempo di rock, pop, funky, soul, hip-hop, rap. La storica rivista americana Rolling Stone ha scelto le “100 migliori canzoni di protesta di tutti i tempi”, mostrando una panoramica in cui generazioni diverse hanno denunciato le stesse ingiustizie. Noi e il potere. Noi e la guerra. Noi e gli altri. Almeno qui non è vero che dove finiscono le parole, comincia la musica. Qui vivono entrambe e lo fanno alla grande.

Dai Bonzo Goes to Washington di “Five minutes” (al 100° posto) ai Molotov con “Gimme the power ”(94°), da “Merchandise” di Fugazi al “Run to the hills” dei leggendari Iron Maiden e “War Pigs” dei Black Sabbath, e ”I am a Woman” di Helen Reddy. E poi Killer Mike con “Reagan”, dedicato alla fine dell’amministrazione di Ronald Reagan, Tupac che interpreta “Changes”. La storia politica del mondo, e americana in particolare, passa a…

NEW YORK - La musica di denuncia delle oppressioni, del razzismo, le richieste di giustizia, gli appelli al cambiamento, parole urlate, o sussurrate, a tempo di rock, pop, funky, soul, hip-hop, rap. La storica rivista americana Rolling Stone ha scelto le “100 migliori canzoni di protesta di tutti i tempi”, mostrando una panoramica in cui generazioni diverse hanno denunciato le stesse ingiustizie. Noi e il potere. Noi e la guerra. Noi e gli altri. Almeno qui non è vero che dove finiscono le parole, comincia la musica. Qui vivono entrambe e lo fanno alla grande.

Dai Bonzo Goes to Washington di “Five minutes” (al 100° posto) ai Molotov con “Gimme the power ”(94°), da “Merchandise” di Fugazi al “Run to the hills” dei leggendari Iron Maiden e “War Pigs” dei Black Sabbath, e ”I am a Woman” di Helen Reddy. E poi Killer Mike con “Reagan”, dedicato alla fine dell’amministrazione di Ronald Reagan, Tupac che interpreta “Changes”. La storia politica del mondo, e americana in particolare, passa attraverso questa classifica, in cui artisti hanno attaccato Richard Nixon, George W. Bush, Ronald Reagan, la tv, il consumismo, il capitalismo, la natura violentata dagli affaristi.

Per i nostalgici, in 57ª posizione c’è il brano anni ’80 sulla Guerra fredda “99 Luftballons” del gruppo tedesco Nena, e “The guns of Brixton” con la dura linea dei Clash. Presente anche Beyoncé (53ª) con “Freedom", usata da Kamala Harris per la sua campagna, e, al 49° posto, “Biko” di Peter Gabriel, registrato al funerale dell’attivista anti-apartheid Steve Biko.

Ai classici del genere come “Blowin’ in the Wind” di Bob Dylan, “What’s Going On” di Marvin Gaye, “Them belly full” di Bob Marley e “Talkin’ bout a revolution” di Tracy Chapman, si aggiungono brani come “The revolution will not be televised” di Gil Scott-Heron, pezzo parlato di protesta con influenze soul e funk, antenato del rap e diventato celebre nella cultura hippy degli anni ’60 e ’70. L’autore incitava a non restare a casa davanti alla televisione, perché non sarà mai quello lo strumento per la rivoluzione.

Al numero uno della top 100 figura “A change is gonna come” di Sam Cooke, considerato uno dei brani pop più duri di denuncia del razzismo. Al secondo, “Fight the power” dei Public Enemy. Al terzo, “Strange fruit”, di Billie Holiday. Poi il classico “Respect” di Aretha Franklin, risuonato all’ultima convention Democratica di Chicago e “Say it loud - I’m black and I’m proud” di James Brown.

Nelle prime trenta posizioni figura “Alright” di Kendrick Lamar, dall’album “To Pimp a Butterfly”, diventata un inno del movimento Black Lives Matter come mantra per superare le difficoltà. Il ritornello “We gon’ be alright”, ce la faremo, andrà tutto bene, è un grido di speranza. E sempre sul tema razziale si inserisce “Killing in the Name” dei Rage Against the Machine, con il suo “Fuck you, I won’t do what you tell me”, non farò quello che mi dici. Come il chitarrista Tom Morello spiegò a Rolling Stone nel 2022: “Per me si riferisce a Frederick Douglass (icona del movimento di emancipazione degli afroamericani, ndr). Lui disse che il momento in cui divenne libero non fu quando fisicamente si liberò dalle catene, ma quando il padrone disse ‘sì’ e lui disse ‘no’. E’ questa l’essenza di quel fuck you”.

John Lennon e Yoko Ono erano al loro secondo “Bed-In for Peace”, sotto le coperte del Queen Elizabeth Hotel di Montreal, nel ’69, quando decisero di registrare questo classico della controcultura, “Give peace a chance”. Più duro, invece, il messaggio degli Honey Drippers, band di ragazzi neri del Queens, New York, con “Impeach the President”, brano funky del 1973 dedicato al presidente Nixon, travolto dallo scandalo Watergate, ma che ha vissuto una rinascita nel 2019 quando la Camera del Congresso americano annunciò il primo impeachment di Donald Trump. Quell’anno le note della canzone risuonarono ovunque negli Stati Uniti. “This land is your land”, di Woody Guthrie, è stata definita “la più grande canzone scritta sull’America” da un certo Bruce Springsteen, che appare in classifica (28°) con “41 shots”, 41 come i colpi sparati dalla polizia nel Bronx per uccidere un tassista nero, Amadou Diallou. Ma dicevamo di Guthrie, sconosciuto ai giovani americani: scritta nel 1940 e pubblicata cinque anni dopo, “This land is your land” celebra la classe operaia.

“Nelle piazze della città - dice - all’ombra del campanile/all’ufficio di collocamento, ho visto la mia gente/Mentre stavano là affamati, io mi domandavo se questo Paese fosse fatto per te e per me”. Non poteva mancare “Fuck tha Police” (10°) dei N.W.A., reinterpretata negli anni da molti rapper e diventata anch'essa inno del movimento Black Lives Matter, nato per denunciare le brutalità della polizia contro gli afroamericani, così come (al 37° posto) “I can’t breathe” di H.E.R. E poi i Sex Pistol di “God save the Queen", i Green Day (25°) con “American idiot”, con cui Billie Joe Armstrong aveva incanalato il suo disgusto verso il presidente George W. Bush nel 2004, “You haven’t done nothin’” di Stevie Wonder, pubblicato due giorni prima delle dimissioni di Nixon e la protesta ambientalista di Joni Mitchell con “Big yellow taxi".

E il brano in falsetto “Smalltown boy” dei Bronski Beat? E’ al 45° posto nella classifica di Rolling Stone, ma ai primi in chi vuole difendere i diritti arcobaleno nell’America trumpiana spaventata dall’identità sessuale.

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