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Tel Aviv in piazza per il rilascio degli ostaggi. Agam accolta in ospedale dalle soldate liberate

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Scarcerato dagli israeliani anche Zakaria Zubeidi. L’ira di Netanyahu: prima di rilasciare i detenuti palestinesi chiede che il prossimo scambio avvenga in condizioni di sicurezza
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TEL AVIV – Che anche questa volta lo scambio asimmetrico tra detenuti palestinesi e ostaggi israeliani – 110 contro 8 – non filerà liscio, lo si capisce sin dall’alba, quando i miliziani di Hamas cominciano ad allestire l’operazione a Khan Younis vicino alla casa di Yahya Sinwar, l’architetto del 7 ottobre ucciso tre mesi fa nella Striscia. Il valore simbolico di mettere in scena la liberazione accanto alla casa di un uomo che ha organizzato una strage e un rapimento di massa qualche anno dopo essere stato scambiato a sua volta, è brutale. In più, Hamas fa arrivare a Khan Younis migliaia di sostenitori che per ore rendono un supplizio il passaggio del van bianco con gli ostaggi.

Il veicolo procede a passo d’uomo in un clima minaccioso. L’ultimo tratto, i sette ostaggi sono costretti a percorrerlo a piedi, con i miliziani che scavano un corridoio a manate nella folla ostile. Ma dopo 481 giorni di prigionia, è l’ultima via dolorosa per Arbel Yehud, Gazi Moses e i 5 tailandesi, Then…

TEL AVIV – Che anche questa volta lo scambio asimmetrico tra detenuti palestinesi e ostaggi israeliani – 110 contro 8 – non filerà liscio, lo si capisce sin dall’alba, quando i miliziani di Hamas cominciano ad allestire l’operazione a Khan Younis vicino alla casa di Yahya Sinwar, l’architetto del 7 ottobre ucciso tre mesi fa nella Striscia. Il valore simbolico di mettere in scena la liberazione accanto alla casa di un uomo che ha organizzato una strage e un rapimento di massa qualche anno dopo essere stato scambiato a sua volta, è brutale. In più, Hamas fa arrivare a Khan Younis migliaia di sostenitori che per ore rendono un supplizio il passaggio del van bianco con gli ostaggi.

Il veicolo procede a passo d’uomo in un clima minaccioso. L’ultimo tratto, i sette ostaggi sono costretti a percorrerlo a piedi, con i miliziani che scavano un corridoio a manate nella folla ostile. Ma dopo 481 giorni di prigionia, è l’ultima via dolorosa per Arbel Yehud, Gazi Moses e i 5 tailandesi, Thenna Pongksak, Sathiam Suwannakham, Sriaoun Watchara, Seathao Bannawat e Rumnao Surasak. I video di Arbel Yehud, la ragazza tedesco-israeliana che avrebbe dovuto essere liberata domenica scorsa, la 29enne rapita il 7 ottobre insieme al compagno nel kibbutz Nir Oz, sono strazianti. Gli ultimi metri prima di essere consegnata alla Croce rossa, schiacciata e costretta a procedere a strappi, ha lo sguardo di chi non sa se sarà vivo un minuto dopo.

La lunga giornata degli ostaggi comincia con un video ripreso nella notte che mostra l’abbraccio tra Yehud e l’ottantenne Gadi Moses. Prima di vederli al sicuro, passeranno molte ore. E sono ore di rabbia e indignazione, anche per le centinaia di persone riunite davanti al museo di Tel Aviv, in quella che è stata ribattezzata “la piazza degli ostaggi”.

Sul maxischermo scorrono le immagini del teatro dell’assurdo organizzato da Hamas anche per il terzo ostaggio israeliano, Agam Berger, liberata a Jabalia, nel nord della Striscia. La soldatessa indossa una finta uniforme dell’Idf e i miliziani dai volti coperti le consegnano un certificato e un “regalo” prima di scortarla dalla Croce rossa. A Tel Aviv, ad esultare per la sua liberazione, ci sono i suoi vecchi compagni della “Academy of Leadership” dove aveva trascorso un anno prima del servizio militare, la “West Bank d’Israele”, come ci spiega il fondatore, Shlomi Castro. E sono tante, tantissime le ragazze che indossano una treccia come segno di solidarietà verso l’ex compagna: Agam Berger faceva le trecce alle altre prigioniere, inclusi i bimbi liberati durante la settimana di tregua con Hamas nel novembre 2023.

Una delle sue ex colleghe era Lea Aychev, frequentava lo stesso anno di Berger, si ricorda «che Agam era una vera leader, una persona tranquilla ma estremamente calorosa. Faceva tutto per i suoi amici». Nonostante la messinscena di Hamas, nella ventenne prevale la gioia per la liberazione di Berger, Mozes e Yehud e dei cinque ostaggi tailandesi. «Ci siamo chiesti per un anno e quattro mesi come stesse Agam, come stessero gli altri, finalmente lei è libera. Speriamo liberino presto anche gli altri».

Quando Berger arriva in ospedale, al Rabin Medical Center, ad aspettarla ci sono quattro soldatesse rilasciate nei giorni scorsi, Karina Ariev, Daniella Gilboa, Naama Levy e Liri Albag: hanno chiesto di allungare la degenza per stare un po’ con l’ex compagna ora che comincerà il faticoso recupero. Ai parenti e agli amici, sostiene il Times of Israel, avrebbero detto che era stato doloroso essere liberate prima, lasciarsi dietro Agam. Almeno una di loro avrebbe chiesto di rimanere con lei. Il padre di Roni Eshel, ammazzata il 7 ottobre nella base di Nahal Oz, dove erano state rapite Agam e le altre, ha dichiarato che «è ora di fare chiarezza. Non può, non deve succedere di nuovo. Urge una commissione d’inchiesta».

All’ora di pranzo, infuriato per le immagini che arrivano da Khan Younis, Benjamin Netanyahu blocca la liberazione dei palestinesi, «fino a quando non sarà garantita una sicura liberazione degli ostaggi nelle prossime fasi». Le garanzie arrivano e nel pomeriggio lo scambio è completato. E la stragrande maggioranza dei centodieci sono in carcere per attentati terroristici: torna in libertà Zakaria Zubeidi, leader delle brigate Al-Aqsa di Fatah a Jenin, che si è macchiato di diversi attacchi, tra cui quello del 2002 alla sede del Likud a Beit Shean, in cui sono morte sei persone. O Mohammad Abu Warda, membro di Hamas coinvolto negli attentati del 1996 su un bus a Gerusalemme e all’incrocio di Ashkelon, che uccisero 45 israeliani. Intanto, sulla piazza di Tel Aviv che segue passo passo il supplizio dei rilasci è arrivato l’inviato in Medio oriente americano, Steve Witkoff. Lo aspetta uno striscione enorme: “Grazie, presidente Trump». Qualcuno li guarda con aria perplessa.

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