New York — E proprio quando la controversa storia del campo di detenzione di Guantanamo sembra destinata a chiudersi, con l’espulsione degli ultimi «combattenti stranieri illegali» rimasti nel territorio cubano, Trump la riapre trasformandola nella prigione per gli immigrati da deportare. Lo ha annunciato lui stesso, mentre ieri firmava alla Casa Bianca il Laken Riley Act, prima legge approvata dal Congresso dopo il suo ritorno. Un altro passo per la rivoluzione avviata nei primi giorni di presidenza, che include anche l’offerta di buonuscite ai dipendenti statali che vogliono andare via, l’obbligo di mettere fine allo smart working, e le dichiarazioni di fedeltà richieste a chi intende lavorare nel governo.
«Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo, per detenere i peggiori immigrati clandestini criminali che minacciano il popolo americano», ha detto Trump, anticipando la pubblicazione di un decreto per avviare la trasformazione. «Alcuni di loro sono così cattivi, che non ci fidia…
New York — E proprio quando la controversa storia del campo di detenzione di Guantanamo sembra destinata a chiudersi, con l’espulsione degli ultimi «combattenti stranieri illegali» rimasti nel territorio cubano, Trump la riapre trasformandola nella prigione per gli immigrati da deportare. Lo ha annunciato lui stesso, mentre ieri firmava alla Casa Bianca il Laken Riley Act, prima legge approvata dal Congresso dopo il suo ritorno. Un altro passo per la rivoluzione avviata nei primi giorni di presidenza, che include anche l’offerta di buonuscite ai dipendenti statali che vogliono andare via, l’obbligo di mettere fine allo smart working, e le dichiarazioni di fedeltà richieste a chi intende lavorare nel governo.
«Abbiamo 30.000 posti letto a Guantanamo, per detenere i peggiori immigrati clandestini criminali che minacciano il popolo americano», ha detto Trump, anticipando la pubblicazione di un decreto per avviare la trasformazione. «Alcuni di loro sono così cattivi, che non ci fidiamo nemmeno della disponibilità dei loro paesi a trattenerli, perché non vogliamo che ritornino. quindi li manderemo a Guantanamo. Ciò raddoppierà immediatamente la nostra capacità. E inoltre, è un posto difficile da cui scappare».
Il campo di detenzione di Guantanamo era stato costruito tra mille polemiche nel gennaio del 2002, all’interno della base militare americana sull’isola di Cuba. Lo scopo era richiuderci gli illegal enemy combatants, ossia i militanti catturati nella “guerra al terrorismo”, che non potevano essere lasciati nei paesi dove venivano catturati, ma non dovevano essere trasportati negli Usa per motivi di sicurezza, ed evitare che godessero delle protezioni offerte dalla Convenzione di Ginevra e dalla legge americana ai cittadini. L’idea era tenerli a Guantanamo per processarli, ma il piano non era mai stato realizzato in pieno.
Il campo ha ospitato in totale quasi 800 detenuti, ma poi sono cominciati i rimpatri verso i paesi d’origine. Il presidente Obama aveva promesso di chiuderlo, ma né lui, né Biden hanno raggiunto questo risultato.
Il 6 gennaio scorso 11 yemeniti sono stati liberati, lasciando in totale 15 prigionieri, di cui 2 condannati, 7 sottoposti a processo, e 6 candidati al trasferimento. Guantanamo sembrava dunque destinata a chiudere, ma ora Trump la rilancia non solo come centro di passaggio per gli immigrati illegali in via di deportazione, ma anche come carcere permanente per quelli più pericolosi, che non si fida a rimandare in patria per il timore che tornino negli Usa. Come nel 2002, resta da verificare la legalità di questo provvedimento, che però intanto parte.
La rivoluzione di Trump dunque continua e accelera, anche sul fronte interno. Ieri ha annunciato provvedimenti che promettono di cambiare la faccia alla macchina statale. Ha offerto la buonuscita a tutti i dipendenti pubblici che vogliono lasciare il posto, un po’ per snellire la macchina burocratica che considera ostile e inutile, e un po’ per liberarsi di personale non fedele. La scusa è lo smart working, che intende eliminare, riportando tutti i funzionari negli uffici. Per chi non volesse, c’è la buonuscita. Il secondo obiettivo è la fedeltà, inseguita anche con questionari che i candidati dovranno riempire al momento dell’assunzione, per spiegare quando e come era avvenuta la loro Maga revelation, ossia la scoperta di amare il movimento “Make America Great Again”. Ovviamente ogni governo eletto ha il diritto di realizzare il programma per cui i cittadini lo hanno scelto, ma secondo l’Associated Press nei corridoi dei ministeri c’è già chi chiama questi nuovi assunti i “Maga commissars”, un po’ come i commissari del popolo nella vecchia Unione Sovietica.