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"Brexit, così abbiamo rovinato il Paese". Il racconto di un ex ministro a 5 anni dall’uscita dall’Ue

Sir Alan Duncan (foto di Antonello Guerrera) 
Intervista a Sir Alan Duncan, nei governi Cameron e May e già vice di Johnson, nell’anniversario dell'addio del Regno Unito dall’Unione il 31 gennaio 2020: “Una decisione tremenda, che ha portato declino e niente benefici. Boris? Un essere senza principi”
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LONDRA - Sir Alan Duncan, 67 anni, veterano del partito conservatore e deputato per 27 anni a Westminster, è stato ministro e sottosegretario nei governi Cameron e May, oltre che vice di Boris Johnson al Foreign Office. Prima che i due litigassero per sempre a causa della Brexit e della brama di potere di Boris. A cinque anni dall’effettiva uscita a del Regno Unito dalla Ue il 31 gennaio 2020, Duncan è una straordinaria memoria storica e ci racconta, attraverso ricordi nei palazzi di Whitehall, “il coccodrillo della Brexit”, come lo chiama lui. Che ha visto nascere, ingrassarsi anno dopo anno, per poi divorarsi tutto il Paese.

Sir Alan, sono passati cinque anni.
“E nove di subbuglio politico. Appena giunto il risultato del referendum del 23 giugno 2016, la politica britannica è sprofondata in divisioni e recriminazioni. E il partito conservatore che ha promosso il referendum ne è uscito distrutto, dilaniato da guerre interne. Mentre il Regno Unito non ci ha guadagnato davvero niente”.

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LONDRA - Sir Alan Duncan, 67 anni, veterano del partito conservatore e deputato per 27 anni a Westminster, è stato ministro e sottosegretario nei governi Cameron e May, oltre che vice di Boris Johnson al Foreign Office. Prima che i due litigassero per sempre a causa della Brexit e della brama di potere di Boris. A cinque anni dall’effettiva uscita a del Regno Unito dalla Ue il 31 gennaio 2020, Duncan è una straordinaria memoria storica e ci racconta, attraverso ricordi nei palazzi di Whitehall, “il coccodrillo della Brexit”, come lo chiama lui. Che ha visto nascere, ingrassarsi anno dopo anno, per poi divorarsi tutto il Paese.

Sir Alan, sono passati cinque anni.
“E nove di subbuglio politico. Appena giunto il risultato del referendum del 23 giugno 2016, la politica britannica è sprofondata in divisioni e recriminazioni. E il partito conservatore che ha promosso il referendum ne è uscito distrutto, dilaniato da guerre interne. Mentre il Regno Unito non ci ha guadagnato davvero niente”.

In che senso?
“Siamo fuori dalla Ue ma nessuno riesce a nominare nemmeno un beneficio concreto. È stata una decisione assolutamente negativa. Eppure, alcuni giornalisti idioti continuano a sostenere quanto sia stata importante la Brexit. Invece, ora bisognerà vedere come riguadagnare una crescita economica. Ma sarà molto difficile, come dimostrano le difficoltà che sta avendo l’attuale primo ministro Starmer”.

Eppure i tories e Johnson continuano a dire che ci sono stati benefici, dal riprendere il “controllo dei confini” ai vaccini anti Covid distribuiti prima dell’Ue.
“Ma riprendere il controllo di cosa? Come sui migranti, arrivati in numero record l’anno scorso? Niente della Brexit ha fatto la differenza. Anzi, come Paese siamo indebolito, meno influente e disprezzato in tutto il mondo. In questo periodo storico, stare insieme è meglio di essere isolati. Per esempio, prenda Gaza: prima di Natale c’è stato un importante vertice tra Ue e Consiglio di Cooperazione del Golfo e noi non eravamo al tavolo, nonostante la nostra storia in Medio Oriente. Questo smacco come diavolo può considerarsi qualcosa di positivo?”.

Ora però Starmer vuole riavvicinarsi alla Ue, attraverso quello che lui chiama “reset”, soprattutto su commercio, difesa e sicurezza. Ce la farà?
“Innanzitutto, basta pronunciare la parola Brexit. È finita: non torneremo in Ue. Ma certo è ragionevole sedersi al tavolo con la Ue e capire cosa si può fare per il bene della nostra economia. Certo non sarà facile, perché Bruxelles ovviamente ha anche i suoi interessi”.

Quale potrà essere ora secondo lei l’impatto di Donald Trump, anche nei confronti del rapporto tra Uk e Ue?
“Trump disprezza le organizzazioni internazionali e odia l’Ue. Non gli piacciono le Nazioni Unite e ciò è un grosso problema per l’ordine mondiale se la nazione più potente del mondo si comporta così. E poi come Regno Unito non abbiamo più una special relationship con gli Stati Uniti. Al massimo Washington ce l’ha con Israele adesso, ma non con noi. Dobbiamo smetterla di mostrarci più grandi di quello che siamo. Non siamo più superiori in molti campi. Dobbiamo capire ora come possiamo mantenere la nostra posizione nel mondo e cercare di invertire quell’innegabile declino che stiamo vivendo. In questo contesto, il Regno Unito di Starmer dovrà essere molto cauto e sottile nel suo riavvicinamento alla Ue per lenire alcuni degli effetti negativi della Brexit e cercare di recuperare quei benefit per i britannici distrutti dall’uscita dall’Unione. Ma, allo stesso tempo, Starmer dovrà cercare di rimanere calmo, evitare inutili scontri con Trump che non vede di buon occhio questo “reset” di Londra con Bruxelles, e sperare di evitare i i dazi”.

E secondo lei Starmer ce la può fare?
“Sarà molto complicato. Anche perché il Labour ha commesso errori madornali e sciocchezze nei confronti di un leader estremamente vendicativo come Trump, vedi gli attivisti mandati questa estate a fare campagna per Kamala Harris. Per non parlare di ministri dell’attuale governo che hanno ripetutamente offeso il presidente americano in passato”.

Crede che la Russia abbia influito nel referendum del 2016?
“Non lo so e non credo. Ma secondo me, non avrebbe fatto comunque la differenza. La differenza l’ha fatta altro, purtroppo”.

Sir Alan Duncan (foto di Antonello Guerrera) 

Cosa?
“La stoltezza dei nostri partiti. In primis il mio, quello conservatore, con il disastro che ha combinato David Cameron con quel faustiano patto con il diavolo del referendum. Non si possono sovrapporre Parlamento e plebisciti. Ho sempre creduto che la Brexit sarebbe stata distruttiva e che avrebbe accelerato il nostro declino. Theresa May, poi, è stata una prima ministra debolissima, senza la personalità necessaria per esserlo. Ma forse ancora più doloroso è stato il comportamento di molti deputati ed esponenti tory in quegli anni: si sono dimostrati una marmaglia di egoisti litigiosi e attaccabrighe, che hanno messo loro stessi davanti al futuro del Paese. Come Boris Johnson, che pubblicamente contrapponeva il Parlamento alla “volontà del popolo”. Hanno distrutto il mio partito conservatore, aprendo le porte a Nigel Farage. Ma anche il Labour di allora nascose la testa sotto alla sabbia di fronte al referendum Brexit e Corbyn si dimostrò quello che è: un politico inutile”.

In questo contesto di crisi dei partiti, con il suo Reform UK che sta volando nei sondaggi e le interferenze di Musk, crede che il re brexiter Nigel Farage possa davvero diventare primo ministro di questo Paese?
“In questo momento sta sfruttando la debolezza e la reputazione a pezzi del partito conservatore. Quest’ultimo sopravviverà? Difficile dirlo. Il sistema elettorale britannico non favorisce Farage, che però ora cavalca l’onda di Trump e il tema dei migranti. Ma almeno Nigel è genuino, affabile e autentico”.

E di Boris Johnson cosa pensa?
"Un personaggio assolutamente senza principi. E ha distrutto se stesso. Quando era al Foreign Office e io ero il suo vice, Boris passava tutto il tempo a provare a distruggere e scalzare May, che lo aveva nominato ministro degli Esteri. Fu la mossa più stupida che Theresa potesse fare. Bisogna essere davvero scemi e ignoranti per mettere la persona più pericolosa di tutte al Foreign Office”.

L’ultima volta che si siamo visti, con lei che era ancora al governo, ci aveva detto che la Brexit era come un “cazzo di coccodrillo che abbiamo ingozzato e che ora ha sempre più fame”. Adesso?
"Adesso è un coccodrillo morto. E che si sta decomponendo”.

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