Nel campo di Al Hol, dove rinasce l’Isis
di Floriana Bulfon. Coordinamento editoriale Carlo Bonini. Coordinamento multimediale Laura Pertici. Produzione Gedi VisualNORDEST DELLA SIRIA – Il volto della Fenice è una sorpresa amara: è quello di migliaia e migliaia di bambini, cresciuti in una prigione dove li hanno educati all’odio. Sono i figli e gli orfani dei terroristi che hanno proclamato il Califfato, allevati per prendere il posto dei genitori e far risorgere l’Isis dalla cenere della disfatta. Reclute acerbe che nella loro breve vita hanno conosciuto soltanto disperazione e violenza: sono il popolo di al Hol. Ben 39mila persone, in stragrande maggioranza donne e minori, rinchiusi in una gigantesca tendopoli circondata da reticolati nella regione autonoma curda del Rojava, nel Nord Est della Siria. La sezione 6 è la più blindata perché custodisce i familiari dei foreign fighters arrivati per combattere nel nome del jihad. Molti di loro sono veramente piccoli, hanno meno di dieci anni e tanti sono nati qui dentro: non sono mai usciti da questo calderone di rabbia. Lanciano pietre e urlano “Allah Akbar”. Alcuni mimano il gesto dello sgozzament…
NORDEST DELLA SIRIA – Il volto della Fenice è una sorpresa amara: è quello di migliaia e migliaia di bambini, cresciuti in una prigione dove li hanno educati all’odio. Sono i figli e gli orfani dei terroristi che hanno proclamato il Califfato, allevati per prendere il posto dei genitori e far risorgere l’Isis dalla cenere della disfatta. Reclute acerbe che nella loro breve vita hanno conosciuto soltanto disperazione e violenza: sono il popolo di al Hol. Ben 39mila persone, in stragrande maggioranza donne e minori, rinchiusi in una gigantesca tendopoli circondata da reticolati nella regione autonoma curda del Rojava, nel Nord Est della Siria. La sezione 6 è la più blindata perché custodisce i familiari dei foreign fighters arrivati per combattere nel nome del jihad. Molti di loro sono veramente piccoli, hanno meno di dieci anni e tanti sono nati qui dentro: non sono mai usciti da questo calderone di rabbia. Lanciano pietre e urlano “Allah Akbar”. Alcuni mimano il gesto dello sgozzamento. Si sente un colpo di pistola: vogliono dimostrare che comandano loro. "Nascondono molte armi e spesso compiono omicidi: nella sezione 6 abbiamo appena trovato il corpo di una donna ammazzata e sepolta da almeno un anno".
Jihane Hanane è la direttrice: una quarantenne con i capelli neri raccolti e la faccia scavata dalla fatica. Nel container che usa come ufficio ha alle spalle la mappa della prigione: "Questo posto è stato costruito per i profughi iracheni vent’anni fa, poi noi curdi lo abbiamo riutilizzato per le famiglie dell’Isis. Nel 2019 c’erano 70mila persone, ma quasi metà è stata rimpatriata: sono rimasti 17mila siriani, 18mila iracheni e altri quattromila di 42 nazionalità diverse. Stiamo negoziando con Baghdad e con Damasco il trasferimento dei loro cittadini, ma moltissimi non hanno documenti e non vengono riconosciuti". Con questi numeri la sorveglianza all’interno è praticamente impossibile: "Ci sono cellule radicali che impongono le loro regole mentre alcune donne chiamate le hesbee dominano la comunità femminile – prosegue Hanane -. È difficile stabilire il confine tra il fondamentalismo e la violenza patriarcale: pochi giorni fa un siriano ha picchiato le figlie e ne ha uccisa una. Più delle armi, è questa mentalità integralista a farci paura".
Lo si realizza subito camminando tra le tende ammassate. Una donna con il burqa si avvicina: "Sono qui da sette anni. Mio marito e i nostri tre bambini sono morti sotto le bombe: mi rimane una figlia ferita e disabile, devo occuparmi di lei ma non so come fare. Portateci via: ho presentato la richiesta da mesi ma non mi rispondono". Perché vi siete affiliati all’Isis? "Non avevamo niente da mangiare e a mio marito serviva un lavoro. L’Isis gliel’ha dato e siamo andati con loro". In un attimo si raduna una folla. Un ragazzino domanda: "Ho quindici anni, ma è vero che possiamo tornare a casa?". Un secondo lo affianca: "Quando ci fate uscire?". Il terzo, piccolissimo, indica una vettura e sfoggia un sorriso gelido: "Se non ti investe l’auto, allora poi ti ucciderà l’Isis…". "Perché non liberate questi bambini, crescono in prigione! – urla un’altra donna –. Vi sembriamo terroristi? Avete paura di noi, ma non facciamo nulla: siamo solo veri musulmani". Le voci si fondono in un coro femminile che i burqa rendono indistinto: "Di cosa ci accusate? Noi siamo innocenti e vogliamo uscire". "Voi riconoscete i diritti umani. E allora perché qui non vengono rispettati?".
Questa detenzione collettiva dei familiari oggi appare come disumana, ma nella stagione del terrore jihadista non aveva alternative. Quando nell’ottobre del 2017 i curdi sostenuti dall’aviazione statunitense hanno espugnato Raqqa, nel confinante Iraq il Califfato continuava a resistere e mezzo mondo era tormentato dagli attentati suicidi: la prospettiva che le donne e persino i bambini si trasformassero in kamikaze era concreta, mentre nessun Paese d’origine era disposto a farli tornare indietro.
"Siamo in questo posto da sei anni, io dal Turkmenistan e loro dall’Uzbekistan – dice l’unica che parla arabo, uscendo da un folto gruppo -. Mio marito è morto per il governo". Quale governo? "Lo Stato Islamico. Siamo venute con l’aereo per unirci allo Stato Islamico. Mi dici come uscire da qui?". Una di loro è disperata: "Guarda in che condizioni viviamo: quando piove si allaga tutto". Un’altra rimane in disparte: "Sono corsa fuori dalla casa di mio marito, da quel giorno non so più dov’è. Ma sono uscita da quell’ignoranza…". Cosa intendi dire? Arrivano altre persone e si zittisce. Ci sono cani randagi ovunque. Una donna con la schiena curva, in apparenza più anziana, li aizza con un bastone: "Attaccate! Attaccate!".
I resti dello Stato islamico sono sconfitti ma non domati. Sono imprigionati in questo inferno e divisi in tanti gironi danteschi in base alla pericolosità. Accanto all’ingresso principale ci sono i siriani, che il regime di Assad non ha mai voluto accogliere: il primo piazzale è invaso dalle bancarelle dove si vende e si scambia di tutto. Più in là, gli iracheni. Per ultima, la sezione 6 ha accessi separati e matasse di filo spinato che trattengono una babele: caucasici, uzbechi, turkmeni, ceceni, afghani, bosniaci, maghrebini e alcune centinaia di europei. Una donna che chiamano “la Danese” domanda in perfetto inglese: "Oggi arrivano i medici per le visite?". Proviamo a chiederle chi sia ma si gira e va via. "Non ci piegherete", proclama ad alta voce una delle giovani vedove, con il burqa che lascia spazio solo all’ostilità dello sguardo.
Al Hol è un’arma a doppio taglio. In quelle tende rabberciate si alleva la nuova generazione di guerriere e guerrieri votati al martirio. Se riuscissero a fuggire, l’Isis riavrebbe di colpo un esercito: una falange di ragazzini indottrinati dai predicatori di morte. L’allarme è al massimo livello. Tre anni fa è stato assalito il penitenziario di al Sinaa, alla periferia di Hassakeh, dove sono stati concentrati tremila veterani: hanno tirato fuori i kalashnikov nascosti da tempo mentre altri terroristi dall’esterno facevano saltare in aria le porte. I soldati curdi delle Sdf, Syrian Democratic Forces, hanno combattuto per giorni prima di riprendere il controllo, e solo l’intervento degli elicotteri statunitensi ha impedito l’evasione.
Adesso è cambiato tutto. Il crollo del regime di Assad sta facendo precipitare la situazione nel Rojava, la regione autonoma creata dai curdi che hanno abbattuto l’Isis. Recep Tayyip Erdogan vuole chiudere i conti con i curdi e ci sono già scontri quotidiani. Solo la presenza degli Stati Uniti, che hanno addestrato l’Sdf e mantengono un contingente di duemila militari, sta impedendo ad Ankara di andare fino in fondo. Ma nessuno sa cosa farà Donald Trump. È stato sotto la sua presidenza che gli Stati Uniti hanno armato e tutelato questo popolo, indispensabile per lottare contro il Califfato. Il ritorno alla Casa Bianca però è iniziato con un pessimo segnale: nel taglio degli aiuti internazionali sono stati azzerati pure i finanziamenti per la gestione di al Hol. All’improvviso sono sparite le paghe per i guardiani e il cibo per i reclusi, senza preavviso né spiegazioni. Poi qualcuno ha fatto capire allo staff di Trump quanto fosse scellerata quella mossa, interpretata dai reclusi come un annuncio di smobilitazione, e dopo 48 ore è arrivato il dietrofront. Il campo resta in funzione, anche se non si sa per quanto: se ci sarà l’attacco turco, tutti correranno a difendere il Rojava ma già ora donne e uomini sono stati trasferiti lungo la frontiera, sguarnendo i reparti che vigilano sui fondamentalisti. Il momento che l’Isis attende da anni potrebbe essere vicino.
"Siamo nel caos e l’Isis ne sta approfittando. Continua a riprendere forza e dopo la caduta del regime le aggressioni si sono moltiplicate". Avin Swed è la co-sindaca di Raqqa, perché la democrazia dei curdi nel nordest della Siria impone che le cariche pubbliche siano sempre affidate a una donna e un uomo. Intorno al suo ufficio si stende l’ex capitale siriana del Califfato, che non ha sanato le ferite dell’assedio: si vedono macerie ed edifici sbriciolati. "Ci sono cellule ovunque, nei dintorni di Raqqa ma non solo. Abbiamo sconfitto i miliziani nel 2019, ma la loro ideologia jihadista resiste".
Tutte le intelligence guardano con preoccupazione alle notizie che arrivano dalla Siria, una più allarmante dell’altra. Nel 2024 gli attentati messi a segno dall’Isis sono triplicati: sono stati 692, più di cinquanta al mese. Si sta riorganizzando e pianifica colpi clamorosi. Il crollo della dittatura ha lasciato caserme incustodite piene di armi ed esplosivi. "Nelle nostre prigioni ci sono 56mila persone che continuano a credere nell’Isis – sottolinea Roxana Muhammad, portavoce delle forze di autodifesa Ypj nel comando di Hassakeh -. Chiediamo a Trump di continuare a sostenerci: i jihadisti sono una minaccia globale, anche gli ultimi attentati in Occidente lo confermano".
Nel primo giorno del 2025, a New Orleans un ex sergente della Us Army ha travolto e ucciso quattordici persone prima di morire in un conflitto a fuoco con la polizia. Un musulmano radicalizzato che ha proclamato in un video la sua adesione allo Stato Islamico. Qui nel Rojava i terroristi compiono raid mirati: uccidono i notabili per diffondere paura nelle comunità o fanno saltare in aria i pozzi e le cisterne di petrolio, unica risorsa di una terra poverissima. La scorsa settimana ce ne sono stati quattro, mentre pochi giorni prima alle porte di Damasco è stato sventato il tentativo di mettere bombe nel santuario di Sayyida Zaynab, uno dei più importanti in assoluto per gli sciiti: l’esplosione avrebbe provocato un’ondata di ritorsioni tra le due confessioni .
Visitare la sezione speciale dell’ospedale di Hassakeh, il più grande della regione curda, aiuta a comprendere le radici della violenza. Al terzo piano, dietro due cancelli presidiati dai militari, c’è il reparto dove vengono curate le recluse di al Hol. I loro corpi incarnano l’orrore della guerra. Seduta su un letto c’è Sarab. Ha trentaquattro anni, indossa il niqab ed è senza un braccio, non ha mai ricevuto una protesi: "La mia salute è peggiorata. Sto ad al Hol da cinque anni con l’altra moglie di mio marito. Lui è morto quando hanno bombardato la nostra auto a Baghuz, io mi sono salvata ma ho perso il braccio e ho le gambe lesionate. Con Daesh era una bella vita, quello che è successo ha cambiato ogni cosa". Sono tutte vedove e non hanno pentimenti. Rayan di anni ne ha 27, è originaria di Aleppo e ha un figlio nato orfano: "Non mi ricordo niente. L’Isis? Quando veniva battuto ci faceva spostare da un posto all’altro. Adesso sono stanca ma non posso tornare a casa: per noi di Aleppo non c’è ancora una soluzione".
"Le donne di Al Hol arrivano spesso ustionate o perché gli viene iniettata benzina: sono vittime di torture ma non denunciano – racconta Muhammed Khalef, il direttore dell’ospedale – . Con loro affrontiamo difficoltà straordinarie, perché molte non accettano di farsi visitare da medici uomini ma le dottoresse sono pochissime. Qui manca tutto: medicinali, strumenti diagnostici, infermieri".
Nella stanza con Sarab e Rayan c’è una ragazza avvolta in un burqa integrale, immobile e muta: "Ha sedici anni, è incinta e ha delle perdite". Nei reticolati di Al Hol le gravidanze sono fin troppo numerose. "Guarda quanti bambini piccoli ci sono nel campo – spiega una delle miliziane dell’Ypj che fa la vigilanza – : li trovi pure nelle zone in cui non ci sono uomini reclusi. Non capisci? Appena entrano nella pubertà ci sono stupri, obbligano i giovani maschi ai rapporti sessuali. Li costringono ad avere figli e mettere al mondo quelle che diventeranno le nuove reclute dell’Isis. Noi spesso trasferiamo gli adolescenti in strutture specializzate, tentando di salvarli dall’indottrinamento, ma non sempre ci riusciamo perché le madri li nascondono. Tutta la loro vita è una missione d’odio".