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David Grossman rompe il silenzio: “Israele e Palestina, non ci resta che vivere nell’odio”

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Il più celebre scrittore israeliano dopo molto tempo dà voce alla sua disperazione: con un “urlo” in versi e denunciando la fine delle illusioni di pace. “Il cessate il fuoco può essere l’inizio di una soluzione – dice – ma solo perché la pressione di Trump sarà insostenibile. A lui non interessa la complessità, vuole solo il risultato”
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Non trovare le parole è quello che accade alle persone comuni. Quando succede a uno dei più importanti scrittori del mondo, a qualcuno che con le parole per decenni ha non solo raccontato, ma anche plasmato la realtà, è il segno di qualcosa di grave, di qualcosa che si è rotto.

Per mesi, David Grossman non ha trovato le parole. Ha smesso di scrivere qualche mese dopo il 7 ottobre 2023. Per un po’, dopo la strage commessa da Hamas quel giorno, aveva provato a spiegare i sentimenti di Israele e le azioni che a questi sentimenti erano seguite. Le sue parole, soprattutto di fronte all’intensificarsi dei bombardamenti su Gaza e all’aumento del numero delle vittime palestinesi, non erano sempre state accolte con favore. Poi semplicemente, ha smesso. Sopraffatto da qualcosa che in Occidente forse non abbiamo capito fino in fondo: il dolore e l’impotenza che dopo il 7 ottobre hanno travolto molti di quelli che per decenni avevano scelto la strada della pace e del dialogo. E dal riacuirsi - …

Non trovare le parole è quello che accade alle persone comuni. Quando succede a uno dei più importanti scrittori del mondo, a qualcuno che con le parole per decenni ha non solo raccontato, ma anche plasmato la realtà, è il segno di qualcosa di grave, di qualcosa che si è rotto.

Per mesi, David Grossman non ha trovato le parole. Ha smesso di scrivere qualche mese dopo il 7 ottobre 2023. Per un po’, dopo la strage commessa da Hamas quel giorno, aveva provato a spiegare i sentimenti di Israele e le azioni che a questi sentimenti erano seguite. Le sue parole, soprattutto di fronte all’intensificarsi dei bombardamenti su Gaza e all’aumento del numero delle vittime palestinesi, non erano sempre state accolte con favore. Poi semplicemente, ha smesso. Sopraffatto da qualcosa che in Occidente forse non abbiamo capito fino in fondo: il dolore e l’impotenza che dopo il 7 ottobre hanno travolto molti di quelli che per decenni avevano scelto la strada della pace e del dialogo. E dal riacuirsi - dettato dagli eventi - di una ferita personale: nel 2006 suo figlio Uri morì nell’ultimo giorno della guerra di Israele contro Libano. «Non saprei cosa dire. Ho bisogno di prendere le distanze», è stato il filo rosso delle scarne conversazioni con lui in questi mesi.

Ora che la distanza è stata presa - anche fisicamente, con lunghi soggiorni all’estero - Grossman è tornato. Dolorante, ermetico, guardingo: come l’Israele di oggi. Un Paese che non è più lo stesso di due anni fa, che fatica ad allargare lo sguardo e a dare spazio a un dolore che non sia il suo. È diverso Israele ed è diverso Grossman: non ha scritto un racconto, un articolo o un discorso, come tante volte ha fatto in questi anni. Ha scritto una poesia che in patria è diventata un rap e che trovate qui accanto, tradotta in italiano. Sono versi complessi, a volte brutali, che ci obbligano a scavare, a leggere e a rileggere. A mettere da parte la logica ferrea degli articoli giornalistici o dei discorsi con cui per anni, anche dalle colonne di Repubblica, lo scrittore ha attaccato il governo israeliano e criticato la direzione che il suo Paese stava prendendo.
Signor Grossman, la prima domanda è scontata: perché una poesia?

«Perché con quello che è successo in Israele e a Gaza, dopo i massacri a cui abbiamo assistito, le parole da sole non bastano: non possono contenere tutto. Per mesi, prima e dopo la strage, abbiamo ripetuto le stesse cose e non siamo arrivati da nessuna parte. Cosa fare? Un altro articolo? Un altro discorso in piazza? Non avrebbe avuto nessun effetto. Così, a un certo punto, mi è venuto di scrivere qualcosa che fosse un mix fra i fatti che avevamo vissuto e la poesia. È stato come se qualcuno mi prendesse la mano, guidandola: una volta partita, la mano è andata da sola. Quello che ne è uscito fuori è quello che leggete. Non so se definirlo un canto, una preghiera, o un mix fra entrambi. Credo che sia qualcosa di adeguato a una situazione estrema come questa: emotivo e non razionale».


Non è un testo facile quello che ha scelto di condividere con noi: vuole provare lei a guidarci nell’interpretazione?

«Come lei dicevo è una canzone, una preghiera, una poesia. Qualche mese fa ho scritto qualcosa su quanto è fragile il processo che porta la vita, quanto è difficile creare un essere vivente: e quanto invece è facile distruggerlo. Ma è ancora lì, nel cassetto. Questa poesia invece ho pensato che potevo condividerla. Perché è un urlo: e di fronte a una situazione insostenibile come quella che viviamo da più di un anno, gridare è giusto».

Cosa intende quando parla di “situazione insostenibile”?

«Intendo la consapevolezza che da ora in avanti vivremo sempre circondati dall’odio e dalla paura, che l’irrazionalità è più forte della razionalità, che dovremmo sempre stare in guardia di fronte una possibile esplosione di violenza, che dovremmo passare il tempo a sperare che non accada di nuovo. Questo vale per entrambi i lati: ed è una cosa che per me è molto difficile ammettere. Ho passato la vita a scrivere e attraverso la scrittura a cercare di capire l’altro: ora ho raggiunto il punto in cui non ce la faccio più. Questa poesia è il mio urlo».

Se guarda davanti a sé, cosa vede oggi?

«Due popoli distrutti dall’odio e dalla violenza».

David Grossman a Bologna a Repubblica delle Idee foto Gianluca Perticoni / Eikon

 

Il cessate il fuoco in corso non le dà un briciolo di speranza?

«Probabilmente questo cessate il fuoco sarà l’inizio di una soluzione: non perché questo governo in Israele davvero la voglia, ma perché la pressione di Trump sarà insostenibile e il governo dovrà cedere. A Trump non interessano le sfumature, la complessità della regione, le contraddizioni continue delle persone coinvolte in questa crisi. Ha uno sguardo nuovo: quello dell’uomo d’affari che vuole un risultato e lo vuole adesso. Si è messo in testa che l’obiettivo da raggiungere è la pace in Medio Oriente: e intende raggiungerlo. Ho guardato un’intervista che ha dato l’altro giorno a una televisione americana. Il giornalista gli ha chiesto se davvero pensava che Egitto e Giordania avrebbero accettato di prendersi i palestinesi di Gaza. Ha risposto solo “Accetteranno. Accetteranno perché diamo loro un sacco di soldi e ci devono qualcosa in cambio”. È una risposta incredibile, brutale, senza sfumature. Magari questo approccio è quello di cui questi due popoli hanno bisogno: perché mi pare chiaro da soli non possono arrivare a una soluzione».

Ha detto “soluzione” due volte in pochi minuti: forzo di molto il suo pensiero se dico che allora forse non tutto è perduto...

«Non ricordo nella mia vita un tempo in cui l’incertezza è stata così forte. Ma allo stesso tempo non possiamo permetterci di lasciarci prendere dalla disperazione: è per questo che ho scritto. Perché la disperazione non può vincere. Forse, con il ritorno degli ostaggi e con la ricostruzione di Gaza potrà tornare un velo di normalità».

Come? Qual è la strada?

«Credo che un passo avanti importante potrebbe segnarlo un accordo fra Israele e l’Arabia Saudita: non arriveremo a una pace hollywoodiana, non saremo amici, ma insieme saremo più forti. Forse potremmo raggiungere un’intesa basata sul fatto che entrambi siamo terrorizzati da quello che possono fare l’Iran e i suoi alleati nella regione».

L’Arabia Saudita non potrà mai accettare un accordo con Israele senza un accordo sullo Stato di Palestina. Torniamo al punto di partenza: due popoli, il sogno di due Stati, la necessità di un accordo. Ma da nessuna delle due parti oggi la volontà di trovare un accordo è forte...

«La sua è un’osservazione realistica. Ma questo è il tempo delle cose imprevedibili, non del realismo».

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