Dalla guerra dell’oppio ai dazi di Trump, ecco la lezione dei conflitti commerciali della storia
di
Enrico Franceschini
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Raramente sfide di questo tipo risolvono qualcosa. Spesso sono dannose per tutti, talvolta sfociano in confronti armati e in tutti casi creano instabilità sui mercati internazionali
Aggiornato alle 7 minuti di lettura
LONDRA – Il primo round della “più stupida guerra commerciale di tutti i tempi”, come l’ha chiamata il Wall Street Journal, si è concluso con un sostanziale pareggio: gli Stati Uniti hanno congelato per un mese l’aumento delle tariffe doganali a Messico e Canada, in cambio di maggiori misure di questi ultimi per fermare narcotraffico e immigrazione clandestina. Ma l’offensiva promessa da Donald Trump sulle importazioni dall’estero non è finita: l’aumento dei dazi alla Cina è entrato in vigore, con una immediata risposta di Pechino sui prodotti americani, e la Casa Bianca minaccia iniziative analoghe nei confronti dell’Europa.
Che sia o meno “il più stupido”, il conflitto commerciale scatenato da Trump non è certo il primo, bensì l’ultimo di una lunga serie. Studiare i precedenti, tuttavia, avrebbe dovuto indurre il presidente alla prudenza: raramente le guerre di questo tipo risolvono qualcosa, spesso sono dannose per tutti, talvolta sfociano in guerre vere e proprie e in tutti casi c…
LONDRA – Il primo round della “più stupida guerra commerciale di tutti i tempi”, come l’ha chiamata il Wall Street Journal, si è concluso con un sostanziale pareggio: gli Stati Uniti hanno congelato per un mese l’aumento delle tariffe doganali a Messico e Canada, in cambio di maggiori misure di questi ultimi per fermare narcotraffico e immigrazione clandestina. Ma l’offensiva promessa da Donald Trump sulle importazioni dall’estero non è finita: l’aumento dei dazi alla Cina è entrato in vigore, con una immediata risposta di Pechino sui prodotti americani, e la Casa Bianca minaccia iniziative analoghe nei confronti dell’Europa.
Che sia o meno “il più stupido”, il conflitto commerciale scatenato da Trump non è certo il primo, bensì l’ultimo di una lunga serie. Studiare i precedenti, tuttavia, avrebbe dovuto indurre il presidente alla prudenza: raramente le guerre di questo tipo risolvono qualcosa, spesso sono dannose per tutti, talvolta sfociano in guerre vere e proprie e in tutti casi creano instabilità sui mercati internazionali. Eccone una breve storia per provare a capire che conseguenze avrà anche questa.
Cosa sono le guerre commerciali
La guerra commerciale è un genere di guerra economica basata sull’utilizzo di un protezionismo estremo, frequentemente nella forma di dazi, tariffe e altre barriere sui prodotti importati in un Paese, per ridurre significativamente o impedire del tutto l’entrata di determinati beni dall’estero. Possono essere giustificate come una forma di protezione economica in difesa dell’industria nazionale o come una sanzione politica ovvero una forma di punizione nei confronti di un altro Stato.
Il protezionismo è una politica economica interventista perseguita da uno Stato o da un gruppo di Stati per proteggere e favorire i propri produttori nazionali dalla concorrenza dei produttori stranieri. Si oppone al libero scambio, oggi diventato quasi universale attraverso la globalizzazione del commercio, che ha permesso ai Paesi emergenti o in via di sviluppo enormi progressi nell’ultimo quarto di secolo, riducendo la fame e la povertà estrema in tutto il mondo. Le misure protezionistiche consistono essenzialmente nel limitare le importazioni straniere tramite barriere doganali, quote di importazione, regolamenti governativi, norme tecniche o sanitarie, nell’incoraggiare la produzione e le esportazioni dei propri prodotti, nel favorire le imprese nazionali negli appalti pubblici o nell’impedire agli investitori stranieri di prendere il controllo delle imprese nazionali. In certa misura, la protezione dell’economia nazionale con sussidi, norme e trattati è una pratica diffusa e necessaria. Ma il protezionismo eccessivo, fino a provocare guerre commerciali, è giudicato controproducente dai mercati finanziari e dai più autorevoli economisti.
Le guerre dell’oppio
C’erano già stati vari conflitti commerciali fra Stati europei, poi risultati in conflitti militari: fra Inghilterra e Francia a partire dal 1100, fra Inghilterra e Spagna dal 1568, fra Inghilterra e Olanda dal 1652, centrati sul controllo delle rotte commerciali via mare. Ma le guerre dell’oppio, scoppiate verso la metà del diciannovesimo secolo, furono la prima guerra commerciale su scala veramente globale, da un continente all’altro, in una sfida impari tra la Cina e le potenze europee.
La prima guerra dell’oppio venne combattuta tra la Cina imperiale e la Gran Bretagna dal 1839 al 1842. A provocarla fu la campagna del governo cinese per costringere alla proibizione dell’oppio, una droga ricavata dal papavero che era usata in modo massiccio in Cina a scopo ricreativo, come parte di un rituale, nelle abitazioni private e nelle sale da tè, con effetti devastanti sulla popolazione. La campagna contro l’oppio risultò nella distruzione dei magazzini in cui era conservato, di proprietà di mercanti britannici, in particolare della East India Company, la compagnia dell’Inghilterra coloniale che diventò la prima, ricchissima e potentissima multinazionale della storia.
Il governo di Londra rispose inviando una spedizione navale in Cina, costringendo Pechino a pagare ingenti riparazioni e a permettere di nuovo il commercio dell’oppio. Ma i cinesi riprovarono qualche anno dopo a metterlo al bando, provocando la seconda guerra dell’oppio, dal 1856 al 1860, nella quale la Francia si unì alla Gran Bretagna, costringendo la Cina a legalizzare l’oppio. In entrambe le guerre, la superiorità militare delle forze europee su quelle cinesi, all’epoca molto antiquate, risultò in facili vittorie. Pechino dovette firmare trattati che concedevano tariffe preferenziali, concessioni commerciali e territori alle potenze europee. L’effetto viene ricordato dagli storici come il “secolo delle umiliazioni”, indebolendo l’autorità della Cina, forzandola ad aprire i suoi porti marittimi e fluviali, in particolare Shanghai, ai mercanti occidentali, e cedendo all’Impero britannico la sovranità di Hong Kong, che è rimasta una colonia britannica fino al 1997, quando è stata restituita alla Cina.
Le “Tariffe McKinley”
Nel 1890 gli Stati Uniti approvarono una legge presentata dal deputato repubblicano William McKinley che aumentava del 50 per cento le tariffe (ovvero i dazi doganali) su praticamente tutte le importazioni, un incremento diretto a proteggere le industrie domestiche e i lavoratori americani dalla concorrenza estera. I dazi in precedenza applicavano una tassa media già molto alta, del 38 per cento, su beni e prodotti importati dall’estero, ma l’aumento al 50 per cento diede al promotore della legge il soprannome di “Napoleone del protezionismo”. Nel breve termine, l’aumento delle tariffe non portò bene al partito repubblicano, che dopo un acceso dibattito fu travolto alle urne dal partito democratico alle elezioni parlamentari di quello stesso anno, portando a un immediato calo dei dazi, l’effetto dei quali si era rivelato subito disastroso per l’economia Usa, aumentando i costi per i consumatori. McKinley si prese la rivincita, candidandosi alla Casa Bianca, vincendo le presidenziali del 1896 e venendo rieletto quattro anni più tardi, ma nel 1901 venne assassinato da un anarchico (come era successo l’anno precedente in Italia a re Umberto I).
La sua presidenza si distinse per il ripristino di misure protezionistiche, in parte cancellate da trattati bilaterali con Francia e Gran Bretagna, per dichiarazioni isolazioniste, “non ci faremo coinvolgere in guerre”, e ciononostante per l’espansionismo territoriale, con l’annessione di Porto Rico, Guam, Filippine e Hawaii, e due conflitti militari, la guerra ispano-americana e un intervento per sedare una ribellione indipendentista nelle Filippine. Per tutte queste ragioni, Trump ne ha fatto ultimamente un punto di riferimento: protezionismo, isolazionismo ed espansionismo, per quanto in contraddizione fra loro, sono anche i suoi cavalli di battaglia.
Le “guerre delle banane”
Ribattezzate molto tempo dopo “guerre delle banane”, furono una serie di conflitti e di operazioni militari condotti dagli Stati Uniti in America Centrale e nei Caraibi fra il 1898 e il 1934 per estendere la propria influenza politica nel continente e per sfruttarne le risorse naturali, incluse vaste coltivazioni del frutto che ha dato nome alla lunga campagna. Nell’arco di più di tre decenni, Washington impiegò ripetutamente la Marina e l’Esercito in interventi militari a Cuba, Panama, Honduras, Nicaragua, Messico, Haiti e nella Repubblica Dominicana. Uno dei risultati fu l’indipendenza di Panama dalla Colombia, per diventare però di fatto una sorta di protettorato americano, con la costruzione del canale fra l’Atlantico e il Pacifico, ceduto a Panama nel 1997 dal presidente Jimmy Carter ma che oggi Trump vuole “riprendere” o perlomeno strappare all’influenza economica della Cina (come sembra che il segretario di Stato americano Marco Rubio abbia già ottenuto nel suo viaggio lampo a Panama City) insieme alla garanzia di pedaggi preferenziali per le navi commerciali Usa che lo attraversano. Figura centrale nella “guerra delle banane” fu Samuel Zemurray, amministratore delegato della United Fruit Company, la multinazionale americana che aveva piantagioni in numerosi Paesi della regione, oltre a terre, ferrovie e porti, con un potere simile a quello della East India Company britannica in Cina nell’Ottocento.
Utilizzando i Marines Usa come il suo esercito personale, questo spregiudicato uomo d’affari governava di fatto il Centroamerica come una gigantesca colonia: negli ambienti militari di Washington era soprannominato “Banana Man”.
La “guerra del maiale”
La guerra del maiale fu un conflitto commerciale tra l’Impero austro-ungarico e il regno di Serbia tra il 1906 e il 1908. Scoppiò quando la Serbia, fino ad allora un satellite economico dell’Austria-Ungheria, cominciò a cercare di evaderne il controllo, stabilendo rapporti commerciali con altri Paesi, in particolare Bulgaria, Germania e Francia. Il governo degli Asburgo reagì decidendo di punire la Serbia con sanzioni economiche. Nello specifico, impose un blocco delle importazioni di carne suina serba, che era la maggiore esportazione della Serbia nell’Austria-Ungheria. Ma le sanzioni non ebbero il risultato sperato di riportare la Serbia sotto il controllo austro-ungarico. Determinato a ridurre la dipendenza da Vienna, il regno di Serbia cominciò a importare munizioni dalla Francia anziché dall’Austria, firmò un trattato commerciale con la Germania e una unione doganale con la Bulgaria. Quest’ultimo interruppe la vendita di prodotti austro-ungarici a prezzi rialzati in Serbia. La “guerra del maiale” finì così.
L’autarchia del fascismo
Nel ventesimo secolo ci sono state molte altre guerre commerciali: fra Giappone e Corea, tra Gran Bretagna e Irlanda, nel dopoguerra tra gli Stati Uniti e la Comunità Economica Europea. Furono un conflitto commerciale anche le sanzioni imposte all’Italia dalla Società delle Nazioni, l’organismo precursore dell’Onu, per l’attacco all’Etiopia lanciato dal fascismo per “conquistare un posto al sole”, come diceva Mussolini. Il successivo intervento italiano nella guerra civile spagnola a sostegno delle forze franchiste e l’alleanza con la Germania di Hitler isolarono poi ulteriormente il nostro Paese sia dal punto di vista politico che da quello economico. Le sanzioni vietarono l’esportazione all’estero di prodotti italiani e l’importazione in Italia di materiali utili per l’industria bellica. Non tutti erano d’accordo. Gran Bretagna e Francia continuarono a vendere petrolio e carbone all’Italia, sostenendo che un bando di questi prodotti sarebbe stato facilmente aggirato dal fascismo acquistandoli da Germania e Stati Uniti, che non facevano parte della Società delle Nazioni. Washington, inoltre, pur condannando l’invasione dell’Etiopia, notava che le sanzioni erano state approvate da Paesi come Gran Bretagna e Francia in possesso di vasti possedimenti coloniali. La risposta di Mussolini fu l’autarchia, ovvero l’autosufficienza economica di una nazione, da raggiungere attraverso l’indipendenza assoluta o relativa dell’economia nazionale e la riduzione degli scambi commerciali con altri Paesi. Va ricordato che, durante il diciannovesimo secolo e fino alla Prima guerra mondiale, i Paesi occidentali avevano sviluppato politiche economiche liberiste, favorendo lo scambio dei commerci. Dopo la guerra del 1915-’18, cominciarono a diffondersi politiche protezionistiche, che si accentuarono poi in Italia dopo l’ascesa al potere del fascismo nel più ampio contesto di uno Stato autoritario nazionalista. Anche per ragioni di propaganda, il regime fascista dette largo spazio ai cosiddetti “prodotti autarchici”: il tè venne sostituito dal carcadè, il caffè dal caffè di cicoria, l’orbace prese il posto di tessuti tradizionali.
A dispetto degli slogan di regime, nacque il modo di dire “roba di prima”, che significava “di prima delle sanzioni” e indicava merci o cibi di maggiore qualità. Sull’economia nazionale incidevano anche altri fattori, ma l’Italia dell’autarchia vide una crescita del pil molto bassa e inferiore a quella delle principali nazioni occidentali, limitando lo sviluppo complessivo dell’industria nazionale, con un aumento dei costi e una diminuzione della produttività.
Dal Gatt a Trump
(afp)
Di guerre commerciali ce ne sono state parecchie anche nel ventunesimo secolo: tra Brasile e Stati Uniti sul cotone, fra Sud Africa e Brasile sul pollame, tra Argentina e Usa sul limone, solo per citarne alcune. Altre hanno coinvolto Giappone e Corea del Sud, Australia e Cina, Stati Uniti e Messico. La Russia ha messo al bando tutte le importazioni dall’Ucraina, dopo averla invasa una prima volta nel 2014, quando ebbe inizio la guerra poi sfociata nel febbraio 2022 nella seconda invasione russa. Quest’ultima ha provocato severe sanzioni economiche contro Mosca da parte dell’Occidente. E Donald Trump, nella sua prima presidenza, aveva già applicato sanzioni contro Pechino. Ora ci riprova contro tutti, non è ben chiaro con quali obiettivi, al di là dell’intenzione di dimostrare agli elettori che prende sul serio il suo motto “America First”. Ma dalla Seconda guerra mondiale in poi, con la firma nel 1947 del Gatt (Accordo generale sulle tariffe doganali e sul commercio), un patto internazionale per liberalizzare il commercio mondiale, il mondo va in un’altra direzione, che ha reso il pianeta globalmente più integrato e più prospero, anche se ha indebolito l’Occidente con processi come la deindustrializzazione.