MOSCA — Oltre il monumentale ingresso non si va. La guardia giurata dell’Okhrana sbarra l’entrata. Si entra soltanto con lasciapassare o autorizzazione. Sorveglianza strettissima che però non ha evitato il più letale attentato dinamitardo a Mosca riconducibile a Kiev: due morti e tre feriti.
Alye Parusa, “Vele Scarlatte”, è uno dei complessi residenziali più esclusivi della capitale. Sei torri imponenti che svettano per 27 o 48 piani alla suggestiva confluenza tra il fiume Moscova e uno dei suoi tanti canali, un’oasi di verde e di acqua a soli 12 km a nordovest del Cremlino. Circa 300 lussuosi appartamenti quotati tra i 31 e i 250 milioni di rubli, campi sportivi, piscine, ristoranti e persino uno yacht club sparsi sui sette ettari di terreno cinti da eleganti mura in mattoncini rossi.
L’attrice Alla Dovlatova, una delle star residenti al numero 77 di Avjatsionnaja ulitsa, però si lamenta: «Ultimamente ho notato tipi sospetti. Gli episodi di criminalità sono aumentati. Qualcuno h…
MOSCA — Oltre il monumentale ingresso non si va. La guardia giurata dell’Okhrana sbarra l’entrata. Si entra soltanto con lasciapassare o autorizzazione. Sorveglianza strettissima che però non ha evitato il più letale attentato dinamitardo a Mosca riconducibile a Kiev: due morti e tre feriti.
Alye Parusa, “Vele Scarlatte”, è uno dei complessi residenziali più esclusivi della capitale. Sei torri imponenti che svettano per 27 o 48 piani alla suggestiva confluenza tra il fiume Moscova e uno dei suoi tanti canali, un’oasi di verde e di acqua a soli 12 km a nordovest del Cremlino. Circa 300 lussuosi appartamenti quotati tra i 31 e i 250 milioni di rubli, campi sportivi, piscine, ristoranti e persino uno yacht club sparsi sui sette ettari di terreno cinti da eleganti mura in mattoncini rossi.
L’attrice Alla Dovlatova, una delle star residenti al numero 77 di Avjatsionnaja ulitsa, però si lamenta: «Ultimamente ho notato tipi sospetti. Gli episodi di criminalità sono aumentati. Qualcuno ha sparato a qualcuno, stavolta c’è stata un’esplosione».
Il bersaglio era il 46enne Armen Sarkisjan, detto “Gorlovskij”: nome e cognome di dichiarata origine armena, soprannome invece legato alla città adottiva, Gorlovka, o Horlivka, Est Ucraina, autoproclamata Repubblica popolare di Donetsk, Dpr, dove, secondo i servizi di Kiev, sarebbe iniziata la sua ascesa da “boss della malavita” che lo avrebbe introdotto nel clan dell’ex presidente ucraino filo-russo Viktor Yanukovych.
Ufficialmente a capo della Federazione di pugilato della Dpr e responsabile di un campo d’addestramento militare a Gorlovka, era accusato di aver guidato i titushki, i “provocatori”, che nel 2014 davano la caccia ai manifestanti europeisti dell’EuroMajdan di Kiev. E per questo, e per l’omicidio del giornalista Vjacheslav Veremiy, era ricercato dalle autorità ucraine.
Apti Alaudinov, comandante delle forze speciali cecene Akhmat, lo chiamava “fratello”. Nel settembre del 2022, a pochi mesi dall’inizio dell’offensiva in Ucraina, aveva fondato la forza paramilitare d’assalto ArBat, Battaglione Armeno, che aveva combattuto nell’area di Toretsk prima di essere inviata a respingere gli ucraini da Kursk sotto il comando dell’ex wagnerita Ajk “Abrek” Gasparjan.
Nel 2023 ArBat era stato integrato nella brigata internazionale “Pjatnashka” sotto il comando della Difesa e “benedetto” nella chiesa principale della diocesi russa della Chiesa apostolica armena. L’anno scorso era stato anche coinvolto in un golpe sventato a Erevan.
Sarkisjan sapeva di essere in pericolo. Riceveva continue minacce. Per questo, due anni fa, aveva preso in affitto un appartamento al 22esimo piano del blindato compound e viaggiava sempre su un’auto diversa seguito da una nutrita scorta. Era circondato dalle sue guardie del corpo anche ieri quando, intorno alle 9, è uscito per incontrare il “ministro degli Interni” di Donetsk, Aleksej Dikij, padrino del suo primo figlio di pochi mesi.
Il portiere ha fatto appena in tempo a vederlo sbucare dall’ascensore che un ordigno, forse nascosto in un divanetto o in una lampada dell’elegante atrio e azionato a distanza, è esploso squarciando il soffitto e una delle vetrate in ferro verde caratteristiche del complesso. Il 42enne Andrej, 35esimo piano, ha capito che cosa fosse successo soltanto quando ha sentito il viavai di sirene e visto calarsi tra i palazzi l’eliambulanza. Ma per Sarkisjan e una delle sue guardie non c’è stato nulla da fare.
A Mosca le critiche hanno preso il sopravvento sul cordoglio. Il primo a dirlo è stato l’ex consigliere putiniano Sergej Markov: «Gli attentati ucraini si avvicinano sempre di più all’élite russa». Troppo simile la dinamica a quella dell’attentato costato la vita lo scorso dicembre al generale Igor Kirillov.
«L’assassinio di Sarkisian è stato attentamente pianificato e ordinato», hanno ammesso gli investigatori che ora seguono più piste: l’ordigno abbandonato da un fattorino o da un sedicente addetto comunale o da un commando appostato in un appartamento in affitto.
L’avvocato Sergej Sorin, che vive proprio sotto ai Sarkisjan, non si capacita: «I portieri sono attenti, ci sono telecamere ovunque e per entrare ci vuole il pass. Come hanno fatto a colpire qui?».