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Netanyahu l’americano: gli anni negli Usa, le liti con Clinton e Obama e l’idillio con Trump

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Il premier israeliano, oggi in visita alla Casa Bianca, ha vissuto a lungo, anche da bambini, negli Stati Uniti. Un Paese con cui ha un rapporto speciale
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GERUSALEMME – La prima volta fu nel lontano 1996, sotto la presidenza di Bill Clinton. Benjamin Netanyahu, appena eletto a capo del governo israeliano, arrivò alla Casa Bianca consapevole di quanto l’amministrazione americana avesse parteggiato per il rivale Shimon Peres e determinato a sbattere in faccia al leader Usa come lui fosse riuscito comunque a imporsi. Un colloquio da cui apparentemente Clinton uscì fumante, sbottando con il suo entourage “Chi c… è la superpotenza qui?” secondo l’analista e all’epoca funzionario americano Aaron David Miller.

In quasi trent’anni all’apice della politica israeliana, Netanyahu che si prepara oggi a un faccia a faccia cruciale con Donald Trump, ha interagito con tutti i presidenti, da George W. Bush a Obama, poi Trump e Joe Biden. Riuscendo spesso a imporre la sua visione della politica internazionale e degli interessi di Israele a dispetto delle posizioni contrarie dei leader statunitensi grazie a un misto di cinismo, abilità comunicativa e…

GERUSALEMME – La prima volta fu nel lontano 1996, sotto la presidenza di Bill Clinton. Benjamin Netanyahu, appena eletto a capo del governo israeliano, arrivò alla Casa Bianca consapevole di quanto l’amministrazione americana avesse parteggiato per il rivale Shimon Peres e determinato a sbattere in faccia al leader Usa come lui fosse riuscito comunque a imporsi. Un colloquio da cui apparentemente Clinton uscì fumante, sbottando con il suo entourage “Chi c… è la superpotenza qui?” secondo l’analista e all’epoca funzionario americano Aaron David Miller.

In quasi trent’anni all’apice della politica israeliana, Netanyahu che si prepara oggi a un faccia a faccia cruciale con Donald Trump, ha interagito con tutti i presidenti, da George W. Bush a Obama, poi Trump e Joe Biden. Riuscendo spesso a imporre la sua visione della politica internazionale e degli interessi di Israele a dispetto delle posizioni contrarie dei leader statunitensi grazie a un misto di cinismo, abilità comunicativa e profonda conoscenza non solo del proprio elettorato, ma anche della stessa opinione pubblica americana.

Un’infanzia americana

Del resto, Bibi negli Stati Uniti è sempre stato di casa. Il padre Benzion, famoso storico e medievalista, insegnò tra l’altro a Denver e alla prestigiosa Cornell. Nato nel 1949 a Tel Aviv, Bibi trascorse parte dell’infanzia e adolescenza in America negli anni 1956-58 e di nuovo nel 1963-67 per seguire il padre nella sua carriera accademica, prima di tornare in Israele per il servizio militare.

Terminato l’esercito (dove raggiunse il grado di capitano nella famosa unità d'élite Sayeret Matkal), Bibi si trasferì di nuovo negli Stati Uniti per conseguire una prima laurea in Architettura e una seconda in Amministrazione aziendale all’M.I.T, per poi lavorare in una società di consulenza.

(reuters)

Proprio lì si trovava nel 1976 quando il fratello Yoni fu ucciso nella famosa operazione di Entebbe per salvare oltre cento passeggeri e membri dell’equipaggio di un volo Air France presi in ostaggio da un commando palestinese. Dopo la tragedia, Netanyahu si trasferì in Israele e cominciò il suo impegno pubblico, che lo vide tra tra l’altro in servizio presso l’ambasciata israeliana a Washington nel 1982-1984 e come ambasciatore israeliano presso le Nazioni Unite nel 1984-1988. Fino ad arrivare ai decenni al vertice.

Gli scontri con Clinton e Obama

“Se volevo sostenere la pace, dovevo trovare un modo per lavorare con lui”, disse Clinton ricordando gli anni del processo di pace. "Non ero tanto arrabbiato quanto semplicemente divertito dalla sfacciataggine con cui giocava le sue carte. Ma è fatto così. Ha fatto un ottimo lavoro," il commento dell’ex presidente Usa citato dalla rivista Commentary.

Se negli anni di Bush, Netanyahu rimase all’opposizione ed ebbe contatti limitati, fu con Obama che i rapporti tra un premier e un presidente Usa toccarono il fondo. I due leader infatti, pur riconoscendo reciprocamente carisma e capacità politiche e intellettuali, non si intesero sin dal primo momento. Bibi più tardi rivelò di non apprezzare quella che descrisse come la tendenza di Obama a guardare al mondo dal prisma anticolonialista. Obama criticò l’atteggiamento di Netanyahu teso a fargli pagare un prezzo politico interno per i loro disaccordi che non esisteva nei rapporti con altri leader internazionali. Con il momento di massima rottura che arrivò quando il premier israeliano si rivolse al Congresso americano nel 2015 per lanciare un ammonimento contro l’Accordo con l’Iran architrave della politica estera di Obama, nonostante la contrarietà della Casa Bianca.

Trump e gli Accordi di Abramo

Durante il primo mandato di Trump invece Netanyahu riuscì a incassare più successi politici che sotto qualunque altra presidenza: il riconoscimento di Gerusalemme come capitale di Israele, quello dell’annessione delle alture del Golan e poi gli Accordi di Abramo, con la normalizzazione dei rapporti tra Israele ed Emirati Arabi, Bahrain, Marocco e Sudan. Un traguardo che nella visione del premier ha sfatato per la prima volta il tabù della possibilità di cambiare gli equilibri del Medio Oriente senza il bisogno di riconoscere, o persino avanzare, le ambizioni palestinesi a un proprio Stato nazionale.

Le tensioni con Biden

Con l’elezione di Biden, Netanyahu si è trovato di nuovo a lavorare con un’amministrazione democratica, sebbene retta da uno dei più solidi sostenitori di Israele nel partito dell’asinello, nonché amico del premier da decenni. Il messaggio di congratulazioni inviato da Netanyahu nel 2020 gli costò una grave frattura con Trump, che allora (come oggi) non riconobbe i risultati di quelle elezioni. Se dopo il 7 ottobre Biden ha offerto un sostegno da molti definito senza precedenti a Israele, nel corso dei mesi, e con la guerra a Gaza sempre più sanguinosa, i rapporti tra Bibi e Joe si sono raffreddati, con il presidente Usa che secondo fonti ben informate avrebbe più volte definito Netanyahu “un fottuto bugiardo”.

(afp)

Alla vigilia del primo incontro con Trump dall’inizio del suo secondo mandato, Netanyahu ha ostentato sicurezza e soddisfazione, sottolineando di essere il primo leader straniero a incontrare il nuovo presidente dall’entrata in carica. Secondo gli analisti, Bibi cercherà di convincere Trump a lasciargli carta bianca per riprendere i combattimenti a Gaza e distruggere Hamas, anche a costo di lasciare ancora una volta decine di ostaggi israeliani a languire nella Striscia e nonostante l’impegno dell’amministrazione americana a riportarli a casa fino all’ultimo. Con la reazione di Trump ancora una volta difficile da prevedere.

Il record alla Blair House

Mentre atterrava a Washington, l’entourage di Netanyahu ha diffuso un comunicato per ricordare che il premier soggiornerà per la 14esima volta alla Blair House, dove tradizionalmente vengono ospitate le delegazioni straniere in visita ufficiale negli Usa, un numero record per qualunque leader nella storia. E proprio alla Blair House lo ha raggiunto oggi la moglie Sara, che da alcuni mesi vive a Miami – dove negli ultimi mesi è stata anche ospite di Trump a Mar-a-Lago. Un altro segnale del rapporto speciale tra il leader Usa e Netanyahu.

La foto inizialmente utilizzata per questo articolo è stata modificata perché, dopo verifiche, abbiamo rilevato che l’immagine non era reale ma generata con l’Intelligenza artificiale

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