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Mar-a-Gaza o Nakba? Fare della Striscia una Riviera indigna gli arabi. Ma c’è chi fiuta affari

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Per i palestinesi è una nuova catastrofe come quella che spinse centinaia di migliaia di loro a lasciare la propria terra dopo il 1948. L’ex ambasciatore Usa in Israele gioca sul nome del resort di Trump in Florida per presentare la proposta come brillante. Tra i democratici Usa il sospetto che l’uscita serva a distogliere l’attenzione da quello che sta avvenendo a Washington
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LONDRA – “Mar-a-Gaza o Gaz-a-Lago?” Definendola una proposta “storica, brillante e l’unica idea che ho ascoltato da 50 anni a oggi capace di portare pace, sicurezza e prosperità in quest’area tormentata”, David Friedman, ambasciatore americano in Israele durante la prima amministrazione Trump, offre per la “Riviera del Medio Oriente” un nome ispirato da Mar-a-Lago, residenza privata del presidente in Florida e resort per ricchi disposti a pagare mille dollari a notte, come il suo finanziatore, sostenitore e ministro Elon Musk durante la transizione post-elezioni.

Trasformare la Striscia di Gaza in una Mar-a-Gaza sarebbe sembrato a tutti uno scherzo, fino a ieri, quando Donald Trump l’ha presentato come un piano concreto per traslocare “1 milione e 800 mila palestinesi” in Egitto e Giordania (in realtà sono più di 2 milioni), assegnare agli Stati Uniti la ricostruzione di un luogo che attualmente è “un sito di rottami da demolire” e poi sfruttare la potenzialità di un posto “dal clima …

LONDRA – “Mar-a-Gaza o Gaz-a-Lago?” Definendola una proposta “storica, brillante e l’unica idea che ho ascoltato da 50 anni a oggi capace di portare pace, sicurezza e prosperità in quest’area tormentata”, David Friedman, ambasciatore americano in Israele durante la prima amministrazione Trump, offre per la “Riviera del Medio Oriente” un nome ispirato da Mar-a-Lago, residenza privata del presidente in Florida e resort per ricchi disposti a pagare mille dollari a notte, come il suo finanziatore, sostenitore e ministro Elon Musk durante la transizione post-elezioni.

Trasformare la Striscia di Gaza in una Mar-a-Gaza sarebbe sembrato a tutti uno scherzo, fino a ieri, quando Donald Trump l’ha presentato come un piano concreto per traslocare “1 milione e 800 mila palestinesi” in Egitto e Giordania (in realtà sono più di 2 milioni), assegnare agli Stati Uniti la ricostruzione di un luogo che attualmente è “un sito di rottami da demolire” e poi sfruttare la potenzialità di un posto “dal clima sempre mite e in riva al mare, nel quale si possono fare cose bellissime”.

L’iniziativa ha sorpreso tutti, apparentemente lo stesso Benjamin Netanyahu: al fianco di Trump nella conferenza stampa alla Casa Bianca che ha fatto seguito al loro colloquio, il primo ministro israeliano ha lodato il “nuovo modo di pensare” del presidente americano, stando però attento a non entrare nello specifico di come attuarlo e di cosa può significare. In compenso, ora ne discutono tutti.

Ecco una mappa delle reazioni, dei commenti e delle analisi suscitate da un programma che nessuno si aspettava.

Una nuova “Nakba”

Per i palestinesi, la proposta di Trump costituisce un’altra “Nakba”, alla lettera una nuova “catastrofe”, il termine con cui si chiama in arabo la creazione di centinaia di migliaia di profughi fuggiti o espulsi dalla Palestina come risultato della sconfitta delle forze arabe nella guerra del 1948 contro le forze ebraiche, all’indomani della risoluzione dell’Onu che divideva l’ex-colonia britannica in due Stati, accettata dagli ebrei ma respinta dai palestinesi. “Se proprio i palestinesi di Gaza devono essere trasferiti da un’altra parte, lasciamo che tornino alle case che avevano prima del 1948 in quella che oggi è Israele”, scrive sui social media Riyad Mansour, capo della rappresentanza palestinese alle Nazioni Unite. “Anche quello è un bel posto al sole con vista mare, sarebbero felici di andarci”, aggiunge sarcastico, per poi concludere seriamente: “I palestinesi di Gaza vogliono ricostruire la Striscia e i leader mondiali dovrebbero rispettare la loro volontà”. Il ministero degli Esteri dell’Arabia Saudita, senza commentare direttamente le parole di Trump, ha emesso un comunicato che le respinge: “Rifiutiamo drasticamente qualsiasi tentativo di privare i palestinesi dei loro legittimi diritti, che sia attraverso insediamenti di Israele, annessione di terre trasferimento forzato dal luogo in cui vivono. I palestinesi resteranno dove sono e non se ne andranno”. Una reazione di cruciale importanza, perché finora Trump ha indicato un accordo di pace fra Israele e Arabia Saudita fra i suoi obiettivi principali in Medio Oriente, e Riad continua a condizionarlo al rilancio di un negoziato per dare uno Stato ai palestinesi, non certo per trasportarli in massa da un’altra parte. Una dichiarazione congiunta, firmata da Arabia Saudita, Qatar, Egitto, Giordania. Emirati Arabi Uniti e dall’Autorità Nazionale Palestinese (l’organismo che dall’inizio del processo di pace governa il 20 per cento della Cisgiordania e ha governato anche Gaza fino a quando ne è stato espulso da Hamas nel 2006), afferma che ogni progetto di spostare il popolo palestinese da Gaza e in generale dalla sua terra “porterebbe instabilità nella regione, rischierebbe di espandere il conflitto e minerebbe le prospettive di pace e coesistenza nella regione”. Sia il Cairo che Amman hanno ribadito che non accetterebbero di prendere i palestinesi di Gaza, come Trump aveva già ventilato nei giorni scorsi. Ma quando un giornalista glielo ha fatto presente nella conferenza stampa di martedì sera, il capo della Casa Bianca ha minimizzato: “Alla fine non mi diranno di no”. E chi vivrebbe nella “Riviera mediorientale”? Trump ha risposto così: “Gente di tutto il mondo, sarebbe un posto internazionale, un posto incredibile”, prima di aggiungere che ci vivrebbero “anche dei palestinesi”.

L’opposizione democratica

Il senatore democratico Chris Van Hollen commenta che la proposta di portare via i palestinesi da Gaza equivale a una forma di “pulizia etnica” e darà “argomenti all’Iran e ai nostri avversari per mettere in difficoltà i nostri partner in Medio Oriente”. Un altro senatore del partito democratico, Chris Murphy, ipotizza che il vero scopo del piano sia distrarre l’opinione pubblica dallo smantellamento del governo federale Usa portato avanti da Musk nel suo nuovo ruolo di ministro dell’Efficienza: “Gli Stati Uniti non prenderanno possesso di Gaza, ma per vari giorni i media e il mondo politico parleranno soltanto di questo, senza badare a un miliardario che sta rubando il governo ai cittadini americani”. Questa “teoria della distruzione”, sottolinea un columnist del New York Times, è stata enunciata per primo da Steve Bannon, uno dei guru e consigliere di Trump nella sua prima presidenza, ora tornato alla carica, seppure senza ancora un ruolo ufficiale: “La nostra vera opposizione non è il partito democratico”, ha detto tempo fa Bannon in un’intervista, “bensì sono i media. E dunque dobbiamo distrarli non con una ma con due, tre, quattro iniziative straordinarie al giorno, in modo che appena si concentrano su una, l’attenzione si sposta su un’altra, e così via, vanificando qualsiasi reazione”. La raffica di ordini esecutivi e di proposte che a prima vista molti giudicano assurde da parte di Trump sembra presa pari pari dal “manuale” di Bannon.

L’estrema destra israeliana

Gli unici a festeggiare l’intervento a sorpresa di Trump sono gli esponenti dei partiti di estrema destra israeliani che fanno parte della coalizione di governo guidata da Netanyahu. In particolare, il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich ha dichiarato: “Meglio di così, non si poteva. Insieme, Israele e America, costruiranno un mondo migliore”. Dall’inizio della guerra di Gaza, la destra radicale dello Stato ebraico propone di svuotare la Striscia di palestinesi, occuparla e annetterla. Sebbene Trump non abbia detto a chi sarebbe riservata la nuova “Riviera del Medio Oriente”, se all’America, a Israele o ad altri, per Smotrich e i suoi seguaci è un passo nella direzione di una Grande Israele da essi sempre sognata.

Dalla Groenlandia a Gaza

Alcuni commentatori occidentali osservano che la proposta di svuotare Gaza e costruirci un resort sul mare sembra l’ennesimo tassello della politica espansionistica annunciata dal presidente fin dal primo giorno del suo insediamento: Trump ha detto di volere comprare o prendere con la forza la Groenlandia, reimpossessarsi del canale di Panama, fare del Canada il 51esimo stato americano, nei giorni scorsi ha aggiunto alla lista le “terre rare” dell’Ucraina, ricche di minerali, adesso nei suoi piani c’è anche la minuscola Striscia palestinese stretta fra Israele, Egitto e il Mediterraneo.

Altri ritengono che l’idea non vada presa del tutto seriamente: come si è visto con la minaccia dei dazi imposti a Canada e Messico, il capo della Casa Bianca è capace di fare marcia indietro dopo pochi giorni. Oltretutto, scrive Edward Luce sul Financial Times, Trump formula progetti e richieste senza indicare con chiarezza i suoi obiettivi, per cui può ritirarli in qualunque momento affermando di avere vinto, cioè ottenuto quello che voleva, come nel braccio di ferro commerciale con Canada e Messico, le cui presunte concessioni su narcotraffico e immigrazione clandestina, teoricamente varate per evitare l’aumento delle tariffe doganali, facevano parte di misure già avviate da tempo.

Per Gaza potrebbe essere la stessa cosa: una sorta di bluff, da ritirare quando gli altri “giocatori”, impauriti o arrabbiati, fanno anche soltanto qualche concessione simbolica.

Il “palazzinaro”

Altri ancora notano che la proposta sembra uscita dalla mente “di un palazzinaro” quale Trump è stato prima di entrare in politica, come scrive il Guardian, piuttosto che da quella del più potente capo di Stato dell’Occidente. Dopotutto il genero di Trump, Jared Kushner, marito di sua figlia Ivanka, è stato il primo a descrivere mesi or sono Gaza come “una proprietà sul mare di grande valore potenziale”. E c’è chi interpreta in senso positivo una possibilità del genere: “Donald si intende di immobiliare”, avverte Steve Witkoff, l’emissario di Trump per il Medio Oriente, protagonista della trattativa per arrivare al cessate il fuoco a Gaza. Avi Melamed, un ex-funzionario dei servizi di sicurezza israeliani ed ex-negoziatore con Hamas, ritiene che anche il “no” del mondo arabo celi interesse e curiosità per l’iniziativa: “Molti a Gaza e nelle strade palestinesi accoglieranno con favore l’idea di portare prosperità nelle loro comunità grazie al sostegno degli Stati Uniti”. In sostanza, come per Panama e la Groenlandia, il progetto di fare di Gaza “un’area internazionale” sarebbe il veicolo per investimenti privati americani e di ricchi businessmen arabi alleati di Washington. “Da quando Israele si è completamente ritirata da Gaza nel 2005”, hanno detto vari commentatori israeliani dopo l’aggressione di Hamas del 7 ottobre 2023, “i palestinesi hanno avuto vent’anni per fare della Striscia quello che volevano. Potevano farci una nuova Dubai, Hamas invece ha speso miliardi di aiuti dall’estero soltanto per scavare tunnel e procurarsi armi”.

Il problema militare

Se la proposta di Trump fosse seria, infine, ci sarebbe il problema di come trasformarla in realtà. Secondo analisti militarti richiederebbe il maggiore sforzo bellico americano in Medio Oriente dalla guerra in Iraq in poi: il Pentagono dovrebbe organizzare lo sbarco a Gaza di ingenti forze per catturare, uccidere o costringere alla resa migliaia di militanti di Hamas, e poi per trasferire in un modo o nell’altro altrove (in Egitto? in Giordania?) due milioni di civili. Un alto numero di vittime americane sarebbe più che un rischio una certezza: non a caso, quando il presidente Biden ha fatto costruire dalla Marina militare Usa un mini-porto mobile davanti a Gaza per permettere lo sbarco di aiuti umanitari, non ha voluto che un solo soldato Usa mettesse piede a terra. La missione sarebbe in contraddizione con l’isolazionismo predicato finora da Trump, secondo cui l’America deve badare a se stessa e non farsi coinvolgere in guerre in cui non è in gioco la sua sicurezza nazionale. Nei primi giorni della sua presidenza, commentando quello che stava accadendo a Gaza, Trump infatti ha detto: “Non è la nostra guerra”. Ma nella conferenza stampa di ieri, alla domanda di un reporter sull’eventuale invio di truppe americane a Gaza per realizzare il suo piano, il presidente ha risposto: “Faremo quello che è necessario”. Come sempre, con lui, nessuno sa che cosa intenda.

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