Un incontro che — agli occhi di Benjamin Netanyahu — promette di ridisegnare il Medio Oriente, far proseguire il cessate il fuoco a Gaza ma rispettando le condizioni chieste da Israele, ristabilire la comunione di intenti con Washington che era saltata durante la presidenza Biden. Con queste premesse il premier israeliano è arrivato a Washington, primo ospite straniero alla Casa Bianca di Trump.
Il terreno non poteva essere più favorevole: prima dell’incontro il presidente Usa aveva firmato l’ordine esecutivo per fermare i finanziamenti Usa all’Unrwa, l’agenzia Onu per i palestinesi, poi ha ribadito che i palestinesi dovranno lasciare la Striscia per fare spazio alle opere di ricostruzione («Vorrei una soluzione permanente, dovranno andare anche altrove, non solo in Egitto e Giordania»), insinuato che l’Arabia Saudita non pretende affatto la nascita di uno Stato palestinese, ordinato l’invio di nuove armi e aiuti a Israele per un miliardo e annunciato che saranno «gli Usa a pre…
Un incontro che — agli occhi di Benjamin Netanyahu — promette di ridisegnare il Medio Oriente, far proseguire il cessate il fuoco a Gaza ma rispettando le condizioni chieste da Israele, ristabilire la comunione di intenti con Washington che era saltata durante la presidenza Biden. Con queste premesse il premier israeliano è arrivato a Washington, primo ospite straniero alla Casa Bianca di Trump.
Il terreno non poteva essere più favorevole: prima dell’incontro il presidente Usa aveva firmato l’ordine esecutivo per fermare i finanziamenti Usa all’Unrwa, l’agenzia Onu per i palestinesi, poi ha ribadito che i palestinesi dovranno lasciare la Striscia per fare spazio alle opere di ricostruzione («Vorrei una soluzione permanente, dovranno andare anche altrove, non solo in Egitto e Giordania»), insinuato che l’Arabia Saudita non pretende affatto la nascita di uno Stato palestinese, ordinato l’invio di nuove armi e aiuti a Israele per un miliardo e annunciato che saranno «gli Usa a prendere il controllo della Striscia». Infine ha promesso di ripristinare la politica di «massima pressione» contro l’Iran. Con una postilla personale: «Se dovessero uccidermi, ho dato ordine che siano annientati».
È partendo da tutto questo che i due leader hanno discusso della seconda fase del cessate il fuoco a Gaza e della situazione regionale. A Doha i negoziati riprenderanno nei prossimi giorni; Hamas sostiene di aver già iniziato a lavorare, Israele fa trapelare un cambio alla testa della delegazione, indice della delicatezza del momento. A guidarla dovrebbe essere Ron Dermer, ministro degli Affari strategici e braccio destro di Netanyahu nel governo. E non il capo del Mossad (servizio segreto estero) David Barnea assieme a quello dello Shin Bet (servizio segreto interno) Ronen Bar che hanno fino ad ora condotto il negoziato.
È il segno di quanto Netanyahu reputi delicato l’appuntamento: l’accordo in vigore prevede infatti che nella seconda fase del cessate il fuoco Israele dia luce verde all’inizio dei lavori di ricostruzione di Gaza (il che implica il riconoscimento di un’autorità politica che controlli ricostruzione e aiuti) e che Hamas rilasci tutti gli ostaggi nelle sue mani.
Sabato ci sarà un nuovo scambio ostaggi israeliani/prigionieri palestinesi: 18 fra israeliani e thailandesi sono stati liberati finora su 33 (vivi e morti) previsti entro i primi 42 giorni di tregua. Centinaia i palestinesi usciti dalle carceri israeliane. Fino ad allora non dovrebbero esserci problemi, ma gli islamisti hanno detto anche che non procederanno alla liberazione totale degli ostaggi senza un ritiro completo dell’Idf dalla Striscia: mentre il premier ha ribadito che l’obiettivo di sradicare completamente Hamas resta immutato.
In attesa delle parole di Trump e Netanyahu, fuori dalla Casa Bianca, ieri c’erano decine di familiari degli ostaggi israeliani ancora a Gaza. Fra loro Einav Zangauker, madre di Matan, 24 anni, portato via dalla sua casa nel kibbutz di Nir Oz e diventata in questi mesi il volto simbolo di coloro che chiedono al governo di andare fino in fondo nel cessate il fuoco, e di non abbandonare i loro cari nelle mani di Hamas. «Ci sono estremisti nel governo israeliano che vogliono ricominciare la Guerra e sabotare l’accordo: così facendo, danneggiano la sua visione di pace per il Medio Oriente», ha detto la donna in un messaggio rivolto a Trump.
Il riferimento è all’ultradestra che a più riprese ha minacciato di far cadere l’esecutivo se non riprenderanno i combattimenti. Se questo accadrà, potranno dirlo solo i prossimi giorni. Nel frattempo, sulla stampa israeliana, c’è un’idea diffusa: con questa visita, primo leader straniero a essere ricevuto da Trump, Netanyahu ha aperto la sua prossima campagna elettorale. «Trump gli ha offerto l’argomento centrale: il trasferimento di 1,5 milioni di persone fuori da Gaza. Un’idea che era stata ventilata dalla destra estrema e che ora è fatta propria dal presidente americano — scriveva ieri su Haaretz il direttore, Aluf Benn — Netanyahu ora spera di far dimenticare le sue responsabilità nella strage del 7 ottobre, con la possibilità di tornare alla sua attività preferita: la campagna elettorale».